Combray

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L’amica di Boulanger

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 31 agosto 2013 at 23:33

gen boulanger

Quando vengo accusato (spesso) di menefreghismo politico per il semplice fatto che non mi occupo degli alfani vari di cui pullula lo squallido panorama politico italiano, amo difendermi definendomi boulangista. Questo mi permette una facile vittoria dato che l’interlocutore tramortito il più delle volte cambia discorso.

Il 14 luglio del 1887 l’adolescente Proust è ad Auteuil ed assiste al passaggio del generale Georges Boulanger la cui vicenda politica era in quel periodo in piena fase di ascesa. Proust ha 16 anni e trascorre ancora molto del suo tempo agli Champs-Élysées dove si reca quasi ogni giorno. Nella sua lettera del 15 luglio a mademoiselle Antoniette Faure, figlia del futuro presidente della Repubblica Francese Felix Faure, così descrive il generale:

“Il personaggio è molto ordinario, un volgare suonatore di grancassa, ma quel grande entusiasmo così inaspettato, così romantico nella nostra esistenza banale e monotona sveglia tutto ciò che il cuore alberga di primitivo, indomito, bellicoso.”

La storia è arcinota, il generale di Rennes, già ministro della guerra nel 1886, tra il 1887 e il 1889 è a capo di un partito che prende il suo nome e propugna un ritorno alla costituzione del 1848 che prevede l’elezione del presidente a suffragio universale. Nel 1889 è vicinissimo al colpo di stato, vince le elezioni legislative del 27 gennaio ma, al centro di intrighi politici ed accusato di alto tradimento fugge a Bruxelles ove (secondo il Melzi del 1951) si uccide.

Ma è il Melzi del 1922 che incanala verso il fallout confusionale l’intera questione. Il generale diventa solamente Ernesto e non più Giorgio o Georges o Georges Ernest Jean-Marie che dir si voglia, generale che fece tanto chiasso in Francia per le sue agitazioni nel voler per sè la presidenza della Repubblica. Si uccise a Bruxelles sulla tomba della signora Bonnemain, amica sua.

Amica sua, con rispetto per Pietro Germi, posso definirla una geniale zingarata del Melzi?

 

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Il getto rotativo

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 25 maggio 2013 at 18:34

douche a jet rotatif

Prodigio, dal Nuovissimo Melzi del 1922; “Cosa meravigliosa ed insolita, persona o cosa diversa da ogni altra, fenomeno singolare”.

Le Petite Larousse Illustré del 1911 porta diversi esempi, in definitiva da ciò che è o può essere in contraddizione con le leggi della natura come “les prodiges de Moïse” a persone sorprendenti per le loro attitudini “Neron, Mozart furent des prodiges”.

Ora so che il preambolo si allunga, e che dovrei aprire una lunga digressione sul fatto che per il Larousse tutte le attitudini sono buone, mi limito a dire che essendo francesi in chiusura viene inserito come aggettivo “enfant prodige” che suggella l’intera descrizione in maniera perfetta.

Difficile invece stabilire quando inizi la Belle Epoque. Il periodo centrale della vita di Marcel Proust, l’Exposition Universelle del 1900 con i suoi 3500 metri di marciapiedi mobili oppure (cosa che soltanto i più arditi fanno) spingersi fino al 1848 quando Alexandre Dumas figlio pubblica quasi in sordina La Dame aux camélias.

Del 1903 invece nessuno ne fa verbo, ed in pochi hanno sentito parlare della prodigiosa doccia intima a getto rotativo “Marvel”. Il trafiletto parla chiaro, l’oggetto mostrato in una nitida incisione è quasi spartano ma funzionalissimo. La nuova siringa a iniezione ed aspirazione per la pulizia intima è migliore, sicura e conveniente. Pulisce all’istante ma deve essere soltanto la siringa Marvel, se non lo è, esigetela dal vostro farmacista.

Oh si, come in un pindarico sogno mi vedo catapultato su di un trottoir mobile del Campo di Marte all’alba del vecchio secolo e, come un novello Armando Duval vagare nell’eldorado dei piaceri di una città dolente, chiuso nel mio magniloquente cinismo, alla ricerca della mia signora delle camelie a cui (non fidandomi troppo dei suoi trascorsi) regalerò come pegno d’amore il fenomenale apparecchio, nell’amara consapevolezza di non essere abbastanza ricco per amarla come vorrei, né abbastanza povero per essere amato come lei vorrebbe.

