Combray

Posts Tagged ‘il nuovissimo melzi’

Fatal epoca

In Cinema, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 30 novembre 2013 at 23:16

le 7 octobre 1870 depart de gambetta en ballon

A Leone Gambetta si sono sempre attribuite molte frasi ed un pallone.

Cominciamo dal fatto del pallone che di per sè basterebbe per un blockbuster cinematografico, se il cinema non si interessasse di facezie. Curioso è il fatto che le Petit Larousse Illustrè del 1911 non citi l’episodio dell’aerostato come proditoriamente il Melzi fa:

“Deput. di Marsiglia si presenta alla Camera con un programma proprio, ed alle sue idee parvero dar ragione gli avvenimenti del ’70. In quella fatal epoca, egli ebbe sopra di sè l’attenzione di tutta la Fr. Uscì, in pallone, da Parigi assediata, per correre nelle prov. ad organizzare le resistenza contro i Pruss.”

Interessante notare come la fatal epoca del Melzi del 1922 (Il nuovissimo) diventa in quest’anno nel Melzi del 1951 (Il novissimo)  come a dire che il tempo per dotte fantasticherie è finito. Il 7 ottobre del 1870, la mattina presto, Leone Gambetta lascia Parigi assediata, in pallone aereostatico per tentare di raggiungere Tours dove si è insediato il governo provvisorio. Il pallone Armand Barbès lo aspetta in place Saint-Pierre a Montmartre. Il suo segretario Spuller l’accompagna. La nebbia che avvolge la collina di Parigi si dissipa a poco a poco fino al momento del “lâchez tout” quando risplende il sole. Alle dieci in punto il pallone lascia il suolo parigino al grido di “Vive Gambetta! Vive la République!”

Nei suoi ritratti apparirà sempre di profilo sinistro (per via di un incidente perdette la vista dall’occhio destro, occhio che in seguito gli venne rimosso), la sua eloquenza era celebre e le sue frasi altrettanto anche se le Petit Larousse non ne cita nemmeno una.

Il Melzi si, sua è la parola storica “La Revanche”, il famoso dilemma “O sottomettersi, o dimettersi” e nel Melzi del 1951 ne fu aggiunta una terza; “Pensarci sempre e non parlarne mai” riferita al movimento per il ricupero dell’Alsazia-Lorena. Ma, se proprio ne vogliamo aggiungere una quarta, applicabile tout-court all’italietta di oggi, eccola:

“Le Cléricalisme? Voilà l’ennemi”

 

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Rane e fuegini

In Cinema, Cultura, Letteratura, Libri, News on 27 ottobre 2013 at 19:34

luigi galvani rane

Che il tempo renda la nostra epoca politicamente sempre più corretta è sotto gli occhi di tutti. Anche il Melzi fu soggetto a questo cambiamento ed in molte voci si adattò ai nuovi tempi. Luigi Galvani è uno di questi.

Nel Nuovissimo del 1922, fu medico bolognese e professore di anatomia dedito alla ricerca dell’elettricità animale, che sostenne di aver dimostrato con il famoso esperimento delle rane. Recita il Melzi che:

“Avendo sospeso al suo balcone, con parecchi uncini di rame, passati nel midollo spinale, delle rane uccise di fresco e scorticate, osservò in esse delle contrazioni muscolari ogni qualvolta toccavan le sbarre di ferro del balcone”.

La definizione è chiaramente corredata da una piccola incisione in cui si vede il Galvani trafficare allegramente sul balcone con delle rane scorticate. Ma nel Nuovissimo del 1951 tutto questo scompare, incisione compresa. Galvani scoprì molto più semplicemente che i muscoli delle rane si contraevano a contatto con un arco formato da due metalli diversi e considerò i muscoli delle rane come sorgenti di elettricità. Della diatriba con Alessandro Volta appena un cenno.

