Combray

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Lettere tre

In Letteratura, Libri on 28 ottobre 2012 at 00:22

Concludo la trilogia delle lettere di rifiuto con Massimo D’Azeglio che a dire il vero non rifiuta, ma rinuncia ad una somma cospicua viste le condizioni delle allora finanze italiche.

Massimo d’Azeglio al Ministro dell’Interno.

Torino, 24 maggio 1861.

Eccellenza, quand’io lasciai il posto di governatore di Milano, fui messo in disponibilità con metà dello stipendio. Trovo di poter fare a meno della somma che importa. Considerando d’altronde che io già ricevo dallo Stato cinquemila franchi come direttore della Galleria, mi par dovere, nelle attuali condizioni delle Finanze, di rinunziare al soldo di disponibiità. Prego l’E. V. a voler dar gli ordini in conseguenza e a credermi, con tutta osservanza

suo devotissimo

Massimo d’Azeglio.

 

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Up, ragazzi

In Uncategorized on 20 ottobre 2012 at 07:33

Ep-ro Philles, magnate del pollame in scatola, vide la sua folle corsa verso il successo interrotta da un banale incidente. La sua teoria del fac-simile, che consisteva appunto nella ripetizione ad-libitum della frase per qualsiasi argomento (è un bel fac-simile, nevvero) si inceppò quando il torsolo di una pera kaiser gli ostruì l’epiglottide.

Il funerale che ne seguì, fu quanto di più maestoso si vide a Toshville negli ultimi anni. Nella sua bara-gazebo color plumbeo, Ep-ro sembrava quasi che sorridesse. “Quando esce il tuo numero, esce il tuo numero” commentarono i più malinconici, commento che in bocca ai malinconici poteva anche essere divertente, ma non inserito nell’omelia del parroco rev. Pinshtron che aggiunse anche che il magnate sembrava che dormisse.

Il corteo post-funzione incrociò anche il funerale del suo più acerrimo nemico che, ironia della sorte, tirò le cuoia lo stesso giorno di Ep-ro, quel tal Stem Scorchside che dopo un infanzia disagiata trascorsa in studi televisivi, si arricchì molto più banalmente brevettando semi per stuzzicadenti, che coltivava personalmente con piccole piantagioni sul balcone. Stem non si sposò mai e la sua morte curiosa (rimase chiuso nel frigorifero per controllare se la lucetta si spegneva veramente), lasciò un vuoto incolmabile e stuzzicadenti orfani.

Nova-York

In Uncategorized on 13 ottobre 2012 at 13:14

Da ragazzo spesso il Melzi mi veniva in aiuto. Il 13 luglio del 1977 alle 21.34 a New York si spensero le luci, forse a causa di un fulmine che cadde non si sa dove. Invano cercai la notizia sul Melzi, sfogliandolo convulsamente fino a giungere a Beniamino Franklin che di fulmini se ne intendeva. Almeno così credeva lui dato che per questa storia del fulmine, su cui non è stata mai fatta chiarezza, finì sulle banconote da 100 dollari. D’altronde avete mai sentito parlare della stufa omonima?

Il Melzi racconta che lo scienziato americano inventò il parafulmine nel 1752, dopo aver visto il figlio giocare con un cervo volante. In una notte di tregenda, nonostante il famoso monito della moglie diventato poi celebre (Dove vai, piove!) attacca una chiave alla corda che lega un aquilone, e corre all’impazzata per la campagna intorno a Boston. Poi, un fulmine colpisce l’aquilone che carica di elettricità la corda che Beniaminio tocca chiudendo così il circuito con la Terra. Ricordiamo che G.W.Richmann, per aver fatto una cazzata simile, morirà fulminato il 26 giugno 1753.