 

 

 

Recherche a molla

In Letteratura, Libri on 23 marzo 2013 at 15:08

nrf hommage a marcel proust

Non capita tutti giorni di essere felici. A volte questo stato ci sfiora e non lo cogliamo appieno, come quel pomeriggio che titubante non acquistai “Realismo neorealismo e controrealismo” di Carlo Muscetta.

La realtà monodimensionale che accarezzavo sotto forma di eccentrico comunismo, cullava dolcemente i miei più bassi istinti, forse per quello che la molla dell’avvolgitore della tapparella mi abbandonò quella mattina in un amen.

Io che già ero avvilito dal dipanarsi dalla mia vicenda di essere umano, accettai con filosofia l’amara tegola ed inforcai l’automobile, anche se mi sarebbe piaciuto inforcare una bicicletta, ma nel country in cui vivo se ne permette l’uso soltanto ai benestanti. I proletari vengono fatti lavorare in opifici, costruiti in lande deserte ed inaccessibili ai mezzi pubblici nelle ore del comune progredire.

Entro nel Brickhostoreforyou e mi aggiro felice fra mille diavolerie meccano-tecnologiche, che mi fanno sentire moderno e nello stesso tempo a mio agio con la tristezza di tutti i giorni. La sventura di chiedere lumi ad un commesso, fa crollare di botto l’eden a base di castello di carte che mi ero costruito. Con fare tra il saccente ed il commiserativo, mi minaccia che se non porterò nel  Brickhostoreforyou buona parte della serrandina debitamente sradicata dall’appartamento, difficilmente si potrà risalire al corretto formato del pezzo da sostituire.

La mia mente come Hal 9000 svanisce in un sol colpo e mentre pasolinianamente rifletto sul progresso come falso progresso, mi immagino novello presidente del consiglio emanare come primo atto di una lunga e sfavillante carriere politica, un decreto che uniformi la pezzatura degli avvolgibili delle tapparelle. Esco sconsolato dal  Brickhostoreforyou, vorrei distruggere con una mazza ferrata l’insegna al neon che lo reclamizza con arrogante baldanza: “Realizziamo i vostri sogni con filettature da un pollice e mezzo” ma la mia educazione gandhiana mi frena.

E’orami tardi. Rimando tutto a domani. In zona c’è un negozietto che vende cianfrusaglie che frequento ogni tanto. Entro e mentre mi avvento per una rapida occhiata ai libri, il padrone mi guarda in cagnesco consultando l’orologio. Sono tentato da “Il setter da caccia” ma non ho la materia prima e cioè il cane, poi in un angolo una costola strana su cui leggo 1923 Janvier – La Nouvelle Revue Française”. Sfilo il volume con farisaica ambizione e leggo sul frontespizio: Hommage à Marcel Proust. Come un sputnik impazzito, questa scheggia di storia è precipitata in questo assurdo posto, materializzandosi con la mia essenza complice un’ avvolgitore smollato.

Dopo 90 anni il libro in-ottavo è in buonissimo stato, potrebbe addirittura essere stato toccato da Robert Proust o Madame Anna de Noailles. Ne pago il dazio di tre euro ed esco, con la serranda principale del negozio che inizia a chiudersi inceppandosi proprio sul più bello e costringendo il tizio titolare dell’attività a dormire nel mercatino in un letto a baldacchino, usato da Joe d’Amato per un porno B-Movie. Adagio il libro sul sedile davanti e, colto da uno scrupolo paterno, gli aggancio anche la cintura di sicurezza dell’auto. Poi, messo in moto il motore, mi avvio verso casa, ripensando alla giornata trascorsa ed alla pantomima stressante che ognuno di noi recita fra il sublime ed una gloria che non arriverà mai.

La Nouvelle Revue Française più nota sotto l’acronimo NRF nel gennaio del 1923 fa uscire un numero speciale dedicato a Marcel Proust scomparso soltanto due mesi prima il 18 novembre del 1922. L’Hommage à Marcel Proust è una raccolta di ricordi, testimonianze e piccoli saggi con nomi che vanno dal fratello Robert, al suo editore Gaston Gallimard, a Jean Cocteau, Paul Morand, Valery Larbaud,Lucien Daudet, Jacques-Emile Blanche (autore del suo più celebre ritratto esposto al Musée d’Orsay) a Paul Valery. 

