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Canacki a cena

In Cinema, Letteratura, News on 30 settembre 2013 at 20:43

canacki a cena

Il signor Leo Mährisch di laureò in lingue orientali nel febbraio del 1903 a Klammersberg con una tesi sull’uso della parola Wanaya nella lingua Ascianti.

Di famiglia borghese, il padre Boick e lo zio Werkant erano i famosi titolari della BoiWerk inc., specializzata nella costruzione di biglie in madreperla con cui i figli del Kaiser passavano i lunghi pomeriggi a corte, non volle seguire la strada paterna e preferì gli ampi orizzonti costituiti dal misterioso oriente.

Viaggiò molto in quelle terre lontane, diventando ben presto un beniamino di tutti, anche dei Canacki antropofagi della Nuova Caledonia che lo invitarono spesso all’ora di pranzo per uno spuntino. Declinò l’invito sempre gentilmente, con la finezza e la sensibilità che il suo stato sociale gli imponeva.

Al lungo peregrinare di quegli anni non venne mai meno e si prodigò in mille modi per far conoscere l’Ascianti anche nell’aristocrazia prussiana rigida e massimalista. Dopo anni di lunghe peregrinazioni in quei luoghi dimenticati, fece ritorno in Pomerania alla vigilia della prima guerra mondiale. I fatti andarono così. Venuto a sapere che, Hans W. Stumm per i suoi 50 anni, peraltro portati malissimo, aveva organizzato una singolare gara sportiva, volle dare il suo contributo facendo da interprete per eventuali partecipanti Circassi.

Si trattava della famosa Berlino-Parigi  a nuoto che si sarebbe svolta, tempo permettendo, la domenica di Pasqua del 1914. Alla punzonatura si presentò soltanto uno strano individuo di origini Apachi con scarsissime conoscenze geografiche. Aveva un ché di giovane il suo sguardo, gentile ma nello stesso tempo deciso e determinato a sfruttare, come un novello Valjean, l’ampia rete fognaria franco-prussiana. Sbucò un paio di anni dopo in una trincea francese nei pressi di Verdun, dove fu fatto prigioniero, processato e rimpatriato negli Stati Uniti in una riserva indiana nei pressi di Little Big Horn.

 

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Ornitorinchis

In Cinema, Letteratura, News on 28 settembre 2013 at 19:17

ornitorinchis

Lo ricordo con curiosa benevolenza apparire giocoso in controluce fra le tendine di mussola che ornavano il suo cucinino. Correva l’anno 1978, la grande DC stava per lasciare l’Italia in fiamme tra i flutti ghiacciati delle strategia della tensione.

Nevicava forte quell’inverno ed il mio occhio di adolescente non scorgeva che una terra coperta di neve ed un cielo grigiastro. Mi recavo a scuola controvoglia, vestito come un mugico in attesa del mio Trotsky (che non arrivò mai) che mi dicesse: «La rivoluzione o è permanente o non è, ma se c’è meglio un buon paio di stivali».

C’erano dei lavori stradali vicino alla scuola, per migliorare la segnaletica nella zona del porto. Ricordo una macchina finirci dentro un giorno di gennaio. Deviammo il nostro percorso quella mattina ed arrivammo tardi a scuola, ma una macchina nel fosso valeva ben una messa per cui non ci sgridò nessuno dato che anche il professore di Italiano arrivò tardi.  Lo ricordo a colloquio con la professoressa di francese, un donnina magra e dalla carnagione biancastra, con i capelli neri, spesso unti e spessissimo cotonati che le davano un non so che di erotico, anche se a dire il vero non mi ci sono mai masturbato.

Ma ero allora alla prime armi di questa nobile arte, per cui selezionavo le mie prede con una maggiore cura e con quell’entusiasmo che da giovani si ha verso ciò che si reputa impersonale e quindi degno di essere approfondito, perchè il desiderio muore in ogni atto che riproduce in tono minore una passione. Il colloquio mi colpì molto, anche perchè la distanza professori-scolari allora era molto marcata da una solennità nel linguaggio che raramente sconfinava in dottrine poco ortodosse.

− Marì − le disse − ma guarda che cazzo di lavoro aijte a ‘ffà lu comune. Io trasalii come quando la Domenica delle Palme il Vangelo era più lungo ed in tutta la Via Crucis restavo come rapito da quell’atto mistico e pagano nello stesso tempo, fatto di maddalene di cirenei di polvere e di centurioni.

Tornai a casa quel giorno senza le pietre angolari con cui ero uscito quella stessa mattina, e con l’oggetto misterioso nella borsa da far firmare a mio padre che rispondeva al nome di “Comunicazioni trimestrali alla famiglia” che sostituiva la vecchia e tradizionale pagella con i voti.

Tutto sommato ci andò bene. Qualche giorno prima, il 24 gennaio 1978, Cosmos 954 un satellite militare sovietico zavorrato da 50kg di materiale radioattivo, impazzì e rischiò di cadere in Italia. Precipitò invece in una zona desertica del Canada con Andreotti al corrente del pericolo che aveva mobilitato esercito e polizia. Il Cosmos probabilmente si disintegrò nel passaggio nell’atmosfera. Non ne venne rinvenuto nemmeno un frammento anche se ad onor del vero fu proprio la zona desertica canadese a non essere rintracciata.

 

Ah, fachiro!

