Combray

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Opatrum Sabulosum

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 26 dicembre 2020 at 13:03

Ricordo che quella mattina cominciò male. Un Opatrum Sabulosum, noto coleottero amante di luoghi putridi, di colore giallastro ed appartiene all’ordine dei tenebrionidi, si posò sul davanzale della finestra sopra ad una copia della Scuola delle fanciulle nella loro adolescenza Dialoghi tradotti dal francese da una dama romana tomo 1 in Roma MDCCLXXI per il Casaletti a S.Eustachio che avevo messo ad asciugare dopo averne incollato il dorso.

Orbene, forse per antipatia o per la lunghezza del titolo o la vetustità della carta, l’Opatrum Sabulosum vi fece i suoi bisogni noncurante della preziosità del tomo. Non me ne accorsi subito, immerso nella mia lettura giornaliera enciclopedica, passavo alla voce optofono, oregon-pine mentre pensavo ad una cultura così evaporata da immagazzinare nozioni e frattali di foglie come Ireneo Funes dopo la proverbiale caduta da cavallo.

Mi fermai stanco su mietitore, la Piccola Enciclopedia Hoepli tentava così di incrinare le certezze del mio vecchio Nuovissimo Melzi che avevo onorato per anni. Il contadino che miete è per il Cav. Prof. G.B. Melzi un mietitore e ciò anche per il venerando Dott. Ulrico Hoepli ma voi vi siete ai chiesti un uomo col falciolo quanto miete? Beh, presto detto, al massimo due centesimi di ettaro l’ora. Con una mietitrice semplice di larghezza 1,5 metri si falcia 1/3 di ettaro l’ora. Ora ipotizzando l’uso di una mietitrice levigatrice trainata da due paia di bovi si arriva a 1/2 ettaro mentre con un traino a mezzo meccanico per esempio un trattore da 20-25 cavalli conviene attaccare due mietitrici levigatrici per arrivare a 0,75 ettari per ora. Tutto ciò a patto che non si superi una velocità di 4km/h perchè non si deve mietere a velocità superiori a questa.

Elettrizzato da queste nozioni ed avendo contemporaneamente il Melzi aperto, notai che l’Opatrum Sabulosum riprese il suo volo leggero mentre il suo sbattito d’ali ebbe l’effetto di spaginare il volume sulla voce Lucignola, s.f. Specie di lucertola con le zampine cortissime e Lucignolo, s.m. Più fila di bambagia insieme che ardono nella lucerna, nei fornelli a spirito e nelle candele ma anche diventare un lucignolo l. fig. Diventar magrissimo.

Mi ricordai così che dovevo incollare anche di Alberto Cioci: Lucignolo l’amico di Pinocchio edito da R.BEMPORAD & FIGLIO, impreziosito da 63 incisioni di Carlo Chiostri. Ero così giunto a Carlo Chiostri e, mentre la radio melanconicamente decodificava la variazione in frequenza dell’onda portante e, tramite il suo trasduttore acustico riempiva la stanza delle note dell’Idillio di Sigfrido di Wagner, mi sovvenne che il povero Carlo Chiostri altra fama non ebbe quale quella di essere considerato il secondo illustratore de Le Avventure di Pinocchio dopo Enrico Mazzanti.

Amo un assassino

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 20 dicembre 2020 at 21:35

Una bicicletta dell’I.G.EA. corre per una Roma assolata e vuota e si ferma davanti a un portone. L’ operaio addetto alla disinfestazione entra nell’androne mentre si sente un grido. Una donna cade dalla tromba delle scale, il corpo disteso sul pavimento, una ragazza giovane si affaccia per un attimo dal 4° piano, poi tutto il condominio per vedere cosa è successo.

Uno degli inquilini è il commissario Pietrangeli che vi abita con la figlia Silvia, sarà lui a condurre le indagini. Il primo ad arrivare è il maresciallo Palermo, 1370 inchieste in 25 anni di carriera. La donna di cui si sospetta il suicidio è Magda Fiorelli, donna di casa, almeno secondo la carta d’identità. Cominciano i primi interrogatori con i vari tipi del condominio, il maggiore a riposo che pretende di aver trovato il colpevole nell’uomo della disinfestazione, il commendatore con l’amante da nascondere, la cartomante rumena che risulterà essere di Potenza, il signor Leprotti, padre di 5 figli, che aveva chiamato la disinfestazione per le cimici nel suo appartamento ma si vergogna che il condominio lo venga a sapere.

