Combray

Naufragar Kitsch

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 9 gennaio 2017 at 23:26

liceo_leopardi

Operazione apparentemente artistica che surroga una mancante forza creativa attraverso sollecitazioni della fantasia per particolari contenuti (erotici, politici, religiosi, sentimentali).

Così definisce il Kitsch l’enciclopedia tedesca Knaur, citazione ripresa dal risvolto di copertina di Kitsch antologia del cattivo gusto di Gillo Dorfles, Gabriele Mazzotta Editore, Milano, terza edizione, novembre 1972.

Quella mattina la vita umana mi sembrò più complicata del solito e, quando varcai la porta di casa mi resi subito conto che la mia formazione politica latitava paurosamente sotto la scure di un neocapitalismo pernicioso; a nulla sarebbero valse le mie rimostranze all’ufficio dell’igiene dove mi stavo recando per formalizzare burocraticamente alcune perdite nella mia libreria. Mentre camminavo a testa bassa per una migliore visuale estetica delle mattonelle, di riflesso un manifesto appeso catturò la mia attenzione.

Uno Zio Sam, con le fattezze di Giacomo Leopardi, mi richiamava all’ordine e con voce stentorea mi intimava: «We want you al Liceo Classico G.Leopardi». Alzai la testa stordito ed amareggiato, di fronte al mio corpo ormai inerte campeggiava il manifesto più ridicolo e ottuso che mente umana avesse mai potuto concepire.

Un Leopardi antistoricamente pimpante che, con una sicumera a me ignota (ma forse avevo sbagliato scuole), grottescamente si rifaceva ai manifesti di arruolamento statunitensi della I e II guerra mondiale. Il poeta non era solo, dietro di lui con sguardi compiacenti (o quasi) altri scrittori e filosofi in ordine sparso che partecipavano all’allegra rimpatriata, come in quelle tristissime cene in cui ci si ritrova dopo anni senza sapere cosa dirsi.

Affranto ebbi un attimo di cedimento e fui lì lì per svenire, barcollai vistosamente, la signora dell’ufficio dell’igiene, per deformazione professionale, mi venne incontro con un pappagallo che sdegnosamente rifiutai indicando l’orrendo manifesto. Nel trambusto che ne seguì uscì anche il camerlengo generale dell’ufficio citando versi di Byron tratti dal Manfred (credo nella traduzione di Carmelo Bene ma la mia mente vacilllava e non ne fui sicuro) chiedendomi il perchè di quel cedimento.

Indicai il manifesto con un dito e dissi due parole di velata critica sull’opera. Il camerlengo mi redarguì allora pesantemente, dicendomi di essere ancora legato a stereotipi culturali del cazzo e che il mondo sarebbe andato avanti anche senza i miei svenimenti stendhaliani. Ribattei che di Kitsch culturale si trattava ed avrei difeso il poeta dall’oltraggio che lo aveva ridotto un volgarissimo beach-boys californiano intento a lusingare la massa, soggetto inoltre ad un patetico ed eunuco troncamento del nome in G.Leopardi. Sarei ricorso alla Corte Suprema e portato sul banco degli imputati i responsabili dell’immondo misfatto.

Venni cacciato dall’ufficio dell’igiene dagli inservienti che rozzamente calpestarono non solo la mia persona ma anche i miei propositi di vendetta data l’inesistenza della Corte Suprema in Italia. Avvilito tornai a casa senza saper nulla della mia pratica e con un magone culturale che poche volte avevo avuto.

Quella sera riflettei crocianamente sull’arte come intuizione del sentimento e sui libri mastri del liceo classico Leopardi che avevano bisogno di iscritti, possibilmente da non bocciare.

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