Combray

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Un giorno d’ottobre

In Letteratura, Libri on 30 ottobre 2011 at 19:36

Un giorno d’ottobre come tanti. La triste situazione internazionale, lo spread con i titoli tedeschi, le puttane del presidente, tutto contribuiva al mio malessere mattutino. Domenica è sempre domenica, pensai in un sussulto di originalità interiore, e tirai dritto verso la piazza, dribblando le macchine parcheggiate sui marciapiedi. Due vecchi uscivano da una chiesa lamentandosi per il Te-Deum carente nella sezione alto-decibel del coro, mentre io mi domandavo se sarebbe stato meglio rimanere a casa a dormire. Poi i primi libri mi tranquillizzarono. Una biografia di Beniamino Gigli, Conversazione in Sicilia di Vittorini, grave pecca non l’ho mai letto. In fondo alla piazza, vicino alla fontana con gli Stegosauri, c’era sempre il tizio da cui mi rifornivo.

Cominciai a rovistare svogliatamente, nella mia solita posizione da ricevitore. E’ risaputo che tutti i più grandi catcher nella storia della Major League Baseball sono anche eminenti bibliofili, per via della posizione che favorisce il reperimento di qualsivoglia volume. Non lo cercavo, non ci pensavo ma era davanti a me, in ottimo stato, quasi nuovo. La copertina era color rosso mattone, anzi il libro sembrava un piccolo mattone tanto era compatto ed essenziale. Era senza sovracoperta, non doveva averla mai avuta dato che incisioni e fregi erano in leggero rilievo. Un piccolo albero stilizzato secondo la moda liberty dell’epoca, partiva sulla sinistra diventando più folto verso l’alto dove la chioma tendeva verso destra, con alcune foglie che cadevano, quasi a voler simbolicamente rappresentare il sapere perduto. In mezzo il titolo in argento: “Il Nuovissimo Melzi dizionario completo” incorniciato da una teoria di puntini anch’essi argentati. Due binari a rettangolini nero-argento sezionavano l’incorniciatura del titolo, che veniva chiusa ai lati da due fregi neri, simili ad una trama di tessuto fortemente ingrandita.

Ebbi un attimo di smarrimento e nello stesso tempo di eccitazione, sensazioni che mi riportarono ad un infanzia felice, quando vidi per la prima volta la Fenech fare la doccia nuda ne “La soldatessa alla visita militare” del compianto Nando Cicero. Temetti per un attimo di svenire, in quei momenti concitati mi parve anche di sentire qualcuno gridare, “I sali presto!” ma mi ripresi. Sfogliai il volume inebriato dal caso e dal destino che, quel giorno mi avevano condotto a quella latitudine e a quella longitudine. In onore del mio maestro cominciai a salmodiare le caratteristiche del volume: Il Nuovissimo Melzi ed. 1922, 4550 incisioni, 93 tavole di nomenclatura figurata, 59 carte geografiche, 1150 ritratti, 1075 figurini e tipi dei paesi diversi, 16 cromolitografie, 376°-380° migliaio, poi il mio precursore mi condusse alle due voci primarie “Supplizi” e “Platone”, immutate dall’edizione del 1905.

Finalmente sereno, con il mio Melzi sotto il braccio, entrai nel primo bar aperto. “Alfred, il solito”- apostrofai il barista con la mia solita sicumera. Il signore dietro al bancone, che forse non era nemmeno il barista, mi guardò facendo finta di conoscermi, stappò una Pepto Cola e la versò nel bicchiere. La tracannai tutta d’un fiato, non pensai a nulla, chiusi gli occhi immaginando questo paese diverso.

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Sunrise di F.W.Murnau

In Cinema, Letteratura on 29 ottobre 2011 at 10:47

Attilio Bertolucci racconta il suo incontro con Aurora di Murnau. Aveva 16 anni, era il 1927 ed in Italia non esisteva ancora una vera critica cinematografica. Riusciva a leggere qualcosa di cinema su riviste francesi. Si era sul finire del muto, Aurora esce a Parma un lunedì. Attilio con altri due amici fra cui Pietrino Bianchi, in seguito critico cinematografico, si reca al cinema ma la pellicola non è arrivata. Racconta il poeta che tanta era la passione per il cinema che: “…dall’emozione dal desiderio di vederlo mi è venuta la febbre a trentotto”.

La deriva elitaria e pornopopulistica del cinema di oggi mi induce a pensare che ciò che chiamiamo cinema, altri non è che una forma di spettacolo degenerata. Potremmo ancora mettere sullo stesso piano queste due diverse forme filmiche, a patto di trovare un ragazzo di sedici anni febbricitante per il mancato arrivo di una pellicola. Se lo trovate non basta. Nel 1942 François Truffaut ha dieci anni e una gran voglia di vedere Les visiteurs du soir di Marcel Carné. Decide di non andare a scuola. La sera stessa sua zia lo porta al cinema. Il film è già scelto: Les visiteurs du soir. Il piccolo François non confesserà mai di averlo già visto il pomeriggio. Truffaut, Bertolucci e Murnau in interessanti rimandi. Aurora viene considerato il più bel film della storia del cinema da Truffaut. In un intervista Truffaut sulla critica cinematografica, laconico e definitivo: “Un regista, oggi, deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che magari non avrà mai visto un film di Murnau”.

