Combray

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Lettere

In Letteratura on 30 agosto 2012 at 22:52

Segnalo questa lettera inviata il 27 ottobre 1860 da Luigi Settembrini, insigne letterato e patriota, al Ministro dei Lavori Pubblici Luigi Giura il che lo nominava Direttore del Ministero dei Lavori Pubblici. La lettera è tratta da “L’arte di scrivere le lettere” Ulrico Hoepli editore.

Signore,

ieri Ella mi ha comunicato un decreto, che mi nomina Direttore del Ministero dei Lavori Pubblici. La ringrazio dell’onore che m’ha voluto fare, ma per mille ragioni non posso accettare quest’uffizio: e gliene dirò solamente una, e la più semplice. A mio credere ogni onest’uomo deve fare quello che egli sa fare; ed io non sono uno di quei pochissimi che riescono bene in tutto, né uno di quei molti, che pretendono di saper tutto. Non ho le cognizioni tecniche necessarie ad un Direttore de Pubblici Lavori, e non potrei, senza danno pubblico e senza rimprovero della mia coscienza, togliermi un carico maggiore delle mie forze. Però la prego di accettare la mia rinunzia.

Servo suo

Luigi Settembrini

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Palline

In Uncategorized on 26 agosto 2012 at 18:24

Il fatto è che di molti corridori non sapevamo nulla. Solo oggi mi domando quali furono i criteri che determinarono certe scelte. Solo oggi mi domando quali uomini oscuri determinarono la nostra infanzia. Più che volgari mass-media, erano palline insabbiate che ci guidavano. Sugli italiani niente da dire, i nomi erano quelli, semmai ci sarebbe stato da discutere su Wilmo Francioni, professionista dal 1970 al 1978 vincitore di 4 tappe al Giro, che non reggeva il confronto dei vari Gimondi, Motta, Adorni, Zilioli, Bitossi, Moser e Baronchelli. Ma sugli stranieri era buio pesto.

Molti correvano poco in Italia come Walter Godefroot, belga, specialista delle corse di un giorno, 1 Liegi-Bastogne-Liegi, 1 Roubaix e 2 Fiandre. Il bianco e nero di allora non ci aiutava, erano informi come gli altri. Alcuni di loro erano totalmente sconosciuti, come Ferdinand Bracke, passista e cronoman belga, detentore del record dell’ora nel 1967 che si piazzò terzo al Tour del 1968 e vinse la Vuelta nel 1971. Il danese Ole Ritter era già più popolare (non so perchè, forse il nome che qualcuno storpiava in Olè) anche lui cronoman di valore che strappò il record dell’ora a Bracke il 10 ottobre del 1968 a Città del Messico, inaugurando la stagione dei tentativi di questo record in altura.

Il più oscuro di tutti era però il belga Eric Leman, trionfatore per tre volte al Giro delle Fiandre, volto anodino e assassino che aveva comunque un non so che di esotico. E poi il raro svedese Gösta Pettersson, che vinse il Giro del 1971 e fu terzo al Tour del 1970, Roger Pingeon che non prendeva nessuno (il nome da apolide non lo favoriva, solo oggi riscopro che era francese) che vinse il Tour nel 1967 e Jan Janssen, molto popolare per via del nome da pronunciare tutto di un fiato, olandese di Delft concittadino quindi di Jan Vermeer di cui ereditò il nome e la pedalata pennellata che lo portò a vincere un Tour, una Vuelta, un Mondiale ed una Roubaix.

Ma il più amato di tutti era per noi Michele Dancelli, maglia marrone e nera della Molteni con sotto la scritta Arcore. Forse la faccia triste di Michele nella pallina aveva un nobile motivo, prefigurava il declino morale del nostro paese già trent’anni prima. Ogni volta che si leggeva la maglietta mormorava spesso: “… ma questo cazzo di nome…” Era il 19 marzo del 1970 quando, dopo  una fuga di 70 chilometri, riportò la Sanremo in Italia, 17 anni dopo la vittoria di Loretto Petrucci del 1953. Quel sabato il “sognatore nomade” come lo chiamò Gianni Mura, dopo la vittoria pianse sul podio fra le braccia e il microfono di Adriano De Zan.

Triviale ma espressivo

In Letteratura, Libri on 17 agosto 2012 at 14:59

E veniamo finalmente al sommo generale di cui il Melzi non omette nulla, puntinando solamente la celebre esclamazione:

Cambrònne, b. Generale fr., cui verrebbero attribuite le famose parole dette a Waterloo: «La Guardia muore, ma non si arrende». Senonchè più verosimilmente gridò agli Inglesi una parola triviale, ma espressiva di 5 lettere (m…a). 1770†1842

Ciò risulta quantomeno singolare dato che la voce Merda nel Melzi esiste (s.f.triv.Sterco) e se più verosimilmente gli gridò questa parola perchè non nominarla per esteso, dato che il Nuovissimo riporta anche altre parole con la stessa radice, da Merd=áio; s.m triv. Luogo ove si raccoglie la merda a Merd=aiòlo; s.m Chi va attorno raccogliendo sterchi per venderli. Da notare è che se i primi due termini sono triviali, il terzo non lo è dato che si parla di un lavoro infame, ma sempre di lavoro si tratta, tutto sta nel definire il profilo psichico di chi questi sterchi decide di comprarli.

