Combray

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Il tubo che oscura

In Cinema on 31 marzo 2013 at 08:29

enrico viarisio prima comunione 1950

Mi ero illuso ancora una volta. Pensavo in periodo di triduo (strano, qualche anno fa questa buffa parola non si usava) pasquale anche i detentori di diritti cinematografici fossero più buoni.

Così ieri mi metto alacremente al lavoro per caricare su YouTube un film che pensavo fosse sicuro, e cioè “Prima Comunione” di Alessandro Blasetti, un film del 1950. Preparo con certosino amore i miei file compressi in .avi con codec XviD (il migliore ragazzi, il migliore) e poi uploado (orribile termine, chiedo venia ma se lo meritano) su YouTube la prima parte fiducioso. Ora uploadare su internet non è come downloadare, per cui con una connessione normale ADSL, per caricare sul tubo 15’ di filmato ci vuole circa un ora (con i miei parametri di compressione naturalmente).

Insomma una volta caricata la prima sequenza, vado per cercarla e non la trovo. Entro nel mio account nuovo (a proposito di Epifanies si tratta) e scopro che il suddetto video è bloccato a livello globale dalla Gaumont, che ne detiene i diritti. Già il termine “globale” è ridicolo e mentre mi viene da mormorare “globale un cazzo”, la mia memoria ha uno sfiorito sussulto, e ricordo il film essere una coproduzione italo-francese che vedeva come moglie di Aldo Fabrizi, un’attrice francese degli anni ‘30, Gaby Morlay.

Infatti il film bloccato ha per titolo “Sa majesté monsieur Dupont” che poi è il titolo che i transalpini diedero al film. Di botto scopro che i francesi probabilmente sono più fiscali di noi, per cui l’idea che avevo su di un lavoro sul realismo poetico di Carnè, Renoir e gli altri viene sepolta come il reattore di Chernobyl.

Ma ho un’illuminazione improvvisa. L’unica soluzione per risolvere questo doloroso impasse è quella di caricare il cinema italiano degli anni ’30-’50 su YouPorn, che sicuramente non ha il costosissimo software per il riconoscimento dei contenuti che ha YouTube. Comunque la recensione ieri l’avevo scritta, è qui sotto, mi dispiace solamente che non potete vedere il film.

E’ Pasqua e la figlia del Cav. Carlo Carloni deve fare la comunione. Questo di per se lieto evento, sarà la causa di tragicomici avvenimenti dovuti al vestito della bambina perso e ritrovato. Alessandro Blasetti ne è il regista, il soggetto è di Cesare Zavattini, l’attore protagonista Aldo Fabrizi.

Il film si apre con la voce di un giovane Alberto Sordi che canta una canzoncina pasquale e con il complesso sogno del Cav. Carloni: una donna, la vicina di casa signora Ludovisi (Ludmilla Ludarova), la scuola guida, un bombardamento in tempo di guerra. Il risveglio, il cortile interno sul quale si affaccia la camera di Carloni che ha come dirimpettaia la signora Ludovisi, l’anziano e patriottico Ernesto Almirante caratterista di mille film e lo spazzino senza nome che il commendatore prima o poi farà sfrattare per ampliare i suo appartamento.

Tutto è pronto in casa Carloni, ma il vestito non arriva per cui toccherà al cavaliere avventurarsi con l’auto nuova per le vie di Roma alla ricerca della sarta che non ha ancora consegnato il vestito. Per le scale sarà Aldo Silvani a consigliare ad Aldo Fabrizi di bagnare le scarpe per evitare quel fastidioso rumore. Ma sono i bambini, come in molti altri film di Zavattini, ad essere protgonisti involontari della vicenda, strattonati, vestiti a forza, condotti in chiesa e vessati per tutto il film dai loro genitori. Il Cav. Carloni dal canto suo è il classico italiano borghese del primo dopoguerra, arrogante e classista, odia i poveri da cui forse proviene, litiga con i facchini di un camion, con i vigili che lo hanno fermato e con la sarta in ritardo con la consegna. Riesce a far suo il vestito, ma l’auto è in panne, bisticcia con un signore su un taxi e decide quindi di tornare a casa in autobus.