The End Bulbo Kort

In Letteratura on 5 gennaio 2013 at 14:52

the end bulbo kort

Bulbo Kort venne a torto considerato un pessimo regista. Megalomane senz’altro, senza il dono della sintesi cinematografica nemmeno, ma essenzialmente onesto. La sua concezione filmica spazio-temporale, era del tutto personale e le sue opere non duravano più di 5 minuti.

Fu l’unico regista del ‘900 a portare sullo schermo l’intera opera di Proust: Du Côté de chez Swann, A l’ombre des Jeunes Filles en fleurs, Le Côté de Guermantes, Sodome et Gomorrhe, La Prisonnière, Albertine disparue e Le Temps retrouvé condensandola magistralmente in 4’57’’ di proiezione, che la corrotta critica del tempo stroncò senza pietà, definendola opera pretestuosa e prolissa di un pretestuoso regista in disarmo.

Bulbo, che in sua difesa amava citare Theodor W. Adorno ed il suo “sprofondamento nel frammento”, non si curò mai delle critiche. Non rispose mai alle provocazioni, se non quella volta che, alla sagra del cinema di Venezia, apostrofò i critici come immondi topi di gogna, non conoscendo bene la nostra lingua. Nel successivo “Il consumatore di Dittatori” raccontò l’infanzia felice di Josef Mengele a Günzburg fino alla drammatica scelta, finito il liceo, fra il diventare medico o cartografo medievale.

Dimenticato dalla cultura ufficiale e dai media in generale, visse in miseria per non dire di merda gli ultimi anni della sua vita, meditando opere assurde mai portate a termine come l’innovativo “Titoli di coda”, in cui l’opera filmica si concentrava non più sulle immagini e sul plot narrativo, ma essenzialmente su operatori, macchinisti e arredatori del presunto film, come a voler sottolineare la supremazia degli autori sul cinema di genere. La morte lo colse ancor giovane nella stesura dei titoli. La cerimonia funebre vide l’omaggio sentito e commosso di padre Dirkhemm, suo vecchio amico d’infanzia, il quale celebrò la messa (omelia compresa) in quattro minuti.

Con l’avvento delle nuove tecnologie pensavo fosse stato riabilitato. Capita a tutti infatti, mentre si cazzeggia su internet, di ricordare un nome. Quella mattina mi accorsi di quanto fossimo uomini primitivi, ingabbiati in una macchina cosmica. I rimandi, le assonanze, la banalizzazione verso il basso avevano raggiunto picchi himalayani. Ero distratto dalla ricerca di un disco di Neil Young, “Live in San Francisco” che trovai quasi subito. In basso apparve la scritta subdola e mefitica che insozzò per sempre il candore di quella mattina. Quasi nascosta e semplicemente naturale, come il consiglio di un vecchio amico, diceva; dello stesso genere; Michael Bublè, Adele, Jovanotti (sic 2 dischi). A volte ricordo comparire un ben più peggiore “potrebbero piacerti”.

Solo allora mi ricordai del buon vecchio Bulbo Kort di cui vi ho raccontato la storia.

Stennerr la maschera

In Uncategorized on 27 maggio 2012 at 17:40

Tipo strano lo era sempre stato, basta dire che aveva sempre preferito la voce limpida e cristallina di Flo Sandon’s a quella di una Nilla Pizzi più timbricamente calda. Ma nel primo dopoguerra, con l’Italia da ricostruire empiricamente e senza un vero e proprio processo di Norimberga, mio zio si perdeva in vane dissertazioni su musica e cinema. Il suo cavallo di battaglia fu la famosa polemica, ripresa anche da molti giornali sul cinema pre-neorealista, che nasceva, secondo lui, da alcune commedie di Camerini in cui i prodromi del cinema di strada, si nascondevano in un cinema che verrà ricordato dei telefoni bianchi.

Poi c’era la famosa storia di Bruce Stennerr, maschera infelice di un cinema low-cost di Broadway, dove per giustificare il prezzo stracciato del biglietto, Bruce si aggirava fra le poltrone con un moccolo di candela. Una sera del 1947, era appena uscito se non ricordo male “Secret beyond the door” di Fritz Lang, Bruce incautamente urtò Dom Swishels e della cera cadde sul suo costume in nylonstex e prese fuoco. Dom aveva lasciato tutto per diventare wrestler professionista e viveva praticamente con questa calzamaglia 24 ore al giorno. Veramente la storia secondo certuni è un po’ diversa, e Dom cominciò come wrestler e finì come pederasta, insomma dalle tute da lotta passò alle tutine poi ai collant e così via. Di sicuro c’è la sua fine ingloriosa e la consegna da parte della direzione di una torcia elettrica allo Stennerr.