Per rimanere nel tema (specifico: generali, Cambrònne, Waterloo etc.)  interessante è l’infanzia del Bonaparte, imperatore dei Francesi, uno degli uomini più grandi che siano mai apparsi. Questa volta le curiosità ed i dettagli dimenticati, che nel Melzi fanno l’uomo, appaiono subito all’inizio. Napoleone nacque in Ajaccio (Corsica) la domenica 15 agosto 1769, in pieno sole appena reduce la madre dalla chiesa. La leggenda narra che il neonato fu deposto sopra un tappeto istoriato di gesta omeriche. Questa volta il Gian Battista ipotizza che forse trattasi di leggenda e prosegue: “Battagliero sino da bambino, manesco, violento, dette subito segno di volontà propria. Sperando di mitigarlo, venne posto, per 5 anni, in un asilo di bambine!” Poi più niente, le solite cose su Napoleone, dal “Dio me l’ha data: guai a chi la tocca!” alle sue memorie a Sant’Elena dettate a Las Cases.

Il Melzi prosegue poi con i vari Napoleoni II, III etc. fino a Napoletano che non era allora il nativo di Napoli e zone limitrofe ma: “Per gli abitanti della valle del Po (Italia settentr.), una consuetudine, non rispondente a verità, fa essere sinonimo di abitante dell’Italia centrale e meridionale  il nome di Napoletano. Se in un certo senso si può giustificare l’estensione a tutto il territorio dell’ex-regno di Napoli, e quindi ai suoi abitanti, è buon uso limitarlo alle province di Napoli e viciniori, cioè della Campania propria.” Ah, dimenticavo,Viciniore; ag.2g.leg. Il più vicino.

Wanda e le altre

In Libri on 14 agosto 2012 at 08:50

Visto e considerato l’affievolirsi delle mezze stagioni ed il procrastinarsi sempre più in avanti delle ferie estive, seppur in ritardo mi accingo ai soliti miti consigli per le letture di ferragosto. Caldo e canicola sovvertono spesso l’ordine costituito, per cui indispensabile diventa la lettura di “Fascisme, communisme ou démocratie” di Henri Letterlé, ed. Argo, Paris 1929. Amici lettori, in guardia da determinati particolarismi che minano nel profondo la pacifica convivenza delle nazioni. Il mondo è allo sbando e l’incipit del modesto volumetto ce lo ricorda: “…L’heure est grave. La civilisation chrétienne est en péril. le progrès moral n’ayant pas marché de pair avec le progrès matériel!…” E nemmeno un certain Blaise Pascal per dirla alla Brassens ci aiuta nella citazione che Henri Letterlé fa ad inizio volume: “La justice sans la force est impuissance; la force sans la justice est tyrannique.”

Di Emila Nevers mi sembra fondamentale il suo “Galateo della borghesia” che riporta come sottotitolo norme per trattar bene, Torino 1906. Appare chiaro che queste norme obsolete non sono mai valse per la borghesia italiana, la più ignorante d’Europa a detta di P.P.Pasolini (di cui mi fido). Sfogliando l’ameno volume si è colpiti dalla complessità delle convenzioni e dei divieti che conformano questo galateo, dal contegno da tenere in carrozza alle norme che regolano l’offerta di acqua santa in chiesa. Ma sono le linee guida in caso di lutto che mi sembrano le più illuminanti in un paio di passaggi: “È sconveniente oltre ogni dire il seguire un funerale sbandandosi e ciarlando dei propri interessi, con una indifferenza irrispettosa verso la famiglia del defunto.” E poi in riferimento ad un eventuale discorso in memoria del defunto si aggiunge: “Non dirò che questi discorsi non si applaudono…Vi sono cose che chiunque intuisce, credo.”

L’ultima proposta per una rilassante giornata fra cultura e gavettoni è “Quattro risate” Editoriale Albatros, Roma 1972. La povertà di mezzi di quegli anni relegava un certo tipo di umorismo nei bassifondi culturali della nazione, ne eravamo consapevoli, ne eravamo felici. Ciò non ci impediva il contatto con forme culturali più alte, non ci sentivamo ghettizzati da Wanda, che fra le gambe aveva la miglior trappola per uccelli, citavamo orgogliosi “Wanda la peccatrice” di Duilio Coletti con una procace ma rassicurante Yvonne Sanson. Eravamo il frutto malsano di un educazione sessuofobica e repressiva, che purtuttavia non sviliva la donna ma l’uomo, penosamente ridicolizzato nei vari episodi della commedia pecoreccia (ma sublime) di quegli anni. Oggi tutto è cambiato, e le battute di Wanda le fanno ammiccando scosciate, le conduttrici dei vari Tg nazionali.