Combray

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Polveri di sapone

In Uncategorized on 29 aprile 2012 at 15:08

Non avevo mai amato le polveri sottili, e quella mattina la centralina di rilevamento di Harthchkin prese fuoco. Il sindaco Ron J. Emsdale, un incapace totale, diramò subito una circolare che vietava e-mail per tutto il territorio della contea. Lo sceriffo Shilles Patterston quella mattina si alzò con la solita calma alle 4, per sminuzzare il tradizionale pane secco nel suo acquario di piranhas che aveva riconvertito, dopo lunga terapia psicanalitica, all’utilizzo di glutine.

Il corpo di Jeremy Deadfolk venne ritrovato senza vita, senza portafoglio e a dire il vero anche senza mutande nel fosso del più putrido e puteolento fiumiciattolo di Harthchkin, dove da anni scarseggiavano forme di vita terrestri. Diciamo che Jeremy uno stinco di santo non lo era mai stato, ma ormai aveva messo la testa a posto ed era titolare della cattedra di Filosofia Incomparata nel carcere di Gramercy Sing.

Considerate anche il fatto che Sal Humbstoad, quella mattina di maggio venne lasciato solo da sua moglie e dall’ufficio brevetti. Rosa Woodward in Humbstoad perse la testa per un barattiere nullafacente che, diceva lei, la faceva finalmente sentire una donna realizzata. Solo qualche tempo dopo scoprì che i barattieri non guadagnano una lira e se la guadagnano è senza contributi. In seconda istanza, l’ufficio brevetti di Chest County, comunicò a Sal che la domanda di brevetto n° 47623F relativa a: “Porta antipanico più piccola del mondo” era stata respinta. Nel test effettuato nei locali predisposti dall’ufficio brevetti, una tribù di pigmei zambesi rimase intrappolata nella stanza-test, senza poter uscire per due giorni, finchè non fu liberata da Jeff Wundertamm il fabbro del paese di ritorno dal cimento di Rostov, che lo vedeva protagonista tutti gli anni.

Inutile dire che i pigmei zambesi uscirono di molto incazzati, nonostante la porta antipanico prevedesse un’apertura di sicurezza a passepartout a gangli mobili con combinazione. L’incidente diplomatico che ne seguì è storia nota. Doc Mumbai il loro portavoce aveva un sogno, quello di giocare centro negli Alabama Pusher la squadra più forte del paese. Per mettere tutto a tacere venne accontentato ed inserito nel roster.

Giocò una stagione quasi completa, segnando 5.3 punti a partita con 6.8 rimbalzi di media. Le sue cifre da rookie non furono male, ma considerate sempre il fatto che, per ovvi motivi, negli Alabama Pusher non venivano effettuati controlli antidoping. Il suo movimento più celebre, una finta roteazio con rilascio della palla in gancio, rimase ineguagliato ed in omaggio a Lew Alcindor venne chiamato Ground Hook.

Doc per nostalgia, per saudade e per amore dell’Africa tornò a casa l’anno dopo. Sal, dopo opportune modifiche alla sua invenzione, ottenne il suo brevetto. I piranhas dello sceriffo Shilles, ormai viziati, si nutrivano solo con pizze quattro stagioni cotte nel forno a legna e si scoprì che la morte di Jeremy Deadfolk era stata solo apparente. Aveva infatti bevuto un cocktail di Gramigna Fetis, alla festa di benvenuto data in onore dei pigmei zambesi invitati per il brevetto della porta. Ci si accorse inoltre, dopo accurate verifiche tecniche, che la centralina di rilevamento di Harthchkin era starata e di polveri sottili nella contea nemmeno l’ombra.

Il tutto evaporò come una bolla di sapone, immagine poetica quanto basta per dimenticare che forse le bolle di sapone non evaporano. Solo allora mi ricordai di Murnau di Sunrise e del suo incipit : Life is much the same: sometimes bitter, sometimes sweet e solo allora capii.

Imprese in Bitinia

In Letteratura, Libri on 22 aprile 2012 at 10:50

Anche la storia di Giotto, nel Melzi, è sublime. Tutto giusto, allievo di Cimabue, lavorò molto per i papi Clemente V in Roma e Bonifacio VIII in Avignone, tracciò per quest’ultimo il famoso circolo sì perfetto che sembrava fosse tracciato col compasso. Ma cosa spinge Giotto (di Bondone) all’arte? Qual è il fuoco sacro che muove il suo cuor giovanile e ardente alla pittura? Presto detto, il Melzi è come al solito spiccio e sbrigativo e non usa perifrasi: “Figlio di un pecoraio, s’annoiava assai di quel mestiere. Volle il caso che Cimabue vedesse alcuni dei suoi disegni, maravigliosi per l’età sua”. Appare chiaro che se avesse amato l’esser pecoraio la storia dell’arte avrebbe preso un’altra piega.

Ma la storia ahimè non ha forse indicibili percorsi? Prendiamo Giulio Cesare. Se a scuola spesso non si dice, e il Melzi spesso (come dice Eco) dice e non dice, per quanto riguarda il sommo generale romano, dice. Infatti, oltre alle imprese, alle campagne, all’eloquenza straordinaria che gli permetteva nello stesso momento di: scrivere, leggere, ascoltare e dettare a quattro amanuensi su materie importanti, ebbene un uomo così, come non se ne fanno più, aveva anche lui delle debolezze.