La donna deceduta risulta essere la moglie di Aldo Manni, un inquilino del palazzo, una persona schiva e riservata di cui non si sa nulla. Interrogato rivela che, ritornato dalla prigionia dopo la guerra, la moglie lo ha lasciato e che lo ricatta chiedendogli dei soldi. L’uomo ha un alibi che però sul momento non viene confermato ma c’è un fatto che sconvolge la tranquilla vita del commissario Pietrangeli. La figlia Silvia ha una relazione con il Manni e per difenderlo racconta al padre che quel pomeriggio l’uomo era con lei. L’alibi del Manni verrà però confermato dalla cassiera e dal titolare del bar in cui si trovava l’uomo è così libero e il commissario Pietrangeli derubrica l’omicidio in suicidio.

In realtà nuovi indizi di colpevolezza emergono contro il Manni, la catenina della moglie trovata nel suo appartamento e soprattutto la conoscenza di Silvia con Magda che ricattava anche lei. Il caso viene riaperto, tutto ruota alla donna che il Manni vuol coprire che altri non è che la figlia del commissario che più di una volta tergiversa sulla sua importanza anche con il suo assistente Palermo. Tornato a casa Pietrangeli trova la stanza di Silvia messa sottosopra, per terra l’altra metà della catenina di Magda. Silvia è fuggita, nella testa del commissario l’ipotesi di un coinvolgimento della figlia nell’omicidio si rafforza.

In un drammatico incontro con il maresciallo Palermo, Pietrangeli rivela la verità sulla misteriosa donna complice del Manni. Travolto così dagli eventi, consegna una busta a Palermo con le sue dimissioni. Alla pensione Flaminia, il commissario intima alla figlia di costituirsi, nel frattempo una misteriosa telefonata anonima informa il maresciallo Palermo che la donna accusata è alla pensione Flaminia. Ma è proprio questa telefonata che incastrerà il vero colpevole grazie anche alla musica di sottofondo con cui si risalirà al locale notturno dove l’assassino si è recato per telefonare. Il film termina con il maresciallo Palermo che riconsegna la busta delle dimissioni al commissario.

La recitazione quasi titubante di Umberto Spadaro è perfettamente aderente ad un commissario-burocrate, stanco e prossimo alla pensione, moralmente tutto di un pezzo ma provato probabilmente dalla vedovanza (nel film non se ne fa cenno, potrebbe essere stato lasciato dalla moglie e questo cambierebbe tutto). Non vorrebbe trovarsi in questa situazione dove è conosciuto da tutti e con una figlia giovane che ha una relazione con un uomo sposato.

Andrea Bosic, doppiato dalla stentorea voce di Gualtiero De Angelis, è qui al suo primo film. Aldo Manni è uno dei tanti italiani sopraffatti dalla guerra, tornato dopo la prigionia scopre la verità sulla moglie. Delia Scala invece molto brava e nel personaggio, aiutata sicuramente (ma era la prassi di quegli anni) dalla voce di Rosetta Calavetta. Bravo anche Natale Cirino nella caratterizzazione del fedele maresciallo Palermo. Anche qui un valido contributo dato dal doppiatore Mario Besesti.

Parlare di poliziesco all’italiana è forse fuorviante, nel film aleggia il caldo estivo di Roma, i fazzoletti con cui ci si asciuga il sudore ed una vena melodrammatica che non mi sento di criticare in quanto peculiarità del cinema di quegli anni. Non è forse real-melodrammatico il finale di Ladri di Biciclette?

Partenza ore 7

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 6 dicembre 2020 at 21:38

Il film inizia in un teatro di rivista di Milano, la compagnia di Carlo Campanini, che interpreta se stesso, è sul palcoscenico per il finale dello spettacolo “Tutti al polo”. Tra il pubblico Giorgio (Alberto Rabagliati) il cugino di Campanini venuto a teatro per applaudirlo, al suo fianco compare Raimondo Vianello (non accreditato) che non applaude (Campanini afferma, non lo fa ridere).

Dietro le quinte il trambusto di uno spettacolo di rivista, l’impresario della compagnia Nicolino (Enzo Turco), il direttore di scena Brunetti (Nando Bruno), la primadonna della rivista Lucy D’Orsay, la brava Laura Gore che si rifiuta di prendere il torpedone per Novara dove la compagnia sarà di scena il giorno dopo. Lucy D’Orsay come vedette dello spettacolo pretende un’ automobile, non una scassata Balilla ma un’ Aprilia. Fra tante ballerine c’è Chiaretta, con aspirazioni di cantante che decide di lasciare la compagnia in quanto non è riuscita a realizzare il suo sogno.

