Combray

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Toplex 1978

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 30 agosto 2013 at 20:09

pingo

I primi seni liberi nel 1978 me li ricordo bene: rare denunce e molte assoluzioni, compresa quella di un tizio che in marzo a Milano passeggiò nudo per strada.

Il 46% degli italiani (presumo maschi dato che il sondaggio non lo specificava) di dichiarò favorevole ai seni nudi in spiaggia. Ricordo che ne venne avvistato uno nei pressi della spiaggia libera vicino al porto e, per qualche pomeriggio, decidemmo di stazionare nei pressi facendo finta di niente.

Non erano anni facili, la mancanza di mezzi tecnologicamente avanzati ci faceva sprofondare nella più cupa ignoranza. Sognanti osservavamo il toplex della spiaggia libera come una comitiva di craniolesi, facendo confusione con il duplex ed altre diavolerie simili. Non eravamo mai stati appassionati di arti decorative, la nostra conoscenza del corpo femminile si limitava a fugaci letture di Jacula e di Vartan, che il maestro Angiolini disegnava senza capezzoli rendendoci la vita ancora più grama.

Il 28 giugno poi, con un costo di 1.200 milioni di lire, si apriva la Biennale di Venezia con un titolo che avrei voluto proporre io e che ho sempre amato: “Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura”. Due giorni dopo, nell’ambito della popolare manifestazione, il toro Pingo si accoppierà con una vacca meccanica scatenando non poche polemiche fra gli astanti della mostra ed i benpensanti in genere.

 

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Angoscia numero 85

In Uncategorized on 7 luglio 2012 at 12:56

Ora dovete sapere che molteplici sono le angosce degli anni settanta, dai capezzoli fantasma di Vartan, ai servizi segreti deviati, al trasformatore sotto il mobile del televisore. Io ero lì, che oscillavo fra accadimenti che avrebbero cambiato l’Italia, ed il quotidiano che non riuscivo a decifrare. Pezzi di storia scalcinati come macigni mi sfioravano senza colpirmi e apparentemente senza lasciare tracce.  

Cos’era dunque il mondo attorno a me, un enigma stemperato dai ricordi o l’essenza del marciume del mondo che riaffiorava di volta in volta da paradisi perduti? Angoscia numero uno: Zagor n°85 che uscì nel giugno del 1977. La lugubre copertina mostra lo spirito con la scure in un cimitero, attorniato da fetidi pipistrelli che gli svolazzano attorno. Il suo volto è sconvolto e disperato, impugna una rivoltella senza la convinzione che gli possa venir utile. La storia, dopo il solito inizio divertente con alcune gag di Felipe Cayetano Lopez y Martinez etc. si addentra in un racconto di vampiri ungheresi della Transylvania (non so perchè scritta con la y, un inglesismo immagino) magicamente tratteggiata dai pennelli e dalle chine di un ispirato Gallieno Ferri.

La lugubre narrazione si dipana in una trilogia di numeri che violentemente colpirono i figli del boom economico. Noi non cercavamo altro che il momento illusorio dell’evasione, delle macerie attorno, ne avremmo fatto volentieri a meno. Non ci importava nulla della verosimiglianza cartacea e nulla sapevamo di autori e disegnatori. Zoltan era il servitore dell’ottenebrato barone Bela Rakosi (forse fratello del ben più noto Bela Lugosi) che non nascondeva le stimmate del vampiro (castello, mantello ed aspetto emaciato) ma che non veniva riconosciuto da un ingenuissimo e candido Zagor che in fondo rifletteva anche la nostra bonarietà di tredicenni.

I falchi di oggi poco sanno dell’esser giovani, della scoperta un lunedì sera di un angoscia ancor più opprimente che, soltanto anni dopo documentai in Gaslight di George Cukor. Ora, che in un mondo popolato di stronzate, l’analisi di un film nebbioso e vittoriano diventi esercizio sterile lo accetto e cito l’impressione di un film visto in un televisore che ronzava e con schermo bombato che idealizzava un’Ingrid Bergman post-casablanca. Il tormentato personaggio di Paula Alquist è inerme nella sua perlacea avvenenza, sconta frustazioni non sue che non culmineranno in un lieto fine tradizionale, ma su di un illusione transitoria.

Emblema della donna arrovellata da angosce e grandi passioni, la Bergman troverà in Yvonne Sanson in Italia il suo contraltare carnale (paragone ardito ma necessario) deformato dal melodramma e dalla letteratura d’appendice. The King of the Comedy ne farà la misera eroina degli anni della ricostruzione, dirigendola in sette film con Amedeo Nazzari, da Catene a Malinconico Autunno, mostrando ciò che la critica impegnata non seppe vedere, un’Italia più povera del neorealismo.

Similbouquinistes

In Uncategorized on 17 giugno 2012 at 16:23

Setacciavo edicole soprattutto d’estate, alla ricerca di giornaletti. In bicicletta mi spingevo oltre le colonne d’ercole del lungomare, per scrutare gli orizzonti della mia crescita. Tornavo spesso a mani vuote, con le espadrillas scalcagnate, domandandomi perchè non si dicesse scaltallonate. Per diversi pomeriggi verso le tre, mi recai in pellegrinaggio in un edicola che esponeva il numero uno di Thor, nel cassone metallico similbouquinistes che apriva solo d’estate.

Soltanto era in tedesco e il dubbio amletico che mi attanagliò per diverse settimane, fu quello se affrontare la spesa e farmelo tradurre da Otto Bachmüeller, un ex sergente delle SS che, in incognito, abitava dietro casa mia. Quando racimolai i cinque talleri di Maria Teresa per l’acquisto, l’edicolante mi disse che lo aveva venduto ad un moccioso alemanno cinque minuti prima. Un velo di tristezza calò improvvisamente sulla mia vita di adolescente. Mille domande sull’uomo, tempestarono il mio già fragile inconscio, affranto inforcai il mio velocipede stanco. L’edicolante mi gridò dietro vacue parole, tentandomi con nomi di sogno, Zora, Lucifera, Helga, Hessa, Vartan, Sulka, ma come un novello Ulisse fuggii tappandomi le orecchie.

Mio padre quando mi vide arrivare mi chiese (non lo faceva mai) cosa avessi fatto. Un discreto sorriso fu la mia risposta, mi tolsi le espadrillas con un agile movimento del malleolo, e sedetti affianco a lui sotto la tenda. Guardava il mare da una vita, fumando in silenzio, toccandosi il volto rasato di fresco e macinando tutti i suoi ricordi pedatori che odiava. Cresciuto nel grigiore di quegli anni, ricordo solo le estati, la canicola dei pomeriggi e la sensazione dei piedi sulla sabbia che si provava quando, finita la scuola, si andava al mare.

La sera stessa Otto mi chiese lumi sul giornaletto incriminato. Gli raccontai i fatti, imprecando sulla perfida albione che comunque non c’entrava niente. Per consolarmi mi offrì del sidro di cactus, che rispolverava soltanto nei momenti più cupi, una ricetta che, sembra, Hermann Göring amasse più della morfina.