Qualche anno prima, per la precisione il 23 marzo del 1918, i tedeschi per la prima volta bombardarono Parigi da 108 chilometri con la Grande Berta, il famoso cannone a lunga portata da 210mm lungo 36 metri e con una traiettoria di 148 chilometri. Marcel Proust ce lo ricorda in alcune memorabili pagine della ricerca, descrivendo una Parigi buia, notturna e piena di calcinacci ma soprattutto descrivendo la disgregazione di un mondo che, dopo un breve respiro, si avvierà verso la catastrofe della seconda guerra mondiale.

Il periodo non era certamente felice, ma la storia ci insegna che i sognatori sono dei bambini, ed il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo venir cacciati. Il viaggio che Adam McTire fece in California da bambino lo segnò per tutta la vita, soprattutto per via delle sequoie che lo colpirono molto. Il passaggio da homo-sapiens a uomo-ansioso fece il resto. Capì in un attimo che per liberarsi da tutte le sue frustrazioni, doveva in qualche modo riportare il suo mondo al passato, ed ebbe un’ intuizione improvvisa, infantile e primordiale allo stesso tempo, che riportò alla luce una memoria sepolta da anni. Ciò che James Joyce chiamò epifania, rivelò ad Adam un metodo molto più prosaico per fare soldi e si imbarcò in un business che prevedeva la distribuzione e la vendita di bonsai di sequoia.

Ne vendette uno solo, al Madison Square Garden che lo mise nella hall vicino alle biglietterie e che i più scambiavano per un pino d’aleppo troppo cresciuto. Gli altri vennero venduti al governo norvegese che ne fece legna da ardere per alcune isbe vicino alle isole Svalbard. Adam divenne taciturno e solitario finchè un giorno scomparve all’interno di una sequoia dove stava costruendo un ascensore. La leggenda vuole che, come avvenne per il salice, molte cupressacee quel giorno piansero.

Il modernismo dimenticato

In Letteratura on 29 febbraio 2012 at 18:32

Il 1903, un anno come tanti altri. La Germania ottiene la concessione della ferrovia di Bagdad, Giovanni Pascoli pubblica I canti di Castelvecchio ed il 2 febbraio Robert Proust sposa Marthe Dubois-Amiot, matrimonio che costerà a Marcel diversi giorni di letto per febbre e mal di gola. Occuparsi del matrimonio di un fratello è impresa quasi altrettanto faticosa del proprio matrimonio, scriverà il giorno dopo a Madame Alphonse Daudet.

Se si fosse fermato in Rue de la Paix 15, presso il dottor P.R.Sanden ed avesse acquistato la Centuire Electrique “Herculex”, sarebbe guarito in un amen, avrebbe riacquistato forze mai avute, e la storia della letteratura avrebbe risparmiato molta carta. D’altronde, come recita l’incipit della réclame, virilità perfetta, forza e vigore sono qualità di cui abbiamo pieno diritto. L’elettricità è il rimedio del ventesimo secolo contro la debolezza di giovani e vecchi: nevrastenia, spossatezza, impotenza, mal di reni, nervosismo e varicocele. A differenza del modernissimo viagra, che come farmaco è tendenzialmente monomaniaco, la cintura cura un po’di tutto e può essere utilizzata anche dalle donne contro i reumatismi e i disturbi dello stomaco, del fegato, dei reni, della vescica e contro la costipazione.

I giornali ed i muri di Parigi, sono in quegli anni pieni di annunci mirabolanti su impotenza ed igiene sessuale, e numerosi sono i rimedi contro gli eccessi di qualsiasi natura, comprese le abitudini depravate. Vi risparmio la descrizione di una prodigiosa doccia a jet rotativo denominata “Marvel”, per la toilette intima delle signore, a cui si dovrebbero interessare tutte le donne. Ma il problema per gli uomini rimane e, come scrive il dottor Tissot nel 1760 – le frequenti emissioni di seme, rilassano, prosciugano, indeboliscono, snervano e producono una quantità di malattie – da qui la necessità di correre ai ripari. La Parigi del nuovo secolo, piena di Maison Tellier di maupassantiana memoria, corre ai ripari con le sue eccentriche cinture che compiacenti disegnano una città divisa fra carne e spirito.