Comunque, cervi volanti a parte, New York non è nemmeno Nuova York come si potrebbe supporre dal periodo, ma addirittura Nova-York città degli Stati Uniti, ma di black-out nemmeno l’ombra. Ricordo però una definizione che ho amato molto, in un vecchio libro di 5ª elementare che mostrava una foto di grattacieli; Nuova York vista dall’alto tra un torreggiare babelico di grattacieli. Quando tornò la luce 25 ore dopo, il bilancio fu grave. La notte delle belve produsse 3.800 persone arrestate, 426 agenti feriti e mille miliardi di lire di danni. Tre giorni dopo, per motivi ancora non del tutto noti, Pietro Paolo Virdis dichiarò di non voler lasciare la Sardegna. Cambierà idea il 23 luglio. Dopo un lungo colloquio con Boniperti, accetterà il trasferimento alla Juventus che sborserà, in tempi di crisi, due miliardi.

 

Occhio critico

In Cinema on 6 ottobre 2012 at 12:39

Con i miei amici del cineforum amavo sfoderare uscite ad effetto del tipo “manca di strutture coesive”, frase che andava bene un po’ per tutto, dalla Dottoressa del distretto militare a Zabriskie Point, peccato non fosse la mia. Certo, mai stato al loro livello quando in tristi sere di novembre si decidevano i titoli dell’annuale rassegna. Oddio, non è che avessero molta fantasia, si andava da “Il cinema nell’amore, l’amore nel cinema” a “La potenza nel cinema, il cinema di potenza” con i più sprovveduti che si recavano nel capoluogo lucano per la visione.

Ma si sa, come diceva Petrolini il pubblico quando sente parole difficili, non capisce ma si affeziona. Ora, che alcuni critici cinematografici lo abbiano rovinato (il cinema) è fatto assodato, per cui aveva ragione il buon Monicelli a bacchettarli quando rompevano i coglioni a chi voleva entrare a metà film. D’altronde opere dimenticate come “Impero per una gloria” di Crem Dosherty, non passano mai in televisione e sono snobbate dai cineforum di provincia che pagati non so da chi, proiettano Scialla. Se è bene e pio tacere il nome del luogo dove è avvenuto il fatto (San Benedetto del Tronto – AP), la questione cinema-televisione è sempre stata malposta, nel senso che negli anni 70 si andava si al cinema, ma molti classici si vedevano sul primo canale ed io ricordo l’emozione ed il religioso silenzio che accompagnava la visione di titoli mai banali.

Oggi tutta ‘sta retorica sulla sala non la capisco. Amore per il cinema?  Basterebbe eseguire regolarmente (cosa che non avviene) il test di Jackson-Prentice  che consiste nel riempire una sala con gente prezzolata e far entrare altre 20 persone che vedranno il film in piedi perchè non c’è posto (chiaramente l’entrata avverrà random per tutta la durata del film). L’inattuabile test definitivo di Nevers-Stillmack (sala con sedili di legno e lupini) non è più riconosciuto dall’associazione nazionale cineforum.

Certo semplificare le critiche cinematografiche non guasterebbe, ed il caso di “Apologia di un obitorio” è emblematico. Scrive infatti il Persichini nel suo dizionario dei film: […] La pellicola poi si snoda in una sarabanda munifica di inventiva fra epifanie sopite e stridori (pseudo) intellettuali. Il tessuto glabro della sceneggiatura non aiuta il film che rimane intonso, sghembo, apolide. Da ricollocare poi la fotografia in un ambito postlubitschiano di non chiara lettura. L’occhio spazio-temporale rimane nullo per buona parte del film. Allucinatorio, formattato, seminale.

Più semplicemente il film in questione altro non è che un thriller ad alta tensione, in cui il protagonista Enrö Strasgym si salva gettandosi dal pennone dell’Empire State Building su di un telone di guttaperca steso dai pompieri. Le polemiche seguite all’uso disinvolto degli stuntman di allora (tre non centrarono il telone ed uno non arrivò mai al suolo) non toccarono minimamente il regista Skip Tennerly che aveva la fama di essere un duro. L’altra notte l’ho rivisto a Fuori Orario; è vero, mi sono addormentato, ma mi è sembrato che il film mancasse di strutture coesive.