In Cinema, Letteratura, News on 28 settembre 2013 at 07:09

ah, fachiro

Seguendo il corso del fiume Pemkhi, quando i suoi meandri sconfinano per brevi tratti nella regione più occidentale e montuosa dell’antico Regno di Mes, non è raro imbattersi nel fachiro Rabbath Shirjai, ultimo discendente di quella scuola che ha fatto di questa stravaganza, la più nobile delle professioni.

Nobile forse, sta di fatto che, vuoi per lo sviluppo della società odierna, vuoi per un certo lassismo che aveva sempre contraddistinto il suo carattere fin da giovinetto, il suo numero di chiusura che lo vedeva addormentarsi seduto su di un foglio di pluriball argentato, non fu mai apprezzato dallo scarno pubblico che affollava le sue rappresentazioni, pubblico perlopiù costituito dagli anziani del villaggio che mal digerivano questo parvenu dalla lacrima facile intento in virtuosismi da demente, abituati com’erano a suo nonno che danzava scalzo su di una bottiglia di Kummell sbriciolata.

Disilluso, non apprezzato e tendenzialmente sospettoso di ogni nuovo marchingegno tecnologico, lasciò l’antica regione del Ghasmir in cerca di fortuna. Conobbe infatti in circostanze insolite (tentò di scambiare una delle sue mogli Pamira con un grossista prussiano) Heink Hurbach, biscazziere di primo livello nel vecchio Reichstag di Phon. Novità eclatanti nella sua vita non ve ne furono, nonostante il cambio di clima, di paese e di abitudini alimentari.

Quando Heink mise in modo la sua proverbiale macchina organizzativa che prevedeva grigliate di salsicce per tutti, accadde il fattaccio.  Il 28 giugno del 1914 incautamente consigliato da una delle sue mogli, Rabbath accettò l’invito di Gavrilo Princip per un caffè in uno dei più rinomati locali di Sarajevo. Caso volle che nel viale adiacente al bellissimo localino (mi verrebbe da dire “Bob”) si trovò a transitare l’arciduca ereditario d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando d’Austria-Este accompagnato in voluminoso corteo dalla consorte Sofia, duchessa di Hohenberg, nata contessa Chotek. Nel parapiglia che ne seguì, Gavrilo non solo non pagò il conto del caffè, ma lasciò solo Rabbath dicendo di avere delle faccende da sbrigare.

Arruolato nell’esercito prussiano per via di accordi bilaterali indo-tedeschi che prevedevano l’uso di fachiri come fanti guastatori durante operazioni belliche, morirà impigliato nei reticolati di filo spinato francesi. Laconica fu la dichairazione del suo ex-amico Heink: «Cosa volete che vi dica: non era capace.»

 

Maddalene e meduse

In Cinema, Letteratura, News on 15 settembre 2013 at 07:59

maddalene e meduse

L’ultima medusa di settembre spazzò via tutte le mie pretese ambizioni di divenir uomo normale. Deciso una volta per tutte di proseguire per la mia strada con la sicurezza di un sonnambulo, come amava ripetere il vecchio Adolfo nel 1936, avevo bene in mente il mio passaggio in uomo virtuoso.

Dopo qualche bracciata un filo, un escrescenza filamentosa, un rudimento d’alga sembrò sfiorarmi. Proseguii impavido senza lasciarmi intrappolare da rigide convenzioni che mi avevano sempre reso caduco ed irregolare, ma lei era lì che mi aspettava con la sua verginea trasparenza, che violai convulsamente sopprimendo nel dolore una laida bestemmia. Frastornato non capii subito, poi il livore del sole di mezzogiorno, la sabbia, la pietà per il genere umano mi rappresentarono per un attimo.

Quel dolore così intenso ma virtuoso mi invase così violento che, come il giovane Marcel, trasalii attento a quel che di straordinario avveniva dentro di me. Come nel piacere della maddalena inzuppata nel tè, mi sentii indifferente alle vicissitudini della vita e cessò per un breve attimo l’angoscia di sentirmi contingente e mortale. Il ricordo mi apparse così nitido e perlaceo che riaffiorò nel dolore quel mondo che mille volte avevo cercato di ricostruire senza mai riuscirvi se non in chimeriche rappresentazioni temporanee e parziali.

Tanto mi bastò, uscii dall’acqua oramai privo di connessione con la realtà circostante, mi recai barcollante nella casupola adibita a guardia medica dove dichiarai che una delle tre Gorgoni sposata da Nettuno mi aveva aggredito in mare aperto mentre tentavo la traversata dell’Adriatico a nuoto. La pomata a base di bacche di ginseng che mi applicò il solerte dottorino fece il resto. I suoi effetti lenitivi cancellarono in un sol colpo la felicità della realtà impalpabile che avevo vissuto.

Tornato in spiaggia mi adagiai mollemente sulla sdraia. Ebbi ancora un momento di stordimento passeggero, quando dichiarai al mio vicino di ombrellone intento nella lettura di Libero, di essere siniscalco privato del cavaliere di Arcore così malconcio per via di una bolscevica medusa. Ma fu solo un momento. Estrassi dalla sacca del mare il numero 160 di Zagor il cui titolo recitava “Minaccia dallo spazio” e mi immersi in una diligente lettura. Il professor Hellingen era impazzito ancora una volta anche se questa sarebbe stata l’ultima.

Tremai per un attimo, chiusi il fumetto e mi addormentai. Fu allora che sognai di essere a bordo del Bellerofonte e di narrare le mie memorie ad un incredulo Napoleone Bonaparte tradotto dagli inglesi a Sant’Elena, un’isola “cagata fuori dal diavolo mentre volava da un mondo all’altro”.