Ma già mi avevano insospettito i fuegini (nome degli abitanti della terra del fuoco) che nel 1922 venivano liquidati molto sbrigativamente come semicretini con tanto di incisione lombrosaniamente preoccupante, mentre nel 1951 venivano omesse postilla conclusiva ed incisione. Ah, se vi interessa l’incisione del fuegino ve la mando.

 

 

 

L’amica di Boulanger

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 31 agosto 2013 at 23:33

gen boulanger

Quando vengo accusato (spesso) di menefreghismo politico per il semplice fatto che non mi occupo degli alfani vari di cui pullula lo squallido panorama politico italiano, amo difendermi definendomi boulangista. Questo mi permette una facile vittoria dato che l’interlocutore tramortito il più delle volte cambia discorso.

Il 14 luglio del 1887 l’adolescente Proust è ad Auteuil ed assiste al passaggio del generale Georges Boulanger la cui vicenda politica era in quel periodo in piena fase di ascesa. Proust ha 16 anni e trascorre ancora molto del suo tempo agli Champs-Élysées dove si reca quasi ogni giorno. Nella sua lettera del 15 luglio a mademoiselle Antoniette Faure, figlia del futuro presidente della Repubblica Francese Felix Faure, così descrive il generale:

“Il personaggio è molto ordinario, un volgare suonatore di grancassa, ma quel grande entusiasmo così inaspettato, così romantico nella nostra esistenza banale e monotona sveglia tutto ciò che il cuore alberga di primitivo, indomito, bellicoso.”

La storia è arcinota, il generale di Rennes, già ministro della guerra nel 1886, tra il 1887 e il 1889 è a capo di un partito che prende il suo nome e propugna un ritorno alla costituzione del 1848 che prevede l’elezione del presidente a suffragio universale. Nel 1889 è vicinissimo al colpo di stato, vince le elezioni legislative del 27 gennaio ma, al centro di intrighi politici ed accusato di alto tradimento fugge a Bruxelles ove (secondo il Melzi del 1951) si uccide.

Ma è il Melzi del 1922 che incanala verso il fallout confusionale l’intera questione. Il generale diventa solamente Ernesto e non più Giorgio o Georges o Georges Ernest Jean-Marie che dir si voglia, generale che fece tanto chiasso in Francia per le sue agitazioni nel voler per sè la presidenza della Repubblica. Si uccise a Bruxelles sulla tomba della signora Bonnemain, amica sua.

Amica sua, con rispetto per Pietro Germi, posso definirla una geniale zingarata del Melzi?

 

Melzi-Loana-Eco

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 31 agosto 2013 at 07:31

melzi-loana-eco

«E’ il Nuovissimo Melzi che mi ha reso dubbioso della natura umana?»

Così si esprime Umberto Eco ne “La misteriosa fiamma della Regina Loana”, dopo aver riportato la definizione di Platone data dal Melzi, in cui si insinua che il filosofo greco riunì una bella collezione di suppellettili.

Se il professore di San Bartolomeo non è molto tenero con il più insigne dei filosofi, anche se ne rende omaggio, dobbiamo sì considerare la natura dell’uomo anche per i suoi percorsi deliberatamente inclusivi. Ora, chi è un libraio, che cosa sono i librai e quale ampio settore rappresentano?

Nell’antichità e più precisamente in Atene, ebbero bei negozi che servivano di riunione ai dotti ai curiosi agli oziosi. L’annoso e secolare spinoso problema del costo della cultura, viene affrontato in modo mirabile portando delle cifre. Soprattutto nella penisola ellenica altissimo fu il costo dei libri, tanto che Aristotele pagò 20.000 lire un Omero e Platone 9.147 lire un trattato di Pitagora. Non è stato mai mio costume dimenare i fianchi per notizie così eclatanti, considerata la mia incapacità, suppellettili a parte, di quantificare le 9.147 lire spese da Platone per il suo Pitagora.

