Combray

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Volodja all’Alcazar

In Uncategorized on 10 marzo 2013 at 07:39

vladimir yascenko

Mio nonno soleva esclamare nei momenti di difficoltà e, quando intorno a lui vedeva non poco casino, un paio di frasi standard che  oscillavano da “ …e che siamo al casino di Nuova York!” a “…e che è, l’assedio dell’Alcazar?”.

Anni dopo mi ritrovai in vacanza a New York domandare ad ignari passanti del casino omonimo, ma nessuno seppe rispondermi con esattezza, anche se i più anziani mostravano un certo non sopito interesse, compreso un policeman tarchiato che interpellai all’angolo della 34esima che con ampi gesti dell’avambraccio mi mandò a quel paese.

All’Alcazar non sono mai stato, secondo il Melzi trattasi del nome dei palazzi dei re mori a Siviglia, a Segovia e a Toledo. Sfogliando il Melzi per giungere all’Alcazar mi imbatto in Alluminio che fu scoperto nel 40 avanti Cristo da un operaio Romano. Questi avendo presentato a Tiberio un vaso di tal metallo, fu messo a morte per ordine dell’imperatore dato che il tiranno prefigurò il crollo del prezzo dei metalli preziosi a causa della scoperta. Perchè poi un operaio debba presentarsi con un vaso di alluminio da un imperatore, solo il Melzi lo sa.

Digressione a parte, molto probabilmente mio nonno nell’esclamazione citava l’austero film di Augusto Genina del 1940 con un sempre cupo Fosco Giachetti nel ruolo del capitano Vela. Io non lo stavo molto a sentire, nel mio vagare fra pedantesche preoccupazioni adolescenziali e gli echi dei drammatici fatti che si avvicendavano nel mio paese. Poi, il 12 marzo del 1978 pensai che tutto si era compiuto. Un diciannovenne ucraino di nome Vladimir Yascenko, durante i campionati europei indoor di atletica leggera a Milano, scavalca ventralmente l’asticella posta a 2,35m, stabilendo il nuovo record mondiale di salto in alto. La sua banale esultanza dopo il record, la ricordo come l’objet trouvé di quegli anni senza speranza.

Triviale ma espressivo

In Letteratura, Libri on 17 agosto 2012 at 14:59

E veniamo finalmente al sommo generale di cui il Melzi non omette nulla, puntinando solamente la celebre esclamazione:

Cambrònne, b. Generale fr., cui verrebbero attribuite le famose parole dette a Waterloo: «La Guardia muore, ma non si arrende». Senonchè più verosimilmente gridò agli Inglesi una parola triviale, ma espressiva di 5 lettere (m…a). 1770†1842

Ciò risulta quantomeno singolare dato che la voce Merda nel Melzi esiste (s.f.triv.Sterco) e se più verosimilmente gli gridò questa parola perchè non nominarla per esteso, dato che il Nuovissimo riporta anche altre parole con la stessa radice, da Merd=áio; s.m triv. Luogo ove si raccoglie la merda a Merd=aiòlo; s.m Chi va attorno raccogliendo sterchi per venderli. Da notare è che se i primi due termini sono triviali, il terzo non lo è dato che si parla di un lavoro infame, ma sempre di lavoro si tratta, tutto sta nel definire il profilo psichico di chi questi sterchi decide di comprarli.

Per rimanere nel tema (specifico: generali, Cambrònne, Waterloo etc.)  interessante è l’infanzia del Bonaparte, imperatore dei Francesi, uno degli uomini più grandi che siano mai apparsi. Questa volta le curiosità ed i dettagli dimenticati, che nel Melzi fanno l’uomo, appaiono subito all’inizio. Napoleone nacque in Ajaccio (Corsica) la domenica 15 agosto 1769, in pieno sole appena reduce la madre dalla chiesa. La leggenda narra che il neonato fu deposto sopra un tappeto istoriato di gesta omeriche. Questa volta il Gian Battista ipotizza che forse trattasi di leggenda e prosegue: “Battagliero sino da bambino, manesco, violento, dette subito segno di volontà propria. Sperando di mitigarlo, venne posto, per 5 anni, in un asilo di bambine!” Poi più niente, le solite cose su Napoleone, dal “Dio me l’ha data: guai a chi la tocca!” alle sue memorie a Sant’Elena dettate a Las Cases.