Mon cher François, forse perché oggi viviamo in democrazie consolidate, forse perché siamo circondati da geni, oggi è addirittura possibile diventare registi senza aver mai visto un film di Murnau. Che cos’era il cinema di allora se ci si ammalava per non aver visto un film oppure si marinava la scuola? Arte popolare innanzitutto, nata come fenomeno da baraccone ed allevata nei primi anni di vita con amorevole cura da Georges Melies e le sue fantasmagorie. Vedere i film delle origini oggi è impossibile, il nostro giudizio si è ramificato e sedimentato verso il basso a causa degli ottant’anni di cinema che sono seguiti. Vederli come reperti o da studiosi è esercizio inutile. Ricreare un mondo non è possibile. Bisogna quindi, per un giudizio leale e sincero, affidarsi al ricordo di chi li ha visti in quelle sale e su quelle poltrone.

Così il racconto di Bertolucci prosegue nell’entusiasmo delle didascalie di testa, quando il film viene presentato come il canto di due esseri umani. Murnau nel suo primo film americano mette in scena un racconto naturalistico di Hermann Sudermann, trasformandolo. La storia d’amore fortemente lirica, viene tratteggiata in maniera addirittura antinaturalistica. La campagna è sempre mostrata in una bruma perversa quasi impalpabile, la città viva e rumorosa è attraversata dai protagonisti Janet Gaynor e George O’Brien con leggerezza e stordimento, le situazioni addirittura fantastiche come nell’improvviso e assurdo tram che sbuca nel bosco e che lentamente porta in città, con il paesaggio che cambia osservato dai finestrini: il lago, le barche, qualche casa, uomini di periferia, tralicci, insegne, carri, cavalli, auto, fumo, piazze, traffico caotico di persone e mezzi. Attilio Bertolucci ricorda questa sequenza con nostalgia, definendola sequenza poetica. Così come nella poesia ricordiamo una bella sequenza di versi, così nel cinema si può ricordare una bella sequenza di immagini.

Le immagini e i volti rappresentano l’essenzialità del cinema di quel periodo. Il film parlato modificherà questa struttura distruggendola, e l’idea di Murnau sulla cinepresa dimenticata, teorizza semplicemente il sonoro come contrapposizione di un mondo perduto. “Il film sonoro significa un grande progresso nel cinema. Sfortunatamente giunge troppo presto: avevamo appena cominciato a trovare una via per il film muto, stavamo facendo valere tutte le possibilità della cinepresa. Poi ecco l’avvento del film sonoro e la cinepresa è dimenticata, mentre ci si lambicca il cervello per imparare a servirsi del microfono”.

Un pomeriggio felice

In Uncategorized on 3 ottobre 2011 at 22:33

L’attesa era finita. Usciva in un grigio pomeriggio invernale, dopo mesi di indiscrezioni e troupe cinematografiche che si aggiravano nei pressi della rotonda, “Il vizio ha le calze nere” opera prima di Tano Cimarosa. Anche la settima arte si era ricordata di San Benedetto, ad 80 anni esatti da quella sera al Boulevard des Capucines. Una folla di disperati si diede appuntamento a piazza Nardone. Il Cinema Teatro Pomponi fu preso d’assalto dai facinorosi, così si chiamavano in quegli anni, alle quattordici in punto. La polizia usò gli idranti e il parroco della Marina scomunicò preventivamente, ipso facto, chiunque avesse pensato minimamente di mettere piede dentro al cinema.

Il film, anche se vietato fu visto un po’ da tutti. Bordate di fischi accolsero le scene girate in Ascoli. “Disonesti” gridò qualcuno in platea, “così si carpisce la buona fede del cittadino.”  Mugolii di soddisfazione riempivano la sala quando San Benedetto veniva mostrata dalle magistrali inquadrature di Tano. La trama seppur esile, una mezza dozzina di donne sgozzate, risultò avvincente, moderna nei temi trattati e con un calibrato plot narrativo . Da giusto contrappunto fece la recitazione degli attori, sobria e misurata, da molti giudicata quasi spartana. Un boato di sghignazzi scosse la sala quando il commissario Lavena diramò l’ordine via radio di bloccare l’aereoporto. Non mancò neppure una sottile critica sociale, che farà dire al brigadiere Pantò, alias Tano Cimarosa, in un momento di sconforto: “Per me le cose vanno male perché chi comanda non capisce un cazzo.”

Rimanemmo delusi per via del titolo, che feticisticamente parlando prometteva tanto, ma che risultò un bluff. Le calze nere erano quelle del killer, sempre inquadrato dalla rotula in giù, che indossava calzettoni neri simili a quelli degli arbitri di calcio. Fu un vero peccato non sfruttare appieno le potenzialità, le calze, e le gambe di Dagmar Lassander. Uscimmo felici, senza aver capito bene la trama, ma con la cultura che aveva sfiorato la nostra città. “Però, le scene saffiche erano girate bene” disse Cianelle detto Lu scienziate. “Le scene che?” rispondemmo quasi tutti. Tornammo a casa in fretta.  Il giorno dopo era in programma “Андрей Рублёв” del maestro russo Andrej Tarkovskij e non volevamo perderlo.