Combray

La terza secca

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 4 settembre 2016 at 10:44

la terza secca

Per molti anni ho fatto sempre lo stesso sogno.

A tutti piace raccontare i propri ed essere ascoltati, ma se devo ascoltare qualcuno beh, allora lasciatemi dire che Fred Bongusto che canta Malaga non mi ha mai lasciato indifferente, così come l’arrivo di Fausto Bertoglio sullo Stelvio secondo a mani alzate dietro Francisco Galdos.

Avevamo sempre vagheggiato dell’esistenza di una terza secca ma nessuno l’aveva mai vista. Sprofondavamo spesso tra i flutti, convinti di trovare il nostro paradiso perduto che si manifestava in un intricato groviglio di alghe appiccicate ai nostri capelli che, le nostre madri, scrostavano in scriminature alla tedesca mediante l’utilizzo di pettini di osso di stegosauro.

La sera, spossato da quelle giornate estive memorabili, mi addormentavo in canottiera sul letto scoperto, con i Fantastici Quattro sul petto che mi proteggevano. Le innumerevoli madeleines di quelle estati martellavano incessantemente il mio fragile io, già allora disposto a corrompersi per poche emozioni.

Mi trovavo così al largo, molto lontano dalla riva a camminare con l’acqua al livello delle ginocchia. Questa lontananza provocava in me una sensazione di disagio esistenziale, no, non era paura ma l’idea di una certezza che si abbassava al misero livello delle cose terrestri, scontata e meschinamente attraente.

La paura poi prevaleva e, la sensazione che ne seguiva era di smarrimento filosofico, l’idea che il Dottor Destino potesse prevalere contro le forze del bene mi faceva sobbalzare dal mio sudario svegliandomi. Freneticamente allora le mie dita sfogliavano il giornaletto che rimaneva sul vago rimandando tutto al numero successivo in edicola tra quindici giorni.

La domenica mi svegliavo al ritmo di Mario Riva che con voce limpida e gracchiante usciva dal giradischi di mia nonna, donna metodica e rigida nelle sue scalette musicali mattutine. Subito dopo infatti erano le note di Ma l’amore no a cullarmi ancora, nella versione di Giovanni Vallarino che mia nonna reputava migliore sia di Alida Valli, che cantante non lo era mai stata, sia di Lina Termini che seppur con voce melodiosissima mancava della prima parte di testo.

In strada, la radicale negoziazione dei tempi che cambiavano non mi toccava, mi avviavo saltellando verso la cucina con in sottofondo la voce di Fedora Mingarelli o di Dea Garbaccio. Passavo così le mie estati in questo involucro che mi proteggeva dalle nequizie del mondo ma insufficente a rendermi felice.

Eppure tutti mi amavano. Il loro discreto affetto, dei miei genitori e dei miei fratelli, non mi mancò mai ed ancora oggi sento che, i fraintendimenti della vita, non hanno sopito il loro amore.

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