Il Melzi prosegue poi con i vari Napoleoni II, III etc. fino a Napoletano che non era allora il nativo di Napoli e zone limitrofe ma: “Per gli abitanti della valle del Po (Italia settentr.), una consuetudine, non rispondente a verità, fa essere sinonimo di abitante dell’Italia centrale e meridionale  il nome di Napoletano. Se in un certo senso si può giustificare l’estensione a tutto il territorio dell’ex-regno di Napoli, e quindi ai suoi abitanti, è buon uso limitarlo alle province di Napoli e viciniori, cioè della Campania propria.” Ah, dimenticavo,Viciniore; ag.2g.leg. Il più vicino.

Incantatori che vivacchiano

In Libri on 8 giugno 2012 at 17:53

Io su certe cose non m’informo più, ma ogni tanto leggo il professore di San Bartolomeo. Poco m’importa quindi di danteggiare (v.n. Imitar Dante) sugli abitanti del Dahoméy o Dahomé, su cui era bene non scherzare, dato che, essere Dahomeáni significava esser battaglieri, valorosi, industriosissimi, ospitali (per quanto lo permette la loro civiltà); ma ladri e avidissimi di sangue.

D’altronde già alla voce Négra bantù (razza) la descrizione è chiaramente lombrosiana, per cui dopo un preambolo sulla schiavitù, che implicitamente punta il dito contro l’uomo bianco, la razza si distingue dai seguenti caratteri: pelle nera, leggermente untuosa; naso camuso, capelli lanuti e corti, bocca grande, labbra turgide e sporgenti: è la più adatta al clima tropicale e la sua intelligenza è limitata.

Ma cosa pensa allora, nel 1921, il Melzi di Cesare Lombroso? Semplicemente che aprì nuovi orizzonti alla scienza, con i suoi studi sulla pazzia, sull’atavismo, sulla pellagra, sul delitto e sulla prostituzione. Ma noto che non c’è ancora una voce su Freud, per cui gli indiani (d’America) si salvano, non ancora per i film che devono ancora arrivare, ma perché la loro condizione di miseria è indotta. Infatti van sempre più diminuendo, benché siano diffusi in tutto il continente. Vivono di caccia e di pesca. Costituivano in taluni distretti (Messico e Perù) una popolazione relativamente civile, quando gli europei invasero l’America. Soprattutto per trovar l’oro, si diede loro la caccia: i pochi rimasti abbrutirono nella disperazione.

Ora il Melzi mette nel calderone tutti, dai cheyenne ai sioux ai maya, passando per gli incas, però non assolve l’avido conquistadores che invade e tiranneggia in cerca d’oro. E’ che alcune cose forse se le fa raccontare, per cui i Bonzi sono sì dei sacerdoti, ma cinesi, giapponesi, cocincinesi ec., sacerdoti che si vantan di far piovere quando vogliono. Ed in questa visione salgariana, che racconta un oriente mai visitato, si erge l’incastro superbo di una voce oggi ininseribile in un contesto dizionaresco:

Incantatori di serpenti, Zingari Indù che vivacchiano su per le piazze dell’India, dell’IndoCina; e in generale, nell’Asia meridionale, esponendo alla curiosità pubblica parecchi serpenti di vara grossezza ammaestrati al suono d’un flauto.

Imprese in Bitinia

In Letteratura, Libri on 22 aprile 2012 at 10:50

Anche la storia di Giotto, nel Melzi, è sublime. Tutto giusto, allievo di Cimabue, lavorò molto per i papi Clemente V in Roma e Bonifacio VIII in Avignone, tracciò per quest’ultimo il famoso circolo sì perfetto che sembrava fosse tracciato col compasso. Ma cosa spinge Giotto (di Bondone) all’arte? Qual è il fuoco sacro che muove il suo cuor giovanile e ardente alla pittura? Presto detto, il Melzi è come al solito spiccio e sbrigativo e non usa perifrasi: “Figlio di un pecoraio, s’annoiava assai di quel mestiere. Volle il caso che Cimabue vedesse alcuni dei suoi disegni, maravigliosi per l’età sua”. Appare chiaro che se avesse amato l’esser pecoraio la storia dell’arte avrebbe preso un’altra piega.