Ora se complicato appare il calcolo del costo della vita nella Grecia dei filosofi, considerato che il Melzi potrebbe essersi sbagliato per via di un agente di cambio disonesto che ha taciuto sulla valuta reale greca che era la dracma e consapevole di essermi infilato in cul di sacco, vi aggiorno definendolo un francesismo che ha in italiano come corrispettivo il termine ronco. Ma cos’è un ronco? Semplice, ronco: roncone, vicolo senza uscita,collinetta colle.

 

Piattaforma di stenti

In Uncategorized on 19 gennaio 2013 at 15:09

piattaforma di stenti

L’alfabeto fonetico del nuovo millennio non prevede la deposizione di dittatori. Si è spesso scritto che alcune forme di cultura possono, alla lunga, risultare parassitarie tanto che una volta su un dvd lessi che era severamente vietata la proiezione del film (che era Piccolo Mondo Antico di Mario Soldati) nei cantieri, nelle carceri e sulle piattaforme petrolifere.

Ma essere troppo adiacenti a siffatti problemi culturali, fa perdere di vista la realtà oggettiva delle cose ed il Melzi ci ricorda tutto questo con la definizione precisa e stringata di Giuseppe Parini, il poeta nato a Bosisio che con la sua opera più celebre Il Giorno: “…flagella, a sangue, i costumi dei nobili suoi contemporanei. Codesto gli valse la continua povertà, e parecchie bastonature”. Lo avrei amato di più se me lo avessero presentato così da adolescente.

Allora meglio una vita grama ma onesta e senza inutili fronzoli intellettualistici.  Il 23 aprile del 1973 compivo otto anni tra mille patemi d’animo ed uno sciopero delle poste che favorì losche attività di corrieri privati, agenzie di recapito e tariffe clandestine fino alla famosa lettera che, da Torino a Napoli, venne fatta pagare duemila lire. Non erano tempi facili, la guerra del merluzzo tra Inghilterra ed Islanda turbò molte mie notti insonni fino al primo giugno 1973 quando il ministro delle Poste Giovanni Gioia si accorse che in Italia erano vietate le tivù private, per cui fece eseguire l’ordine della chiusura degli impianti di Telebiella. Non si limitò tuttavia alla sola chiusura, dato che vennero sigillate le attrezzature e reciso il cavo principale.

Immaginai allora gli sgherri dell’allora ministro democristiano, eseguire l’ordine con certosina perizia ed avventarsi con furia primordiale sul cavo principale che immaginavo grande come uno dei tentacoli di quei calamari giganti ogni tanto pescati negli oceani. Oggi, che di cavi principali non ce ne sono più (basta guardare dietro il televisore) rimpiango l’ozio beato che mi permetteva una vita felice seppur priva di stenti culturali.

 

Nova-York

In Uncategorized on 13 ottobre 2012 at 13:14

Da ragazzo spesso il Melzi mi veniva in aiuto. Il 13 luglio del 1977 alle 21.34 a New York si spensero le luci, forse a causa di un fulmine che cadde non si sa dove. Invano cercai la notizia sul Melzi, sfogliandolo convulsamente fino a giungere a Beniamino Franklin che di fulmini se ne intendeva. Almeno così credeva lui dato che per questa storia del fulmine, su cui non è stata mai fatta chiarezza, finì sulle banconote da 100 dollari. D’altronde avete mai sentito parlare della stufa omonima?

Il Melzi racconta che lo scienziato americano inventò il parafulmine nel 1752, dopo aver visto il figlio giocare con un cervo volante. In una notte di tregenda, nonostante il famoso monito della moglie diventato poi celebre (Dove vai, piove!) attacca una chiave alla corda che lega un aquilone, e corre all’impazzata per la campagna intorno a Boston. Poi, un fulmine colpisce l’aquilone che carica di elettricità la corda che Beniaminio tocca chiudendo così il circuito con la Terra. Ricordiamo che G.W.Richmann, per aver fatto una cazzata simile, morirà fulminato il 26 giugno 1753.