Ma è qui che lui lo attende colui che nessuno di noi vorrebbe mai incontrare in un giorno di festa su di un mezzo pubblico, l’uomo con la bombetta, uno strepitoso ed incommensurabile Enrico Viarisio che proferisce con ampio gesto della mano, dopo un omerica litigata sopra un autobus strapieno, l’ offesa mortale per qualunque italian citizen: “Cornuto!” Il parapiglia è caotico, Carloni scende dall’autobus posa il pacco con il vestito in un edicola e chiede ad un ignaro signore zoppo di far la guardia. Poi l’incontro con il vigile (Dante Maggio) a cui chiede di fermare il traffico per ritrovare l’ uomo in bombetta. La sequenza che segue è neorealisticamente zavattiniana con lo zoppo, reo di aver rubato il pacco, inseguito da preti in svolazzanti abiti talari e muratori in canottiera.

Poi il triste ritorno a casa a mani vuote e la subdola richiesta allo spazzino vicino di casa di barattare l’abito di sua figlia con soldi ed un paio di scarpe nuove. Dopo vani tentativi di adattare per la bambina un vestito della signora Ludovisi e quello di ritardare la cerimonia in chiesa, sarà “il zoppo” allora ancora non politicamente scorretto, a riportare il vestito per il lieto fine del film che vedrà anche il pentimento del Cav. Carloni che esclamerà con veemenza alla moglie Maria (Gaby Morlay) in un momento di sconforto: “Io sono un porco!”

In breve, qui abbiam Blasetti e Zavattini che forse non so, magari è possibile, farebbero recitare decentemente anche Bisio ed Abbatantuono (ma non ci credo) perchè è chiaro che i due di cui sopra scomparirebbere accostati a Lauro Gazzolo ed Aldo Silvani (quest’ultimo poi venne chiamato soltanto per salir le scale). Taccio poi sull’ eclettismo del Blasetti, sulla sua conoscenza del cinema, e sull’utilizzo virtuoso di numerosi caratteristi/attori italiani in contrapposizione al cinema neorealista che li rifiutava anche come protagonisti. La sfilza di costoro risulta in questo film impressionante, da Enrico Viarisio a Dante Maggio, da Lauro Gazzolo ad Ernesto Almirante, da Aldo Silvani ad Amalia Pellegrini, da Carlo Romano a Silvio Bagolini. Il film non ebbe il successo sperato anche per via del titolo che, per opposti motivi, allontanò dalle sale sia laici che cattolici.

Recherche a molla

In Letteratura, Libri on 23 marzo 2013 at 15:08

nrf hommage a marcel proust

Non capita tutti giorni di essere felici. A volte questo stato ci sfiora e non lo cogliamo appieno, come quel pomeriggio che titubante non acquistai “Realismo neorealismo e controrealismo” di Carlo Muscetta.

La realtà monodimensionale che accarezzavo sotto forma di eccentrico comunismo, cullava dolcemente i miei più bassi istinti, forse per quello che la molla dell’avvolgitore della tapparella mi abbandonò quella mattina in un amen.

Io che già ero avvilito dal dipanarsi dalla mia vicenda di essere umano, accettai con filosofia l’amara tegola ed inforcai l’automobile, anche se mi sarebbe piaciuto inforcare una bicicletta, ma nel country in cui vivo se ne permette l’uso soltanto ai benestanti. I proletari vengono fatti lavorare in opifici, costruiti in lande deserte ed inaccessibili ai mezzi pubblici nelle ore del comune progredire.

Entro nel Brickhostoreforyou e mi aggiro felice fra mille diavolerie meccano-tecnologiche, che mi fanno sentire moderno e nello stesso tempo a mio agio con la tristezza di tutti i giorni. La sventura di chiedere lumi ad un commesso, fa crollare di botto l’eden a base di castello di carte che mi ero costruito. Con fare tra il saccente ed il commiserativo, mi minaccia che se non porterò nel  Brickhostoreforyou buona parte della serrandina debitamente sradicata dall’appartamento, difficilmente si potrà risalire al corretto formato del pezzo da sostituire.

La mia mente come Hal 9000 svanisce in un sol colpo e mentre pasolinianamente rifletto sul progresso come falso progresso, mi immagino novello presidente del consiglio emanare come primo atto di una lunga e sfavillante carriere politica, un decreto che uniformi la pezzatura degli avvolgibili delle tapparelle. Esco sconsolato dal  Brickhostoreforyou, vorrei distruggere con una mazza ferrata l’insegna al neon che lo reclamizza con arrogante baldanza: “Realizziamo i vostri sogni con filettature da un pollice e mezzo” ma la mia educazione gandhiana mi frena.

