Combray

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Your idea of misery

In Letteratura, Libri on 27 novembre 2011 at 11:24

Sappiamo tutti com’è morto Felix Faure. Fra le braccia della sua amante. Beh, fra le braccia non proprio, comunque rimane l’unico presidente della Repubblica Francese ad essere morto all’Eliseo. Ora, essendo io in possesso non di uno ma di ben due Nuovissimi Melzi quello del 1922 e quello del 1951 il discorso si fa complicato. Per essere più precisi l’edizione del 1922 come d’altronde quella del 1905 è Il Nuovissimo Melzi mentre nel 1951 diventa Il Novissimo Melzi. Se il Cav. Gian Battista Melzi l’aveva chiamato Nuovissimo un motivo doveva pur esserci, sta di fatto che nel dopoguerra qualcuno, non si sa chi, decide di togliere una “u” costringendo i posteri a raddoppiare i Tag.

Sotto la voce Felice Faure nell’edizione del 1922 c’è anche la figlia. Il nome riportato è quello con cui la figlia scrittrice si firmava, Faure Felix Goyau Lucia, il nome del padre unito a quello di suo marito Georges Goyau storico e filosofo francese. Ma, sotto al nome, in una rapida e sommaria descrizione, il colpo di genio, l’arguzia sottile ed elegante che il Melzi amava sfoderare all’improvviso, come un mago che estrae il coniglio dal cilindro: “Figlia e, si disse ninfa Egeria del fu presidente della Repubblica Francese”. Di tutto questo non rimarrà traccia trent’anni dopo, la poesia necessaria per far funzionare un dizionario non è più indispensabile, e la figlia primogenita di Felix Faure nel 1951 diventerà: “Figlia e consigliera del precedente”. Si ignora in entrambi i dizionari la sua data di nascita, mentre viene riportata l’anno della morte che è il 1913.

La sorella di Lucie Faure è Antoinette Faure, nata nel 1871, lo stesso anno di Marcel Proust. Nei pomeriggi dopo la scuola Antoinette e Marcel giocavano assieme agli Champs-Elysées, e sarà proprio Antoinette a presentare a Marcel il famoso questionario in inglese con 24 domande. Siamo nel 1885, Proust ad alcune domande non risponderà. La sua idea di felicità è «Vivere accanto a tutti quelli che amo in mezzo all’incanto della natura, con una quantità di libri e spartiti, e non lontano da un teatro francese», ma soprattutto alla domanda Your idea of misery risponderà con una sommessa immagine della sua infanzia, che diventerà Combray: «Essere separato dalla mamma».  

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Combray

In Letteratura on 4 giugno 2011 at 23:24

 

Combray, di lontano a dieci miglia all’intorno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell’ultima settimana prima di Pasqua, non era che una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava per lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo. Ad abitarla Combray era un po’ triste, come le sue strade, le cui case costruite con la pietra nerastra del luogo, precedute da scalini all’esterno, sormontate da pignoni che facevano scender l’ombra dinanzi ad esse, erano abbastanza scure perché dal primo cader della sera occorresse rialzare le tende nelle “sale” ; strade dai gravi nomi di santi (di cui parecchi si ricollegavano alla storia dei primi signori di Combray): via Sant’Ilario, via San Giacomo dov’era la casa della zia, via Santa Ildegarda, su cui dava il cancello, e via dello Spirito Santo, sulla quale s’apriva la porticina laterale del giardino; e quelle strade di Combray vivono in una parte della mia memoria così remota, dipinta a colori così differenti da quelli che ora rivestono per me il mondo, che in verità mi sembrano tutte, con la chiesa sulla piazza che le dominava, più irreali ancora delle proiezioni della lanterna magica; e in certi momenti mi pare che poter ancora attraversare via Sant’Ilario, o prendere in affitto una stanza in via dell’Uccello ─ nella vecchia locanda dell’Uccello Trafitto, che da ogni spiraglio mandava un odore di cucina che a tratti s’alza ancora in me non meno intermittente e caldo ─ sarebbe un entrare in contatto con l’Aldilà più meraviglioso e soprannaturale che non far conoscenza con golo e discorrere con Ginevra di Brabante.

Il Giovedì Santo di ogni anno la famigli dello scrittore lasciava Parigi per passare le vacanze di Pasqua a Illiers, ospite del cognato Amiot che aveva sposato la zia paterna di Marcel, Elisabetta. Illiers diventerà nel romanzo Combray. Le foto dei luoghi del ricordo di Marcel esistono, e colpisce la descrizione precisa e puntuale della chiesa che riassumeva tutta la città, della pietra nerastra con cui erano costruite le case, e dei nomi dei santi delle vie.

La descrizione che fa Proust di Combray-Illiers, non è solo poetica e struggente, ma anche reale, e quando scrive che: Ad abitarla Combray era un po’ triste, (A l’habiter Combray était un peu triste) ci ricorda con una semplice frase come l’infanzia e il passato nel ricordo vengano setacciate dal tempo che ne smussa gli spigoli più dolorosi. La traduzione del brano di Combray che ho riportato, è quella di Natalia Ginzburg.