Méliès en caoutchouc

In Cinema on 30 gennaio 2012 at 18:47

Innanzitutto non sappiamo di preciso quanti spettatori entrarono al Salon Indien quel sabato sera. Il numero di 33 sembra essere unanimemente riconosciuto, ma l’Histoire du cinema 1895-1929 di René Jeanne e Charles Ford riferisce di un incasso di 35 franchi che, ad un franco a biglietto, monsieur de Lapalisse insegna, fa 35 spettatori.

Di certo era presente George Méliès invitato da papà Antoine orgoglioso dell’invenzione dei suoi figli. Il Boulevard des Capucines si trova fra L’Olympia e Place de l’Opera e finisce dove inizia il Boulevard des Italiens. Al numero 8 di quest’ultimo si trova il teatro Robert-Houdin diretto da Georges Méliès. Dalla parte opposta Place de la Madeleine dove inizia il Boulevard Malesherbes. Al numero 9 abita Marcel Proust ed è lecito chiedersi quella sera dove fosse e magari fantasticare su di una sua eventuale presenza al salone indiano magari accanto a Georges  Méliès.

Di apparecchi che riproducono immagini ve ne sono altri ma quello dei Lumière ha immagini nitide e stabili, è poco rumoroso ed ha il grande vantaggio di essere utilizzabile sia per riprendere immagini che per proiettarle. Georges Méliès davanti allo schermo immagina in un attimo la deviazione di un futuro. L’idea di cinema è una folgorazione improvvisa che scintilla da un passato che non esiste. Per i Lumière una curiosità scientifica senza avvenire che cercheranno di sfruttare commercialmente nella maniera più vantaggiosa possibile, non vendendo l’apparecchio ma soltanto affittandolo.

Méliès offrirà 10.000 franchi ai fratelli Lumiere per la cinepresa, il direttore del Museo Grévin, Gabriel Thomas ne offrirà 20.000 e Allemand direttore delle Folies Bergère arriverà a 50.000. Le tre offerte saranno rifiutate, Méliès acquisterà allora da Robert William Paul per 1000 franchi un esemplare del suo Animatograph con un certo numero di pellicole Edison che comincerà a proiettare nel suo teatro a partire dall’aprile del 1896. I fatti e le date aiutano a spiegare la storia, ma il sogno di Georges Méliès ha le sue parole:

Sono nato a Parigi nel 1861. La mia prima passione fu il teatro: i famosi fantocci meccanici di Robert-Houdin – l’Arlecchino, la testa di Belzebù il pipistrello rivelatore – mi trasportavano letteralmente fuor di me stesso. E siccome avevo un certo talento naturale per la meccanica tanto feci e tanto studiai finchè mi riuscì di riprodurre quelle meravigliose marionette [1936]. Ho quindi costruito automi, è vero, ma non li ho inventati. Mi esercitai per un po’ intorno alle macchine della fabbrica di mio padre, e poi non feci altro che imitare quei congegni dopo averli visti in azione da lontano, sulla scena del teatro Robert-Houdin [1929]. Passavo giorni e notti a correggerli, a perfezionarli, a inventare nuovi accorgimenti e stratagemmi inediti: mille diavolerie, insomma, per attirare l’attenzione degli spettatori e trasportarli fuori dalla realtà [1936]. (2_continua)

Your idea of misery

In Letteratura, Libri on 27 novembre 2011 at 11:24

Sappiamo tutti com’è morto Felix Faure. Fra le braccia della sua amante. Beh, fra le braccia non proprio, comunque rimane l’unico presidente della Repubblica Francese ad essere morto all’Eliseo. Ora, essendo io in possesso non di uno ma di ben due Nuovissimi Melzi quello del 1922 e quello del 1951 il discorso si fa complicato. Per essere più precisi l’edizione del 1922 come d’altronde quella del 1905 è Il Nuovissimo Melzi mentre nel 1951 diventa Il Novissimo Melzi. Se il Cav. Gian Battista Melzi l’aveva chiamato Nuovissimo un motivo doveva pur esserci, sta di fatto che nel dopoguerra qualcuno, non si sa chi, decide di togliere una “u” costringendo i posteri a raddoppiare i Tag.