E’orami tardi. Rimando tutto a domani. In zona c’è un negozietto che vende cianfrusaglie che frequento ogni tanto. Entro e mentre mi avvento per una rapida occhiata ai libri, il padrone mi guarda in cagnesco consultando l’orologio. Sono tentato da “Il setter da caccia” ma non ho la materia prima e cioè il cane, poi in un angolo una costola strana su cui leggo 1923 Janvier – La Nouvelle Revue Française”. Sfilo il volume con farisaica ambizione e leggo sul frontespizio: Hommage à Marcel Proust. Come un sputnik impazzito, questa scheggia di storia è precipitata in questo assurdo posto, materializzandosi con la mia essenza complice un’ avvolgitore smollato.

Dopo 90 anni il libro in-ottavo è in buonissimo stato, potrebbe addirittura essere stato toccato da Robert Proust o Madame Anna de Noailles. Ne pago il dazio di tre euro ed esco, con la serranda principale del negozio che inizia a chiudersi inceppandosi proprio sul più bello e costringendo il tizio titolare dell’attività a dormire nel mercatino in un letto a baldacchino, usato da Joe d’Amato per un porno B-Movie. Adagio il libro sul sedile davanti e, colto da uno scrupolo paterno, gli aggancio anche la cintura di sicurezza dell’auto. Poi, messo in moto il motore, mi avvio verso casa, ripensando alla giornata trascorsa ed alla pantomima stressante che ognuno di noi recita fra il sublime ed una gloria che non arriverà mai.

La Nouvelle Revue Française più nota sotto l’acronimo NRF nel gennaio del 1923 fa uscire un numero speciale dedicato a Marcel Proust scomparso soltanto due mesi prima il 18 novembre del 1922. L’Hommage à Marcel Proust è una raccolta di ricordi, testimonianze e piccoli saggi con nomi che vanno dal fratello Robert, al suo editore Gaston Gallimard, a Jean Cocteau, Paul Morand, Valery Larbaud,Lucien Daudet, Jacques-Emile Blanche (autore del suo più celebre ritratto esposto al Musée d’Orsay) a Paul Valery. 

L’Avventuriera scomparsa

In Cinema on 16 marzo 2013 at 14:50

L'avventuriera del piano di sopra 1941 clara calamai

Tutto si è compiuto alle ore 13:03 del 12 marzo 2013. E’ questa infatti l’ora della notifica della chiusura del mio account su You Tube. La mail relativa al fattaccio è questa:

«Gentile Monsieurmabeuf: Abbiamo reso inaccessibile il seguente materiale a seguito di una notifica di terze parti inviata da RIPLEY’S FILM secondo cui questo materiale vìola il copyright:

L’avventuriera del piano di sopra_1941_1/2”. Questa è la terza notifica che abbiamo ricevuto in merito a una presunta violazione del copyright in una delle tue pubblicazioni. Di conseguenza il tuo account è stato chiuso. Se una delle tue pubblicazioni è stata erroneamente identificata come lesiva del copyright, puoi presentare una contronotifica. Puoi trovare informazioni su tale procedura nel nostro Centro Assistenza.Tieni presente che, in caso di presentazione di una notifica falsa o in cattiva fede, potresti essere passibile di denuncia nel tuo Paese.

Cordiali saluti, il team di YouTube.»

Avevo già affrontato l’argomento (non amo autocitarmi ma devo farlo) nel post dell’11 novembre 2013 dal titolo “Cinema violato”. Il film incriminato questa volta è una commedia del 1941 per la regia di Raffaello Matarazzo con Clara Calamai e Vittorio De Sica. Si tratta di una sequenza una di 4’24” caricata su You Tube nel maggio dello scorso anno. Tutto il lavoro fatto in più di una anno è perduto, 154 sequenze filmiche cancellate per far piacere a non si sa chi.

