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Gianni Brera e l’umanità dimenticata

In Letteratura, Libri on 8 luglio 2011 at 06:00

L’unica padania che riconosco è quella di Gianni Brera. Il problema ora è di capire quanti che votano lega siano in grado di leggere oggi un suo articolo. Non che El Gioânn non si sia divertito in sane schermaglie regionali, imparate il redefossiano, quante volte mi sfruculiano alla radio e alla tv i vostri dialetti solari, ma c’era la consapevolezza di un passato che, nonostante tutto, univa un paese povero afflitto da tare secolari. E poi dialetti solari mi sembra un’invenzione linguistica in cui non si può non riconoscersi.

 L’Italia era diversa, ma la miseria la stessa e si poteva allo stesso modo amare il Redefossi che nasceva dal Naviglio con le donne di corso Lodi  che vi andavano a lavare i panni, e la Napoli plebea in cui ci si doveva alzare all’alba per arrivare in tempo allo stadio.L’umanità antica di Gianni Brera viene fuori in molti articoli, ne ricordo uno legato al Giro d’Italia, che tornò a seguire nel 1976. Sarà il suo ultimo Giro da inviato. Ricordo invece che è stato il primo Giro che ho visto in televisione e l’ultimo vinto da Felice Gimondi, anzi Felix-di-mondi. La prima tappa arriva a Siracusa il 21 maggio ed è funestata da un incidente mortale. Juan Manuel Santiesteban corridore della Kas cade in discesa e muore. Brera intitola il suo articolo Un buon operaio:

 “(…) La sua tragica morte è venuta a funestare quella che il nostro illuso ottimismo considerava una festa di sport. Il mestiere del ciclista non è meno drammatico – ahimè – delle corride che al paese di Santiesteban consentono ai poveri di lottare e vincere – quando vincono – contro la fame, loro eterna nemica.(…) Non ricordo di aver mai visto Santiesteban. Lo immagino magro e triste come chiunque si senta addosso il peso, anzi la condanna di un infelice destino. Penso accorato ai due bambini piccoli, alla infelice sposa che ha lasciato in un misero villaggio come tanti della Spagna, nei pressi di Santander. Al solo ricordarmi di essere partito per un festoso pellegrinaggio attraverso il nostro Paese, mi sento avvilito come se fossi anch’io colpevole di questo lutto malaugurato. Il tragico quotidiano che ci assilla non è altro. Tocca ai vivi di sopravvivere nel dolore. Ascoltassi il mio cuore me ne andrei bestemmiando.(…) Negli occhi dei corridori si leggono pena e sgomento, fors’anche il rimorso di sentirsi per una volta scampati ad un destino sempre in agguato. Il rischio affrontato per gioco è talora insopportabile condanna dei poveri, ma ribellarsi è inutile.”

 Il ciclismo in quegli anni si stava lentamente trasformando, ma era ancora essenzialmente uno sport di contadini e muratori. La parola fame ricorreva spesso nei suoi articoli. Il ciclismo era una passione, ma anche un modo per lavorare forse meno faticoso che coltivare la terra. Il sud del mondo era lo stesso in Spagna come in Italia nella Bassa o alle pendici dell’Etna. E’ questa terra di poveri che domina i suoi racconti, che oggi avrebbe visto nei barconi che attraversano il mediterraneo.

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Giovanni M. e la Vexata Quaestio

In Uncategorized on 29 giugno 2011 at 22:28

Spesso capita che nei salotti buoni si discuta di calcio. Spesso ci si chiede qual è stato il più forte giocatore di tutti i tempi. Spesso il confronto si riduce a due soli nomi, Pelè e Maradona. Qualcuno timidamente inserisce Di Stefano, chi Eusebio, chi Meazza il tutto a seconda dell’età e dei ricordi. Ci si dimentica troppo spesso di Giovanni M.. Mi si obietterà che Pelè ha realizzato più di mille gol in partite ufficiali e Giovanni M. nemmeno uno. Dettagli.