Ma la storia ahimè non ha forse indicibili percorsi? Prendiamo Giulio Cesare. Se a scuola spesso non si dice, e il Melzi spesso (come dice Eco) dice e non dice, per quanto riguarda il sommo generale romano, dice. Infatti, oltre alle imprese, alle campagne, all’eloquenza straordinaria che gli permetteva nello stesso momento di: scrivere, leggere, ascoltare e dettare a quattro amanuensi su materie importanti, ebbene un uomo così, come non se ne fanno più, aveva anche lui delle debolezze.

E allora il Nuovissimo dice che: “Fu dissolutissimo; i suoi legionari cantavano sulle sue imprese in Bitinia e sulle sue relazioni col re Nicomede una canzone molto oltraggiosa”. Ma lasciamo Caio Giulio ai suoi patimenti, d’altronde oggidì siamo permeati di canzoni oltraggiose, e veniamo ad una sensibilità ecologica ante litteram di uno scetticissimo Gian Battista. Sugli alberi pensavo ci fosse una tavola o una voce più corposa, invece niente, solo una misera descrizione nella parte linguistica ed una voce sul culto degli alberi nella parte scientifica. Però c’è anche una Festa degli Alberi, promossa da tal Guido Baccelli che si celebra un giorno festivo con l’intervento di autorità e scolaresche il tutto, ci tiene a sottolineare il Melzi, sovente senza sufficiente convinzione.

Mi scuso in chiusura per aver dato del tal a Guido Baccelli, distinto medico romano e uomo politico di fine ottocento, più volte ministro della pubblica istruzione e dell’agricoltura. Scienziato facile, geniale, propugnò le iniezioni endovenose e studiò specialmente la malaria propugnando la bonifica dell’Agro romano. 1832 † 1916

Das bioskop. Neu!

In Cinema on 25 febbraio 2012 at 00:30

Anche il Melzi si occupa di cinema in quegli anni. Nell’edizione del 1921, taglia corto. Cinematografia? Fu inventata nel 1879, dall’inglese Edoardo Muybridge. Ma non era quello del fucile fotografico? Ah no, quello è Etienne-Jules Marey. Insomma, il cinema nel 1921 ancora non si sa cos’è, e non si puo star lì a perder tempo con definizioni più analitiche. Eppure Gian Battista visse a lungo a Parigi, sul finire del secondo impero e poi sotto la terza repubblica, qualche spettacolo deve pur averlo visto.

Anni dopo, nel 1951, la definizione assume contorni più ridondanti. Si parte dalle teorie sulla persistenza retinica, che hanno determinato lo sviluppo di molti congegni per la riproduzione di immagini in movimento, per arrivare al fenachistiscopio (abbandonato quasi subito penso per il nome) allo zootropio al cinematoscopio al prassinoscopio etc.. Del sopra citato Edoardo non una parola. Ma è il 28 dicembre 1895 a non esistere. La data principe della settima arte, viene incredibilmente snobbata dal Melzi a favore di Max Skladanowsky, di cui peraltro non si fa verbo.

La cinematografia ha la sua prima utilizzazione il giorno d’Ognisanti del 1896 nella grande sala del Giardino d’Inverno a Berlino. In realtà l’anno è il 1895 e Ognissanti viene chissà perché scritto con una s mentre nel dizionario linguistico con due. Oggidì, il giorno di ognissanti è praticamente sconosciuto, è peraltro tuttavia incontrovertibilmente vero che il 1° novembre del 1895 al Wintergarten di Berlino i fratelli Max ed Emil Skladanowsky, con il loro ingombrante Bioscopio, proiettano per la prima volta di fronte ad un pubblico pagante, immagini in movimento.