Immagino già frotte di appassionati di cinema accalcarsi disordinate nei negozi che vendono il dvd del film. D’accordo, non ho i diritti e sono dalla parte del torto, è giusto che sia considerato potenzialmente un criminale che attenta alla fragile economia italiana postando film a iosa su You Tube. Persino mia moglie oggi a pranzo ha sentenziato: “Tu finirai male” mentre con disprezzo mi riempiva il piatto di pasta scotta.

E l’amore per il cinema, quello disinteressato dico io, quello degli appassionati che si ritagliano il tempo libero per queste cazzate dove lo mettete. L’accessibilità gratuita a certi film dovrebbe essere garantita da un eventuale ottavo emendamento che dovrebbe vietare le cauzioni, le multe eccessive e le punizioni crudeli o inusitate. La cosa che più mi irrita è quella che oggi tutto ma proprio tutto abbia un prezzo e sia protetto da diritti d’autore, persino le stronzate che a notte fonda dicono Marzullo e la moglie di Ferrara, straparlando di cinema.

Eppure reputavo interessante questa interazione che avevo tra il blog ed il canale su You Tube, ma evidentemente la cultura ha un senso solo se genera denaro, altrimenti è sterile come masturbarsi. Ora che per una sequenza di 4’24” di un film di 72 anni fa (per Napoleon si trattava di 86 anni fa) si debbano detenere dei diritti che impediscono di condividere, senza scopi di lucro il film in rete, cancellando in un sol colpo tutto il lavoro fatto con disinteressato amore, beh diciamo che tanto democratico non è. Potrei anche capire se avessi caricato l’intero film cosa che impedirebbe (forse) la vendita del dvd, ma non è così.

In più la faccenda dei diritti di film di 70-80 anni fa è ridicola. Ma chi ci deve ancora guadagnare, gli eredi del regista, degli sceneggiatori, degli attori? E perchè no i costumisti, gli elettricisti, i truccatori, i macchinisti, d’altronde il cinema è opera collettiva e non meramente individuale. E poi l’opera filmica non diventa opera nel momento in cui esce nella sala ed è condivisa con il pubblico? E chi ha realizzato il film non è già stato pagato per la sua prestazione? E senza il pubblico chi girerebbe film?

Ma la faccenda dei diritti è ridicola in generale, per cui vedo sperduti blog in rete protetti dalla licenza Creative Commons, amici to share, to share… Si arriverà al punto di non poter più dire o scrivere Che bella giornata o C’era una volta perchè trattasi di frasi già usate da qualcuno.

Sono stanco. La foto di questo post è tratta dal film incriminato. Una splendida Clara Calamai che di lì ad un anno girerà Ossessione con Luchino Visconti, film che rivoluzionerà il cinema non solo italiano. Spero che l’interazione fra blog e You Tube di cui parlavo prima non porti anche alla chiusura del blog. Magari non si possono nemmeno utilizzare frame del film perchè protette anche quelle. Magari proteggere il potere d’acquisto dei salari sarebbe meglio, ma proprio magari.

Ieri al lavoro ero triste. In fabbrica lo si è spesso. Però ogni tanto capita che qualcuno ti chieda cos’hai fatto. Spiegato l’accaduto ad una collega, parlando dei film, della condivisione, dei contatti che avevo e che non ho più con quanti mi chiedevano informazioni e film da caricare mi sono sentito rispondere “E perchè lo hanno fatto: era una cosa bella”. Nella mia baldanza di intellettuale fallito non ci avevo mai pensato; è vero, era una cosa bella.

Volodja all’Alcazar

In Uncategorized on 10 marzo 2013 at 07:39

vladimir yascenko

Mio nonno soleva esclamare nei momenti di difficoltà e, quando intorno a lui vedeva non poco casino, un paio di frasi standard che  oscillavano da “ …e che siamo al casino di Nuova York!” a “…e che è, l’assedio dell’Alcazar?”.

Anni dopo mi ritrovai in vacanza a New York domandare ad ignari passanti del casino omonimo, ma nessuno seppe rispondermi con esattezza, anche se i più anziani mostravano un certo non sopito interesse, compreso un policeman tarchiato che interpellai all’angolo della 34esima che con ampi gesti dell’avambraccio mi mandò a quel paese.