Comunque, cervi volanti a parte, New York non è nemmeno Nuova York come si potrebbe supporre dal periodo, ma addirittura Nova-York città degli Stati Uniti, ma di black-out nemmeno l’ombra. Ricordo però una definizione che ho amato molto, in un vecchio libro di 5ª elementare che mostrava una foto di grattacieli; Nuova York vista dall’alto tra un torreggiare babelico di grattacieli. Quando tornò la luce 25 ore dopo, il bilancio fu grave. La notte delle belve produsse 3.800 persone arrestate, 426 agenti feriti e mille miliardi di lire di danni. Tre giorni dopo, per motivi ancora non del tutto noti, Pietro Paolo Virdis dichiarò di non voler lasciare la Sardegna. Cambierà idea il 23 luglio. Dopo un lungo colloquio con Boniperti, accetterà il trasferimento alla Juventus che sborserà, in tempi di crisi, due miliardi.

 

Lettere due

In Letteratura, Libri on 9 settembre 2012 at 12:01

Dopo Luigi Settembrini, un’altra lettera di rifiuto, questa volta di Giosuè Carducci, dal Melzi definito “Il pagano e titanico poeta della Terza Italia”. Si tratta di un rifiuto netto e stizzito riguardo una sua possibile candidatura come deputato in parlamento.

Lucca (campagna), 24 agosto 1882

Caro Signore, ricevo oggi qui la pregiata sua del 22 corrente. Ringrazio; ma, risolutamente fermo a non volere essere deputato, prego sia messo da parte ogni pensiero di candidatura mia. Né con ciò faccio torto a quei benevoli cittadini i quali si compiacquero di ricordare che io nacqui, poco bene e poco male, fra loro.

È vero: io mi lascia portare (come dicono) altre volte e quando ero certo di non arrivare: arrivato per disgrazia una volta, aspettai tanto ad entrare che mi fosse chiusa la porta in faccia. È proprio che io non voglio essere deputato.

Fare il deputato a Roma e l’insegnante a Bologna, onestamente non posso. Potrei essere tramutato di cattedra a Roma. Fu fatto per altri. E fu chi ne parlò anche con me. Ma se io soltanto permettessi che la collazione degli offici pubblici servisse a’ comodi miei per fini e maneggi di parte, mi reputerei quel che i nostri vecchi avrebbero detto un simoniaco e un barattiere e io dico un ribaldo e una canaglia.

E poi io non mi sento d’accordo con nessuna delle sètte nelle quali si distingue e si confonde la Camera d’oggi e si distinguerà o confonderà probabilmente la Camera di domani. E fare il singolare e l’originale non voglio, né voglio sommettere l’ombrosa selvatichezza del mio pensiero o fors’anche i miei capricci e le mie passioni ai dispotismi, ai capricci, alle passioni altrui personali. Saprei, nella suprema necessità della patria e in certi casi, metter via questi scrupoli. Per ora sto meglio fuori che dentro del Parlamento; e credo che fuori, elettore e sovrano, sovrano senza costituzione, di tutto il mio, compirò meglio i doveri di cittadino e d’italiano.

Giosuè Carducci

Triviale ma espressivo

In Letteratura, Libri on 17 agosto 2012 at 14:59

E veniamo finalmente al sommo generale di cui il Melzi non omette nulla, puntinando solamente la celebre esclamazione:

Cambrònne, b. Generale fr., cui verrebbero attribuite le famose parole dette a Waterloo: «La Guardia muore, ma non si arrende». Senonchè più verosimilmente gridò agli Inglesi una parola triviale, ma espressiva di 5 lettere (m…a). 1770†1842

Ciò risulta quantomeno singolare dato che la voce Merda nel Melzi esiste (s.f.triv.Sterco) e se più verosimilmente gli gridò questa parola perchè non nominarla per esteso, dato che il Nuovissimo riporta anche altre parole con la stessa radice, da Merd=áio; s.m triv. Luogo ove si raccoglie la merda a Merd=aiòlo; s.m Chi va attorno raccogliendo sterchi per venderli. Da notare è che se i primi due termini sono triviali, il terzo non lo è dato che si parla di un lavoro infame, ma sempre di lavoro si tratta, tutto sta nel definire il profilo psichico di chi questi sterchi decide di comprarli.

