Combray

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Gocce Bergmaniane

In Letteratura on 14 luglio 2012 at 23:10

La goccia bergmaniana che cade l’avrei scoperta soltanto anni dopo, quando il labirintico ricordo dei nomi implose in un pomeriggio di ottobre. Il primo Bergman che le mie meningi prelevano dalla mia scatola nera, è sicuramente Victor, lo scienziato di Spazio 1999. La storia è nota a tutti, il 13 settembre 1999 il nostro satellite ci lasciò per mondi sconosciuti (quella che oggi crediamo di ammirare è soltanto un’immagine olografica).

Dicevo dunque che quel giorno, attorno ad un tavolo della sala riunioni della base lunare Alfa, John Koenig, Helena Russell, Alan Carter, David Kano, Paul Morrow e Victor Bergman discussero un ordine del giorno particolare: come sopravvivere. Di Victor Bergman, grande amico da sempre del comandante Koenig, abbiamo notizie frammentarie. Il professore si trova su base Alfa per condurre esperimenti misteriosi di cui nessuno sa niente. Non appartiene a nessun servizio specifico e questo lo si deduce dal fatto che, la sua calzamaglia è grigia senza nessuna manica colorata. Lo ricordo rappresentare la scienza in maniera bonaria, senza misticismi particolari.

Nella maggior parte degli episodi lo vediamo bighellonare per base Alfa senza compiti apparenti. L’uso del computer è limitato al minimo, egli rappresenta, forse, l’ultimo degli scienziati che sa e che non deve chiedere conferme. Qualche volta risponde a John che si dovranno fare dei calcoli, per districarsi dall’ennesima terribile minaccia, ma raramente lo si vede trafficare vicino ad un calcolatore. Ateo convinto, dice di non sapere niente di Dio, ma crede ad un intelligenza cosmica che con Dio potrebbe coincidere.

Erano splendidi pomeriggi quelli, seduto sul mio divano sdrucito, lo osservavo con rigore quasi benedettino. Era così credibile tanto che una domenica mi feci coraggio e domandai al prete, in confessione, cosa ne pensasse di un eventuale intelligenza cosmica. Ricordo che padre Ralph mi cacciò bestemmiando, con una montagna di Pater e Mater per la mia salvezza, teorizzare la superiorità del comandante Ed Straker su John Koenig.

Poi nell’epoca della ragione quasi mi dimenticai di Victor. Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Scene da un matrimonio, titillarono le mie volgari velleità di intellettuale, ma tutto ciò non fu altro che un misero salto nel vuoto. Volli diventare grande, forse finsi ingegno, ma quei film li amai davvero. Ingmar Bergman divenne Bergman primario e mi dimenticai colpevolmente di Victor e del suo sapere. Nell’armonia del cosmo e dei nomi, Ingmar primario rimase pur tuttavia Stenmark (che però faceva Ingemar) con le sue irraggiungibili 86 vittorie in coppa del mondo. Facile dire che spesso, perso nei miei pensieri, campi di forza gravitazionali mi adescano verso Casablanca, Angoscia e Notorius ed una sofferente e malinconica Ingrid Bergman.

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Angoscia numero 85

In Uncategorized on 7 luglio 2012 at 12:56

Ora dovete sapere che molteplici sono le angosce degli anni settanta, dai capezzoli fantasma di Vartan, ai servizi segreti deviati, al trasformatore sotto il mobile del televisore. Io ero lì, che oscillavo fra accadimenti che avrebbero cambiato l’Italia, ed il quotidiano che non riuscivo a decifrare. Pezzi di storia scalcinati come macigni mi sfioravano senza colpirmi e apparentemente senza lasciare tracce.  

Cos’era dunque il mondo attorno a me, un enigma stemperato dai ricordi o l’essenza del marciume del mondo che riaffiorava di volta in volta da paradisi perduti? Angoscia numero uno: Zagor n°85 che uscì nel giugno del 1977. La lugubre copertina mostra lo spirito con la scure in un cimitero, attorniato da fetidi pipistrelli che gli svolazzano attorno. Il suo volto è sconvolto e disperato, impugna una rivoltella senza la convinzione che gli possa venir utile. La storia, dopo il solito inizio divertente con alcune gag di Felipe Cayetano Lopez y Martinez etc. si addentra in un racconto di vampiri ungheresi della Transylvania (non so perchè scritta con la y, un inglesismo immagino) magicamente tratteggiata dai pennelli e dalle chine di un ispirato Gallieno Ferri.

La lugubre narrazione si dipana in una trilogia di numeri che violentemente colpirono i figli del boom economico. Noi non cercavamo altro che il momento illusorio dell’evasione, delle macerie attorno, ne avremmo fatto volentieri a meno. Non ci importava nulla della verosimiglianza cartacea e nulla sapevamo di autori e disegnatori. Zoltan era il servitore dell’ottenebrato barone Bela Rakosi (forse fratello del ben più noto Bela Lugosi) che non nascondeva le stimmate del vampiro (castello, mantello ed aspetto emaciato) ma che non veniva riconosciuto da un ingenuissimo e candido Zagor che in fondo rifletteva anche la nostra bonarietà di tredicenni.