Il filmprojektor è dotato di due obiettivi, impiega in maniera simultanea due pellicole proiettate alternativamente al passo di 8 fotogrammi al secondo. La durata delle proiezioni è di circa sei secondi, il Bioskop si inceppa facilmente e la sua qualità di riproduzione è nettamente inferiore all’apparecchio Lumière. Max und Emil intraprendono nel 1896 un viaggio per le capitali del nord con il loro macchinoso device, ma sono arrivati in ritardo. Di loro si ricorderanno in pochi, il Wintergarten non ha la stessa poesia dei boulevards parigini di fin de siecle e cinquantotto giorni bastano per essere dimenticati. (4_continua)

Un destino diverso

In Letteratura, Libri on 11 dicembre 2011 at 10:05

La risposta di Arnoldo Mondadori a Gian Battista Melzi non si fece attendere, o forse si. Fatto sta che nel 1950 esce la PEM Piccola Enciclopedia Mondadori, 42.000 voci, 3.000 illustrazioni, 32 tavole a colori, 16 carte geografiche, 1124 pagine. Di taglio un po’ più moderno, rinuncia al pettegolezzo spicciolo dei denigratori del Melzi (non io) a favore di un approccio più moderno. Molte voci di scrittori, filosofi e statisti, hanno il loro approfondimento a tutta pagina, firmato dal curatore della voce.

Dei propri padri però non ci si dimentica, cosicché arrivato alla voce di Hitler Adolfo scopro che costui esordisce come, “Stuccatore e decoratore di pareti vissuto per molti anni a Vienna.” Si prosegue poi con: “Sbarazzatosi nei primi tempi a colpi di rivoltella dei più vicini collaboratori sospettati di secessione.”

E se la storia fosse cambiata per un dettaglio? Se lo stuccatore di pareti fosse stato tenuto in maggiore considerazione dalla borghesia viennese dell’epoca? Se qualche signora in più lo avesse chiamato per mettere a posto casa? “Oh signora Krause, è tanto un bravo ragazzo si chiama Adolfo, lo conosce?”- “Certo Frau Bluchner, mi ha messo la carta da parati in camera da letto, una pasta d’uomo.”

La PEM si riallinea quasi subito alla storia ufficiale, e nel finale si fa addirittura menzione del suo suicidio, il 30 aprile 1945, assieme ad Eva Braun sposata poche ore prima. La stessa voce nel Melzi del 1951 è priva di aneddoti e curiosità, non si scherza con la storia recente per cui se sia stato stuccatore o disegnatore di acquerelli poco importa. La figura di Adolf Hitler è tratteggiata senza fronzoli, è precisa e puntigliosa nella descrizione degli avvenimenti, ma lascia un alone di mistero sulla sua fine: “Disperso a Berlino 1889†1945.” E’ probabile che sia iniziata allora l’usanza di considerare misteriose alcune morti, lasciando aperti spiragli fantastici che coinvolgeranno in futuro Elvis, Jim e Jimi, Janis ed altri. Ancora una volta il Melzi aveva visto giusto.

Storia di un ossuto professore

In Libri on 28 novembre 2011 at 23:45

Il Cav.Prof. Gian Battista Melzi non ha una sua voce nell’omonimo dizionario nell’edizione del 1922. La prefazione è la sua voce, dato che è a lui intitolata e, dopo un ringraziamento ai vari professori che hanno collaborato al volume, lo si ricorda con affetto e stima. Nato in provincia di Brescia a San Bartolomeo nel 1844, visse lungamente a Parigi, dove ideò il dizionario sull’esempio delle molte pubblicazioni francesi di divulgazione popolare. Ne viene data anche una descrizione fisica; alto, magro ossuto, nervoso, descrizione che peraltro si evince dalla foto della pagina precedente, in cui appare fiero e altero fissare l’obiettivo, con un libro sotto il braccio.