Per rimanere nel tema (specifico: generali, Cambrònne, Waterloo etc.)  interessante è l’infanzia del Bonaparte, imperatore dei Francesi, uno degli uomini più grandi che siano mai apparsi. Questa volta le curiosità ed i dettagli dimenticati, che nel Melzi fanno l’uomo, appaiono subito all’inizio. Napoleone nacque in Ajaccio (Corsica) la domenica 15 agosto 1769, in pieno sole appena reduce la madre dalla chiesa. La leggenda narra che il neonato fu deposto sopra un tappeto istoriato di gesta omeriche. Questa volta il Gian Battista ipotizza che forse trattasi di leggenda e prosegue: “Battagliero sino da bambino, manesco, violento, dette subito segno di volontà propria. Sperando di mitigarlo, venne posto, per 5 anni, in un asilo di bambine!” Poi più niente, le solite cose su Napoleone, dal “Dio me l’ha data: guai a chi la tocca!” alle sue memorie a Sant’Elena dettate a Las Cases.

Il Melzi prosegue poi con i vari Napoleoni II, III etc. fino a Napoletano che non era allora il nativo di Napoli e zone limitrofe ma: “Per gli abitanti della valle del Po (Italia settentr.), una consuetudine, non rispondente a verità, fa essere sinonimo di abitante dell’Italia centrale e meridionale  il nome di Napoletano. Se in un certo senso si può giustificare l’estensione a tutto il territorio dell’ex-regno di Napoli, e quindi ai suoi abitanti, è buon uso limitarlo alle province di Napoli e viciniori, cioè della Campania propria.” Ah, dimenticavo,Viciniore; ag.2g.leg. Il più vicino.

Diabolo!

In Libri on 27 giugno 2012 at 08:53

Le Dictionnaire Classique Universel par M.Th.Bénard del 1904, a pagina 346 alla voce Escarpolette, mostra il disegno di un’altalena. Si tratta secondo il Bénard di un italianismo, Scarpoletta, e la definizione che segue la definisce come “Sorte de siège suspendu par des cordes, sur lequel on se place pour être balancé.”  Ma in francese altalena è balançoire e sempre il Bénard fornisce questa definizione: “Pièce de bois mise en équilibre, et sur laquelle se balancent deux personnes placées aux deux bouts; se dit d’une escarpolette.” I due disegni presenti in pratica differiscono solamente per la seduta, la scarpoletta ha la forma di una sedia mentre l’altalena è una tavoletta di legno.

Il catalogo di acquisti per corrispondenza Manufacture Française d’Armes et Cycles de Saint-Étienne del 1933, a pag. 251 nella sezione Cycles-Sports-Jeux-Voyage, mostra alcune altalene, tutte rigorosamente chiamate  balançoires, con diversi prezzi che variano da 15.50 a 65 franchi a seconda del modello, ma di escarpolettes nemmeno l’ombra. Mi duole dirlo, anche per il Melzi questa voce è sconosciuta, viene da pensare dove diabolo l’avrà sentita il signor Bénard.

Diabolo, ho scritto diabolo e non diavolo, come quando la mattina ci si sveglia con un motivo in testa di cui non è possibile liberarsi. Le Manufacture Française lo mostra a pagina 250: Diabolo caoutchouté, métal poli de 70m/m de diamétre, baguettes en bambou. Prix……12 francs. In pratica una cordicella appesa su due bastoncini su cui far volteggiare, lanciandolo in alto, un affare costituito da due trottole unite per il vertice (mi viene rocchetto ma non so se è giusto). Il Melzi lo descrive come giuoco de’ ragazzi, cerco allora gioco ma vengo rimandato con fastidio a giuoco, ne deduco che il Melzi abbia in odio qualsiasi neologismo vagamente moderno e gioco è uno di questi che, immagino ancora per poco, troverà spazio nel suo dizionario.