Sotto la voce Felice Faure nell’edizione del 1922 c’è anche la figlia. Il nome riportato è quello con cui la figlia scrittrice si firmava, Faure Felix Goyau Lucia, il nome del padre unito a quello di suo marito Georges Goyau storico e filosofo francese. Ma, sotto al nome, in una rapida e sommaria descrizione, il colpo di genio, l’arguzia sottile ed elegante che il Melzi amava sfoderare all’improvviso, come un mago che estrae il coniglio dal cilindro: “Figlia e, si disse ninfa Egeria del fu presidente della Repubblica Francese”. Di tutto questo non rimarrà traccia trent’anni dopo, la poesia necessaria per far funzionare un dizionario non è più indispensabile, e la figlia primogenita di Felix Faure nel 1951 diventerà: “Figlia e consigliera del precedente”. Si ignora in entrambi i dizionari la sua data di nascita, mentre viene riportata l’anno della morte che è il 1913.

La sorella di Lucie Faure è Antoinette Faure, nata nel 1871, lo stesso anno di Marcel Proust. Nei pomeriggi dopo la scuola Antoinette e Marcel giocavano assieme agli Champs-Elysées, e sarà proprio Antoinette a presentare a Marcel il famoso questionario in inglese con 24 domande. Siamo nel 1885, Proust ad alcune domande non risponderà. La sua idea di felicità è «Vivere accanto a tutti quelli che amo in mezzo all’incanto della natura, con una quantità di libri e spartiti, e non lontano da un teatro francese», ma soprattutto alla domanda Your idea of misery risponderà con una sommessa immagine della sua infanzia, che diventerà Combray: «Essere separato dalla mamma».  

Combray

In Letteratura on 4 giugno 2011 at 23:24

 

Combray, di lontano a dieci miglia all’intorno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell’ultima settimana prima di Pasqua, non era che una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava per lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo. Ad abitarla Combray era un po’ triste, come le sue strade, le cui case costruite con la pietra nerastra del luogo, precedute da scalini all’esterno, sormontate da pignoni che facevano scender l’ombra dinanzi ad esse, erano abbastanza scure perché dal primo cader della sera occorresse rialzare le tende nelle “sale” ; strade dai gravi nomi di santi (di cui parecchi si ricollegavano alla storia dei primi signori di Combray): via Sant’Ilario, via San Giacomo dov’era la casa della zia, via Santa Ildegarda, su cui dava il cancello, e via dello Spirito Santo, sulla quale s’apriva la porticina laterale del giardino; e quelle strade di Combray vivono in una parte della mia memoria così remota, dipinta a colori così differenti da quelli che ora rivestono per me il mondo, che in verità mi sembrano tutte, con la chiesa sulla piazza che le dominava, più irreali ancora delle proiezioni della lanterna magica; e in certi momenti mi pare che poter ancora attraversare via Sant’Ilario, o prendere in affitto una stanza in via dell’Uccello ─ nella vecchia locanda dell’Uccello Trafitto, che da ogni spiraglio mandava un odore di cucina che a tratti s’alza ancora in me non meno intermittente e caldo ─ sarebbe un entrare in contatto con l’Aldilà più meraviglioso e soprannaturale che non far conoscenza con golo e discorrere con Ginevra di Brabante.

Il Giovedì Santo di ogni anno la famigli dello scrittore lasciava Parigi per passare le vacanze di Pasqua a Illiers, ospite del cognato Amiot che aveva sposato la zia paterna di Marcel, Elisabetta. Illiers diventerà nel romanzo Combray. Le foto dei luoghi del ricordo di Marcel esistono, e colpisce la descrizione precisa e puntuale della chiesa che riassumeva tutta la città, della pietra nerastra con cui erano costruite le case, e dei nomi dei santi delle vie.

La descrizione che fa Proust di Combray-Illiers, non è solo poetica e struggente, ma anche reale, e quando scrive che: Ad abitarla Combray era un po’ triste, (A l’habiter Combray était un peu triste) ci ricorda con una semplice frase come l’infanzia e il passato nel ricordo vengano setacciate dal tempo che ne smussa gli spigoli più dolorosi. La traduzione del brano di Combray che ho riportato, è quella di Natalia Ginzburg.