E allora il Nuovissimo dice che: “Fu dissolutissimo; i suoi legionari cantavano sulle sue imprese in Bitinia e sulle sue relazioni col re Nicomede una canzone molto oltraggiosa”. Ma lasciamo Caio Giulio ai suoi patimenti, d’altronde oggidì siamo permeati di canzoni oltraggiose, e veniamo ad una sensibilità ecologica ante litteram di uno scetticissimo Gian Battista. Sugli alberi pensavo ci fosse una tavola o una voce più corposa, invece niente, solo una misera descrizione nella parte linguistica ed una voce sul culto degli alberi nella parte scientifica. Però c’è anche una Festa degli Alberi, promossa da tal Guido Baccelli che si celebra un giorno festivo con l’intervento di autorità e scolaresche il tutto, ci tiene a sottolineare il Melzi, sovente senza sufficiente convinzione.

Mi scuso in chiusura per aver dato del tal a Guido Baccelli, distinto medico romano e uomo politico di fine ottocento, più volte ministro della pubblica istruzione e dell’agricoltura. Scienziato facile, geniale, propugnò le iniezioni endovenose e studiò specialmente la malaria propugnando la bonifica dell’Agro romano. 1832 † 1916

Big man Hal

In Uncategorized on 15 aprile 2012 at 10:50

Il vecchio Hal Sofronskij sfornava pane tutte le mattine, dato che faceva il panettiere. Diciamo che il suo negozio non era proprio ultrachic, un incrocio fra la locanda dei Thenardier ed una topaia. Ma il pane era buono e Hal non era nemmeno il suo vero nome, dato che glielo affibiò nientemeno che Stanley Kubrick, un giorno che era entrato per comprare una rosetta da farcire con tonno e rape rosse (il suo piatto preferito). Sentendolo parlare, con quella sua voce metallica e macchinosa, il maestro disse che gli ricordava Hal 9000. Almeno questo è quello che racconta il buon vecchio Hal quando è sbronzo.

Ma a Coney Island negli anni settanta, tipi bizzarri ne esistevano eccome. Prendete suo nipote Wiggels e quel suo strano trabiccolo con cui consegnava il pane. Si ostinò a montare un hard disk, che allora in pochi sapevano cosa fosse, come scatola nera in caso di incidente. In effetti un incidente lo ebbe, con la signora Dunstan che usciva dal parrucchiere. La investì di netto in un grigio pomeriggio di novembre. La signora Dunstan svenne, sommersa da sfilatini e baguette, e venne fatta rinvenire qualche ora più tardi da Waldo Delicatessen dopo la somministrazione per via endovenosa di due Pelmo-soda.

La Dunstan, moglie di un famoso principe del foro di Manhattan, tal Lindo Hostergosh, fece causa al forno di Hal per 100.000 dollari, inserendo nella richiesta di risarcimento anche una fornitura di pane di Kamut per dieci anni. Venne analizzata minuziosamente la scatola nera-hard disk dai periti che giunsero alla conclusione che una diavoleria simile non avrebbe avuto futuro. L’hard-disk venne così rottamato da uno sfasciacarrozze convenzionato con il tribunale e la causa vinta da Hal, che potè continuare a destreggiarsi fra lieviti madre e farine. Lo scapestrato nipote Wiggels, costretto a lasciar perdere l’elettronica sperimentale, venne obbligato a consegnare il pane servendosi dei mezzi pubblici e più precisamente del 36 barrato che faceva quasi tutto il giro dell’isolato.

Si infransero così i suoi sogni di gloria. Il suo progetto più ambizioso, quello di un microchip da inserire nell’impasto per la rintracciabilità delle pagnotte, fu considerata utopia di un folle.

Scadente non direi

In Uncategorized on 13 aprile 2012 at 00:01

The King of the Naive Style non fu mai ammirato da Franco Fossati. Eppure a me piaceva. Allora non conoscevo ancora gli altri disegnatori di Phantom, il tenebroso tratteggio di Ray Moore o il più moderno incedere di Sy Barry. L’Uomo Mascherato era la pulizia di tratto ed il massiccio impiego di retini di Wilson McCoy. Certo, c’era la vena caricaturale, le storie teneramente ambientate in una giungla, tutto sommato, da operetta ed una certa staticità dei personaggi che non mi dispiaceva.

Ricordo una storia in cui in un villaggio, nel cuore della giungla, un bambino ammalato viene curato da uno stregone con un rito cantilenante, atto a scacciare lo spirito malvagio di Uguru, rito che ovviamente non funziona. La madre allora prende in braccio il bambino dicendo: «Balle. Il bambino ha l’influenza. Lo porto dal dottor Axel per farlo curare.» Lo stregone si toglie allora il mascherone smadonnando in una lingua ignota, mentre il marito della donna si scusa con un: « Mi spiace…ehm…lo sai, con le donne non si discute.»

Invece Franco Fossati, già ne I Fumetti in 100 Personaggi ed. Longanesi 1977 ne parla in maniera non entusiastica: “Quando il suo aiutante (di Ray Moore n.d.r.) Wilson McCoy prese in mano il personaggio, il livello decadde notevolmente sia per ciò che riguarda il disegno che per le storie. In questo periodo l’Uomo Mascherato sembra soltanto la caricatura di sé stesso. Ed è strano che il King Features Syndicate abbia tollerato così a lungo una simile situazione.”  Nel Dizionario Illustrato dei Fumetti Mondadori di qualche anno dopo è ancora più acido, ne fa verbo solo per denigrarlo: “Disegnata inizialmente da Ray Moore, che contribuì non poco al suo successo, nel 1946 venne affidata al suo aiutante, lo scadente Wilson McCoy, e soltanto nel 1961 passa a Sy Barry…” Insomma, al compianto Franco Fossati, che ho sempre stimato, non è mai piaciuto. Chissà se ha mai letto Le olimpiadi della giungla. Magari avrebbe cambiato idea.