I giuochi infantili dell’epoca, hanno una loro dignità oggi perduta nei cinquantenni tatuati che trafficano con i cellulari. Nella tavola dei giuochi il diabolo è diventato diavolo, l’aquilone è un cervo volante e la verticale (star ritto col capo in terra e le gambe in aria) diventa far querciolo, sostantivo che indica una quercia giovane. Ma, sempre nella tavola, il dondolo (ho un’illuminazione) è una scarpoletta e l’altalena è, come ricorda il Bénard, un pezzo di legno in equilbrio al centro con due persone che si bilanciano alle estremità.

Il diavolo per monsieur Bénard non è un gioco ma: Le principe du mal, Satan l’esprit malin e in linguaggio figurato personne méchante, violente, obstinèe, etc.; enfant turbulent, tapageur etc. Poi, une gravure piccolina, mostra un malmesso carretto con due ruote e scopro che le diable è anche une petite voiture pour transporter le fardeaux. Ma se il diavolo è il principe del male, lo spirito maligno per eccellenza, non ci si può dimenticare che una seconda chance non si nega nemmeno al maligno, quindi un bon diable diventa un bon enfant ed un pauvre diable è semplicemente e poeticamente malheureux, infelice e gramo come tutti noi poveri diavoli.

Incantatori che vivacchiano

In Libri on 8 giugno 2012 at 17:53

Io su certe cose non m’informo più, ma ogni tanto leggo il professore di San Bartolomeo. Poco m’importa quindi di danteggiare (v.n. Imitar Dante) sugli abitanti del Dahoméy o Dahomé, su cui era bene non scherzare, dato che, essere Dahomeáni significava esser battaglieri, valorosi, industriosissimi, ospitali (per quanto lo permette la loro civiltà); ma ladri e avidissimi di sangue.

D’altronde già alla voce Négra bantù (razza) la descrizione è chiaramente lombrosiana, per cui dopo un preambolo sulla schiavitù, che implicitamente punta il dito contro l’uomo bianco, la razza si distingue dai seguenti caratteri: pelle nera, leggermente untuosa; naso camuso, capelli lanuti e corti, bocca grande, labbra turgide e sporgenti: è la più adatta al clima tropicale e la sua intelligenza è limitata.

Ma cosa pensa allora, nel 1921, il Melzi di Cesare Lombroso? Semplicemente che aprì nuovi orizzonti alla scienza, con i suoi studi sulla pazzia, sull’atavismo, sulla pellagra, sul delitto e sulla prostituzione. Ma noto che non c’è ancora una voce su Freud, per cui gli indiani (d’America) si salvano, non ancora per i film che devono ancora arrivare, ma perché la loro condizione di miseria è indotta. Infatti van sempre più diminuendo, benché siano diffusi in tutto il continente. Vivono di caccia e di pesca. Costituivano in taluni distretti (Messico e Perù) una popolazione relativamente civile, quando gli europei invasero l’America. Soprattutto per trovar l’oro, si diede loro la caccia: i pochi rimasti abbrutirono nella disperazione.

Ora il Melzi mette nel calderone tutti, dai cheyenne ai sioux ai maya, passando per gli incas, però non assolve l’avido conquistadores che invade e tiranneggia in cerca d’oro. E’ che alcune cose forse se le fa raccontare, per cui i Bonzi sono sì dei sacerdoti, ma cinesi, giapponesi, cocincinesi ec., sacerdoti che si vantan di far piovere quando vogliono. Ed in questa visione salgariana, che racconta un oriente mai visitato, si erge l’incastro superbo di una voce oggi ininseribile in un contesto dizionaresco:

Incantatori di serpenti, Zingari Indù che vivacchiano su per le piazze dell’India, dell’IndoCina; e in generale, nell’Asia meridionale, esponendo alla curiosità pubblica parecchi serpenti di vara grossezza ammaestrati al suono d’un flauto.