Questa foto che sembra messa lì a caso, in realtà è un tentativo velatamente subliminale per scoraggiare i numerosi contraffattori di libri che combatterà per tutta la vita. Infatti nella pagina affianco alla foto oltre al classico “Tutti i diritti riservati” compare un perentorio “N.B. Farò sequestrare ovunque le Copie del Nuovissimo Melzi non munite della mia firma.” La firma che compare sotto la minaccia è ampia e svolazzante a dispetto del fisico che dicevamo ossuto. Anche l’editore nella prefazione spiega come il Melzi “…fu tenacissimo difensore anche in sede giudiziaria contro i pronti contraffattori.” La sua perizia di lessicografo, unita ad una visione delle voci senza fronzoli inutili (L’equazione Adamo=Nome del primo uomo mi sembra sublime) gli diede fama immortale.

Nell’edizione del 1951 il Melzi viene spostato all’interno del dizionario scientifico, ed ha un suo spazio che ricalca in linea di massima la prefazione del 1922. Ma, in chiusura una crepa si fa largo in una voce che poteva essere di routine come tante altre. Il Melzi infatti, tornato in Italia avrebbe curato con solerzia il rinnovamento del dizionario sino alla morte, avvenuta nel 1911, difendendolo dai contraffattori e denigratori. Chi erano questi ultimi e perché non se ne fa verbo nel 1922? E poi perché il Nuovissimo diventa Novissimo nel 1951 in concomitanza con l’improvvisa comparsa di sedicenti denigratori?  Infine zuzzurellone “Uom fatto che tuttavia si perde in baie” sarà in eterno l’ultima parola della lingua italiana? Con l’inserimento di tecnicismi, parole straniere e altro, oggi si chiude con l’onomatopeico ZZZ, con buona pace del prof. Melzi e della sua rigorosa lessicografia.

Your idea of misery

In Letteratura, Libri on 27 novembre 2011 at 11:24

Sappiamo tutti com’è morto Felix Faure. Fra le braccia della sua amante. Beh, fra le braccia non proprio, comunque rimane l’unico presidente della Repubblica Francese ad essere morto all’Eliseo. Ora, essendo io in possesso non di uno ma di ben due Nuovissimi Melzi quello del 1922 e quello del 1951 il discorso si fa complicato. Per essere più precisi l’edizione del 1922 come d’altronde quella del 1905 è Il Nuovissimo Melzi mentre nel 1951 diventa Il Novissimo Melzi. Se il Cav. Gian Battista Melzi l’aveva chiamato Nuovissimo un motivo doveva pur esserci, sta di fatto che nel dopoguerra qualcuno, non si sa chi, decide di togliere una “u” costringendo i posteri a raddoppiare i Tag.

Sotto la voce Felice Faure nell’edizione del 1922 c’è anche la figlia. Il nome riportato è quello con cui la figlia scrittrice si firmava, Faure Felix Goyau Lucia, il nome del padre unito a quello di suo marito Georges Goyau storico e filosofo francese. Ma, sotto al nome, in una rapida e sommaria descrizione, il colpo di genio, l’arguzia sottile ed elegante che il Melzi amava sfoderare all’improvviso, come un mago che estrae il coniglio dal cilindro: “Figlia e, si disse ninfa Egeria del fu presidente della Repubblica Francese”. Di tutto questo non rimarrà traccia trent’anni dopo, la poesia necessaria per far funzionare un dizionario non è più indispensabile, e la figlia primogenita di Felix Faure nel 1951 diventerà: “Figlia e consigliera del precedente”. Si ignora in entrambi i dizionari la sua data di nascita, mentre viene riportata l’anno della morte che è il 1913.

La sorella di Lucie Faure è Antoinette Faure, nata nel 1871, lo stesso anno di Marcel Proust. Nei pomeriggi dopo la scuola Antoinette e Marcel giocavano assieme agli Champs-Elysées, e sarà proprio Antoinette a presentare a Marcel il famoso questionario in inglese con 24 domande. Siamo nel 1885, Proust ad alcune domande non risponderà. La sua idea di felicità è «Vivere accanto a tutti quelli che amo in mezzo all’incanto della natura, con una quantità di libri e spartiti, e non lontano da un teatro francese», ma soprattutto alla domanda Your idea of misery risponderà con una sommessa immagine della sua infanzia, che diventerà Combray: «Essere separato dalla mamma».