Combray

Combray

 “Combray, di lontano a dieci miglia all’intorno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell’ultima settimana prima di Pasqua, non era che una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava per lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo. Ad abitarla Combray era un po’ triste, come le sue strade, le cui case costruite con la pietra nerastra del luogo, precedute da scalini all’esterno, sormontate da pignoni che facevano scender l’ombra dinanzi ad esse, erano abbastanza scure perché dal primo cader della sera occorresse rialzare le tende nelle “sale” ; strade dai gravi nomi di santi (di cui parecchi si ricollegavano alla storia dei primi signori di Combray): via Sant’Ilario, via San Giacomo dov’era la casa della zia, via Santa Ildegarda, su cui dava il cancello, e via dello Spirito Santo, sulla quale s’apriva la porticina laterale del giardino; e quelle strade di Combray vivono in una parte della mia memoria così remota, dipinta a colori così differenti da quelli che ora rivestono per me il mondo, che in verità mi sembrano tutte, con la chiesa sulla piazza che le dominava, più irreali ancora delle proiezioni della lanterna magica; e in certi momenti mi pare che poter ancora attraversare via Sant’Ilario, o prendere in affitto una stanza in via dell’Uccello ─ nella vecchia locanda dell’Uccello Trafitto, che da ogni spiraglio mandava un odore di cucina che a tratti s’alza ancora in me non meno intermittente e caldo ─ sarebbe un entrare in contatto con l’Aldilà più meraviglioso e soprannaturale che non far conoscenza con golo e discorrere con Ginevra di Brabante.”

Il Giovedì Santo di ogni anno la famigli dello scrittore lasciava Parigi per passare le vacanze di Pasqua a Illiers, ospite del cognato Amiot che aveva sposato la zia paterna di Marcel, Elisabetta. Illiers diventerà nel romanzo Combray. Le foto dei luoghi del ricordo di Marcel esistono, e colpisce la descrizione precisa e puntuale della chiesa che riassumeva tutta la città, della pietra nerastra con cui erano costruite le case, e dei nomi dei santi delle vie.

La descrizione che fa Proust di Combray-Illiers, non è solo poetica e struggente, ma anche reale, e quando scrive che:  A l’habiter Combray était un peu triste ci ricorda con una semplice frase, come l’infanzia e i ricordi legati ad essa ci permettono di sopravvivere al nostro tempo.

Annunci
  1. Si vero … un ricordo …. è un pezzetto di vita che non muore mai …. molto piacevole leggere questo stralcio di Proust 🙂

  2. E’ il suo incontro con Combray, una scrittura minuziosa e particolareggiata per catturare l’incatturabile attimo passato.

  3. Io direi che i ricordi ci permettono di “vivere” il nostro tempo, altrimenti il passato non diventa memoria….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: