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Ero riluttante ma…

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 28 ottobre 2018 at 17:56

Mentre la batteria di Art Blakey ingabbiava le mie velleità artistiche in un miserando rondò, l’inviata del telegiornale alla festa del cinema di Roma voluta da Mr.Veltron che, non pago di aver affondato un partito decise a suo tempo di affondare anche il cinema italiano, si eccitava di fronte al restauro di un film di De Santis, forse non il migliore, e mostrava la sua riluttanza di fronte alla parola fascismo che per i più voleva ancor dire ordine ma che per assonanza avrei potuto benissimo associarla ad ogni singolo cittadino di questo merdoso paese.

Wayne Shorter accarezzava così bene i tasti del suo sax tenore che stranamente non mi intristii, raccolsi di getto tutte le mie idee ed affermai a me stesso che, primo non ero uno stronzo come la maggior parte di persone affermava, secondo che avrei fatto meglio a contattare la rossa occhialuta giornalista per chiedergli per quale cazzo di motivo non aveva chiamato il regista con il suo nome e non avesse quantomeno fatto un breve inciso sul film il cui titolo si poteva prestare a fraintendimenti ed omissioni.

Lacerato da queste domande, decisi di ascoltare con ancor più attenzione la musica dello stereo. McCoy Tyner, fido pard del grande John Coltrane prestato a Blakey, la sperimentazione unita alla classicità di un messaggio che stentava a farsi largo tra mollica, ramazzotti, mengoni, e scorsese che a roma dichiarava il suo amore per il cinema italiano che lui vedeva in tv quando era piccolo (che cazzo di canali aveva la tv americana negli anni ’50 boh).

Umberto D, il fine ed il mezzo, l’attualità distribuita alle masse con manuali di sceneggiatura, supereroi e puttane traviate, meschini presentatori di periferia che mangiano nel calderone della corrotta attualità di regime dispensando il loro credo fatto di filler, botulini e nuova alfabetizzazione.

Contattai quindi la giornalista che fu molto gentile e mi spiegò di essere preparatissima sulla rivoluzione cubana e sul punto croce, che al cinema l’avevano messa perché era andato in pensione quello che c’era prima e che comunque aveva le carte in regola più della sua collega in possesso di una laurea in selfie ed un master in storia delle pozzanghere (capii finalmente tutti quei riferimenti all’acqua piovana con cui arricchiva le sue recensioni).

Mi salutò quindi freddamente dicendomi che doveva tornare alla lettura del Voyage nouveau de la Terre-Sainte, enrichi de plusieurs remarques, servant a l’intelligence de la Sainte Ecriture par le P.Michel NAU Jef. In 12. Paris 1679.

Nello sbattermi la porta in faccia mi augurò buona fortuna e di andare a farmi fottere, non ricordo con quale ordine. Non credetti ad una sola parola che mi disse, tuttavia, per la prima volta nella mia vita mi sentii uomo completo, avevo fatto valere le mie ragioni e potevo ritenermi soddisfatto, quantomeno non uno stronzo qualsiasi. Tornai a casa in fretta perchè una cosa che non mi quadrava c’era ed era il libro.

Aprii l’annuario enciclopedico Servant-Matthieurs che utilizzavo in questi casi per verificare il tomo che risultò non essere male, secondo il Le Long infatti, Questo viaggio è assai curioso e uscito da penna erudita.

Rividi quindi molte mie posizioni e tentai ancora una volta di iscrivermi al PD senza successo, evidentemente i tempi ancora non erano maturi.

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