Innanzitutto Giovanni M. era indiscutibilmente più bello di Pelè e Maradona. Era elegante, fine, giocava spesso sulle punte, toccava la palla raramente ma con ammirevole maestria. Non ho più visto calciare un pallone con tanto amore. Era un movimento lentissimo, quasi in slow-motion. Ricordo che mentre calciava si guardava da solo quasi compiacendosi. La sua visione del calcio era puramente estetica. La sua visione di gioco nulla.

Vestito da calciatore venne inserito fra le sette meraviglie del mondo, scalzando i Giardini Pensili di Babilonia. La leggenda vuole che non abbia mai segnato un gol in nessuna partita disputata. Alcuni di noi aficionados si spingono più in là fino ad asserire che forse non ha mai calciato in porta durante una partita. Da terzino, la fascia da lui presidiata è stata per anni terra di conquista dei forward avversari. Gianni Brera dopo averlo visto di sfuggita in un amichevole contro Pagliare, constatò amaramente che il vero abatino era lui, ma ormai non poteva più tornare indietro. Gianni Mura invece lo attaccò sempre con veemenza, dichiarando in più di un’occasione che se ne fotteva altamente delle sue forme fidiache.

Quando lasciò il calcio per via di una caviglia malconcia, soltanto Mario Soldati si ricordò di lui con un breve articolo intitolato Malleolo infame. Ne ripercorse la breve carriera, tracciando un parallelo un po’ ardito fra l’Italia del dopoguerra, il neorealismo e la caviglia malconcia. Famosi sono rimasti molti dei suoi soprannomi, dai più eleganti come Il cicisbeo della pedata ai più velatemente offensivi come L’esteta di questa minchia. Tentò la fortuna in altri sport ma fallì miseramente.

Era un mattocchio estroso

In Letteratura, Libri on 27 giugno 2011 at 06:07

“Intanto, ai centrocampisti si aggiungeva Mariolino Corso, mancino di arguta fantasia pedatoria, che per avere scarsissima voglia di correre era stato pian piano emarginato fino a trovarsi ala sinistra.Ma tutti sapevano che era un ala finta. Herrera lo detestava e ogni anno lo metteva nell’elenco dei trasferibili: puntualmente, Moratti lo depennava: per lui Corso era un genio, e solo parlare di venderlo era un sacrilegio. Forte di questa posizione, Mariolino Corso trattava Herrera come un povero nesci. Quale che fosse l’ordine, lui gli rispondeva con un tasi mona che la diceva lunga sul carattere di entrambi. Herrera abbozzava fingendo di non sentire.

A Mariolino piaceva andarsene trottignando per il campo ed entrare solo nelle fasi che gli dicevano qualcosa. Quando lo vedevano di buona voglia, i compagni intuivano che la vittoria era assicurata. Quando restava ai margini (specie nelle giornate di pioggia), su Mariolino non si poteva contare. Era un mattocchio estroso. Pirlando sulla stampella del destro, usava il sinistro alla stregua di un prodigioso pennello: dribblava di netto, senza scattare mai,e toccava palla con deliziosa insolenza. Sulla via di Santiago del Cile, la nazionale cecoslovacca aveva sostato a San Siro per un’ amichevole con l’Inter. In tribuna erano i tecnici federali e i 22 azzurri che avevano scelto per i mondiali imminenti: Corso era stato escluso e senza darlo a vedere se ne doleva assai.

Giocando contro i cechi, ebbe un’ impennata improvvisa: ne scartò una mezza dozzina, non uno di meno, e giunto al fin della licenza toccò in rete con ciranesca boria: mentre il pubblico tumultava in preda all’entusiasmo, Corso venne trottignando sotto la tribuna dove erano Mazza e Ferrari: piegò il braccio sinistro, la cui mano era chiusa a pugno, e con la destra picchiò sulla doccia del gomito. Il gesto era di clamorosa strafottenza: i tecnici federali si sentirono sollevati quando fu evidente che Corso, squalificato a furor di giudici, non avrebbe in ogni caso potuto far parte della spedizione al Cile”.

Questa è la descrizione di Mariolino Corso fatta dal Principe della zolla in Storia critica del calcio italiano. Il problema di copiare un pezzo di Gianni Brera su word, è che il controllo ortografico impazzisce.