Dopo lo spettacolo la compagnia è alla pensione Iris per la cena, in un tavolino Chiaretta è con Carlo Campanini e suo cugino Giorgio. Convinta a cantare Chiaretta, accompagnata al pianoforte, interpreta Passione ed è applaudita da tutta la compagnia. Il giorno dopo alle 7 c’è la partenza per Novara, Lucy D’Orsay non avuta l’automobile richiesta decide di non partire. Campanini allora si precipita a casa di Chiaretta, che aveva già lasciato la compagnia, per comunicargli che lei sarà la nuova cantante. Chiaretta in fretta e furia riempie la valigia ed è sul torpedone per Novara. Il nome di Lucy D’Orsay, su consiglio di Brunetti, è coperto da una pecetta, ora la primadonna della compagnia è Chiaretta Fumagalli. Ma l’esordio di Chiaretta è un fallimento, il fidanzato il rag. Filippo Vismara (Tino Scotti) d’accordo con il capoclaque fa fischiare Chiaretta che abbandona la compagnia e torna con il suo fidanzato dai genitori.

La compagnia dopo lo spettacolo si muove verso Torino, il torpedone è fermato dai briganti, attori e musicisti derubati e lasciati a piedi. In mutande si incamminano nella notte ed arrivano ad una cascina che altri non è che la casa di Chiaretta. I teatranti si spacciano per nobili in quanto i genitori odiano il mondo dello spettacolo e sono contenti che Chiaretta sia tornata a casa. Ma anche il fidanzato di Chiaretta è derubato, arriva anche lui in mutande e scopre l’inganno. La compagnia viene cacciata di casa e riprende il cammino per Torino in carri di fieno con Chiaretta e Giorgio che cantano “Qualcuno ha spento la luna”.

Giunti a Torino, Campanini si rifiuta di recitare se non canta Chiaretta, l’impresario allora si mette alla ricerca di un sosia di Campanini per sostituirlo nella rivista. Lucy D’Orsay infatti è tornata nella compagnia rivendicando il suo ruolo visto il fallimento di Chiaretta. Si presentano allora una decina di sosia compreso il vero Campanini che verrà scelto. L’intento di Campanini è quello di rovinare uno sketch con Lucy D’Orsay, vi riesce cosicchè Chiaretta, mandata in scena per cantare salverà la serata riscuotendo i meritati applusi. Il finale vede Chiaretta al parco del Valentino con il suo nuovo fidanzato mentre Campanini, Rabagliati e Tino Scotti se ne vanno sconsolati con il sidecar guidato dal ragioniere.

La commedia divertente e piacevole ha il pregio oggi di mostrare come viveva una compagnia di rivista, le ballerine, la soubrette, il capocomico, l’impresario, le varie rivalità, il dietro le quinte, le pensioni economiche e il peregrinare di città in città in torpedone. Il film anticipa di qualche anno opere più note quali “I pompieri di Viggiù” sempre di Mattoli che nella non linearità del film rappresenta una raccolta di sketch e scenette con gli esponenti più famosi di allora della rivista italiana da Wanda Osiris a Totò a Carlo Dapporto. Del 1950 invece sono “Vita da Cani” di Steno e Monicelli con Aldo Fabrizi e “Luci del varietà” di Fellini e Lattuada anche se la paternità di quest’ultimo è stata per anni oggetto di polemiche sul presunto ruolo marginale alla regia di Fellini. Entrambi i film, seppur con diversi toni, mostrano uno spaccato autentico e commovente del teatro d’avanspettacolo nell’immediato dopoguerra.

Partenza ore 7 è in definitiva un film musicale e la presenza di Alberto Rabagliati e Chiaretta Gelli lo dimostra. Campanini come al solito spigliato e calato perfettamente nel ruolo di capocomico, alcune trovate nella sceneggiature completamente surreali e tipiche del cinema italiano d’evasione di quegli anni; il torpedone rapinato proprio in prossimità della casa di Chiaretta, l’arrivo in mutande, il trasferimento immersi nel fieno verso Torino. Nei successivi film questa leggerezza si perderà a favore di una rappresentazione più realistica e cruda dell’altra faccia del teatro di rivista, l’avanspettacolo.