I falchi di oggi poco sanno dell’esser giovani, della scoperta un lunedì sera di un angoscia ancor più opprimente che, soltanto anni dopo documentai in Gaslight di George Cukor. Ora, che in un mondo popolato di stronzate, l’analisi di un film nebbioso e vittoriano diventi esercizio sterile lo accetto e cito l’impressione di un film visto in un televisore che ronzava e con schermo bombato che idealizzava un’Ingrid Bergman post-casablanca. Il tormentato personaggio di Paula Alquist è inerme nella sua perlacea avvenenza, sconta frustazioni non sue che non culmineranno in un lieto fine tradizionale, ma su di un illusione transitoria.

Emblema della donna arrovellata da angosce e grandi passioni, la Bergman troverà in Yvonne Sanson in Italia il suo contraltare carnale (paragone ardito ma necessario) deformato dal melodramma e dalla letteratura d’appendice. The King of the Comedy ne farà la misera eroina degli anni della ricostruzione, dirigendola in sette film con Amedeo Nazzari, da Catene a Malinconico Autunno, mostrando ciò che la critica impegnata non seppe vedere, un’Italia più povera del neorealismo.

L’ultimo spettacolo

In Cinema on 17 agosto 2011 at 09:48

Red River è il primo western girato da Howard Hawks, è un film del 1949 con un grandissimo John Wayne e con il più grande sposamento di una mandria mai filmato. L’ultimo spettacolo proiettato nel cinema di Anarene in Texas sarà proprio questo film. Il cinema chiude perché così vuole la televisione ed il baseball, perché Sam è morto, perché i ragazzi partono per la Corea. Accattone in minore, parafrasando Guccini, girato fra la polvere e il vento, case basse, drugstore cadenti e furgoni scassati. La voce di Hank Williams accompagna i ragazzi di Anarene in un’America dimenticata, da cui tutti vogliono andarsene.

Peter Bogdanovich, come Francois Truffaut viene dalla critica cinematografica, è soprattutto un appassionato di cinema e il suo cinema non può che parlare dei suoi miti. The last picture show, del 1971 è il suo secondo film, Les quatre cents coups è del 1959 ed è il primo film di Truffaut. In entrambi, la passione vera di due registi verso la nostalgia per un cinema che sembra dimenticato. La storia dei film è anche storia di titoli. Nel 1950 esce Rio Grande di John Ford, il capitolo conclusivo della trilogia fordiana sulla cavalleria. In Italia il titolo diventa Rio Bravo, forse mantenerlo Rio Grande era troppo scontato, ma tant’è si usciva da una guerra che aveva messo in ginocchio questo paese, le strade erano interrotte e le case da ricostruire.

Nel 1959 ad Hollywood viene girato Rio Bravo di Howard Hawks, dovrei dire con un magnifico John Wayne, ma sarei ripetitivo, quindi mi limito a dire con una bellissima Angie Dickinson e con Walter Brennan nella parte di Stumpy, il vecchietto petulante custode della prigione. Per inciso, Brennan, spalla ideale in molti film di attori come John Wayne, Gary Cooper e Spencer Tracy, girerà 120 film vincendo tre Oscar come attore non protagonista. In Red River è Groot, voce narrante del film e amico di vecchia data di Dunson-Wayne. L’uscita di Rio Bravo spiazza i traduttori italiani, dato che da noi questo film era uscito nove anni prima. Rio Bravo diventa Un dollaro d’onore, Howard Hawks sarà poi il regista di Rio Lobo che, secondo le sue memorie, avrebbe dovuto intitolarsi A dollar of honour ma che cambiò il titolo perché c’era già un cavolo di film italiano che si chiamava così.

Quando poi Herbert Ross girerà Play it again, Sam la confusione sarà massima. Ingrid Bergman in Casablanca sussurra a Dooley Wilson il pianista nero del Rick’s Bar, Play it, Sam. Woody Allen costruirà una commedia teatrale, poi trasposta in un film utilizzando quella frase come titolo. In italiano diventa Provaci ancora Sam che non significa nulla. Per avere un significato logico occorre cambiare il nome del protagonista. Nella versione americana Woody Allen è Allan Felix critico cinematografico in crisi che vive nel mito di Humphrey Bogart e del film Casablanca, da noi diventa Sam. Ma la Bergman chiedeva a Sam di suonare ancora As time goes by, in Italia Sam deve provare a fare cosa? E’ proprio vero che il cinema è finzione, e i film una volta si capivano lo stesso anche se si entrava a metà spettacolo.