All’Alcazar non sono mai stato, secondo il Melzi trattasi del nome dei palazzi dei re mori a Siviglia, a Segovia e a Toledo. Sfogliando il Melzi per giungere all’Alcazar mi imbatto in Alluminio che fu scoperto nel 40 avanti Cristo da un operaio Romano. Questi avendo presentato a Tiberio un vaso di tal metallo, fu messo a morte per ordine dell’imperatore dato che il tiranno prefigurò il crollo del prezzo dei metalli preziosi a causa della scoperta. Perchè poi un operaio debba presentarsi con un vaso di alluminio da un imperatore, solo il Melzi lo sa.

Digressione a parte, molto probabilmente mio nonno nell’esclamazione citava l’austero film di Augusto Genina del 1940 con un sempre cupo Fosco Giachetti nel ruolo del capitano Vela. Io non lo stavo molto a sentire, nel mio vagare fra pedantesche preoccupazioni adolescenziali e gli echi dei drammatici fatti che si avvicendavano nel mio paese. Poi, il 12 marzo del 1978 pensai che tutto si era compiuto. Un diciannovenne ucraino di nome Vladimir Yascenko, durante i campionati europei indoor di atletica leggera a Milano, scavalca ventralmente l’asticella posta a 2,35m, stabilendo il nuovo record mondiale di salto in alto. La sua banale esultanza dopo il record, la ricordo come l’objet trouvé di quegli anni senza speranza.

Dopo divorzieremo

In Cinema on 2 marzo 2013 at 14:05

vivi gioi dopo divorzieremo

Vivi Gioi è Grace, commessa che lavora nei grandi magazzini in una imprecisata città americana dove vige una regola ferrea: il divieto di sposarsi da parte delle commesse pena il licenziamento.Le ragazze che vi lavorano risiedono in un gineceo-palazzo dove è vietato agli uomini entrare.

Grace divide il suo appartamento con Fanny (Lilia Silvi)  impiegata come cassiera in un ristorante. Amedeo Nazzari è Phil, violinista squattrinato che si introduce nel gineceo spacciandosi per un tecnico della società dei telefoni. All’appartamento 316 sesto piano, c’è l’apparecchio guasto ma anche Grace sua nuova fidanzata. Accolto dall’esclamazione “Un uomo!” da parte delle ragazze che giocano nel corridoio, Phil fa la conoscenza dell’austera e severa direttrice dell’alloggio la signora Agnes (Lia Orlandini).

Phil dopo non aver riparato il telefono, rimane a cena da Grace e Fanny ma viene scoperto dalla direttrice che decide che Grace l’indomani lascerà l’appartamento. A questo punto Fanny per salvare l’amica, fa credere alla signora Agnes che Phil è il suo fidanzato che a breve sposerà. La soluzione per il pasticcio può sembrare assurda ma non è così. Fanny e Phil si sposeranno per poi divorziare e permettere a Grace coronare il suo sogno d’amore senza perdere l’impiego. Fanny si mette al lavoro per la lista di nozze mentre la direttrice si intrattiene allegramente con il futuro sposo.

Il matrimonio tra Phil e Fanny è avvenuto (non si sa dove nè con quale rito, ma questo è secondario) e siamo al ricevimento. Non dimentichiamoci che l’ambientazione è americana per cui si mettono alla berlina certi comportamenti leggeri quali la semplicità nell’ottenere il divorzio, la sontuosità pacchiana delle portate del pranzo ed un certo ottimismo di fondo nella vita che in Italia, in tempo di guerra, non si respira. La fine del film vedrà trionfare l’amore fra Phil e Fanny e la rinuncia a tutti i propositi di divorzio precedentemente concordati.

La semplicità della trama unita ad un intreccio inverosimile tipico del cinema dei telefoni bianchi (cinema che il buon Gian Piero Brunetta si sforza di definire Cinema Déco) viene guidato magistralmente da Nunzio Malasomma non a caso uno dei maggiori registi di quegli anni. Amedeo Nazzari troppo spesso sottovalutato è qui all’apice della popolarità, mentre Vivi Gioi, nome d’arte di Vivien Trumphy, svolse una fitta carriera nell’ambito del cinema dei telefoni bianchi. Di una bellezza cosmopolita ed americana che poco aveva di italiano, venne ingiustamente messa da parte nel dopoguerra recitando in film minori, ma svolgendo nel contempo un’ intensa attività teatrale con le maggiori compagnie dell’epoca.

Vi rimando come sempre su You Tube per alcune sequenze che ho caricato.