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Consigli per l’estate

In Libri on 30 luglio 2011 at 07:03

Certo, non vi consiglierò l’Ars Magna Lucis et Umbrae di Padre Athanasius Kircher come fece Umberto Eco qualche anno fa. In effetti, anche se l’edizione romana del 1646 è ancora reperibile presso qualche antiquario, potrebbe sbriciolarsi sotto l’ombrellone. Per principio, considerando i miei lettori non sprovveduti, salterò a piè pari ciò che viene considerato un classico. Iniziamo quindi con un libro che vi farà fare un figurone tra gli amici, visto e considerato che l’argomento principale di questa società corrotta e decadente è il tempo. Si tratta di un vecchio Oscar Mondadori, Che tempo farà di Edmondo Bernacca, manuale di meteorologia pratica con un atlante delle nubi a colori. Imparerete in breve tempo a distinguere fra un Cumulus Humilis e un Cumulus Fractus, a temere la parte inferiore del Cumulonimbus Calvus e ad amare la varietà dei colori serali del Cirrus Uncinus. Da evitare in compagnia di amiche, di fare gli spiritosi citando nubi inventate tipo Cunnilingus. Il libro è inoltre pieno zeppo di consigli pratici. Di fondamentale importanza il capitolo relativo ai fulmini e a come difendersi. Evitare di stare nei luoghi ove può formarsi una colonna d’aria in quanto essa costituisce un buon conduttore elettrico. E’ d’uopo quindi durante un temporale non sostare in aperta campagna nei pressi di un gregge, cosa che un po’ incoscientemente facciamo quasi tutti.

Di Richard Hough, L’ammutinamento della Potemkin, dalla rivolta alle selvagge repressioni. Il libro costituisce un prezioso documento sui fatti di Odessa del 1905 e sulla feroce repressione dello Zar che condusse al massacro di seimila persone. Propedeutico per la visione del capolavoro del maestro.

Ma passiamo ora ad una lettura più leggera, si tratta de I fumetti di Unidad Popular, uno strumento di informazione popolare nel Cile di Allende, prefazione di Umberto Eco. Durante la breve primavera cilena di Salvator Allende, al fumetto fu affidato il compito di spiegare le varie riforme del suo governo, da quella agraria a quella della casa. Il tratto di questi fumetti è scarno, macchiettistico e caricaturale, simile a Robert Crumb ma con un tratteggio appena accennato quasi da linea chiara. Interessante l’uso in alcune tavole di inserti fotografici a supporto della narrazione, inserti che non possono non riportare a Jack Kirby.

Per finire un catalogo che risulterà sicuramente utile visto il clima di violenza che affligge il nostro vivere quotidiano. Si tratta del Catalogo per tipi e prezzi della Corazza Protettrice un indumento che al giorno d’oggi non può mancare nel nostro guardaroba. Occorre chiaramente un aggiornamento sui prezzi, dato che una Pettorina Semplice costa ancora L.60 mentre una Pettorina Browning L.120. Anche il test sulle corazze è un po’ datato, risale infatti al 12 giugno 1908 alle ore 15. In breve ricordiamo che l’oggetto in questione difende il corpo umano da tutti i colpi di armi bianche, coltelli, pugnali, spade, ecc. sia di punta che di taglio; da ogni colpo contundente, bastonate, sassate ecc. nonché dai colpi di armi da fuoco fino alla resistenza massima del revolver d’ordinanza militare italiana, proiettili di piombo, polvere nera, fabbrica Leon Beaux & C. di cui è dotata la Regia Questura Italiana.

Il 28 dicembre 1895

In Uncategorized on 24 luglio 2011 at 08:38

Sono passati poco più di 110 anni e già la storia comincia a far acqua da tutte le parti. Una sera di sabato 28 dicembre del 1895, a Parigi fa freddo, ma i boulevard sono ugualmente affollati. Natale è passato da poco, e ci aggira fra bancarelle di dolci, giocattoli e baracconi di tiro a segno. In realtà c’è chi dice che, sì quella sera faceva freddo e il vento era gelido, ma strade e marciapiedi erano deserti, la gente rincasava velocemente alzandosi il bavero e le varie baracche allestite per le feste erano già chiuse. L’unica cosa che sappiamo per certo è il luogo, uno scantinato pomposamente ribattezzato Salon Indien, che si trova presso il Grand Café al numero 14 del Boulevard des Capucines. Chi passa è attirato da uno striscione di tela bianca su cui campeggia la scritta Cinématographe Lumière.

 La parola cinematografo non è nuova. Il 12 febbraio del 1892, il francese Léon Bouly deposita un brevetto per un suo apparecchio per la cattura delle immagini in movimento e lo chiama Cinématographe. Di fatto quasi nessuno sa cosa significhi la parola, ma ci troviamo lungo i Boulevard di Parigi, dove come scriveva Balzac c’è la vita. Il Salone Indiano è attrezzato con un centinaio di sedie e uno schermo bianco. I tre Lumière, papà Antoine ed i figli Louis e Auguste, che tramite un loro dipendente, il fotografo Clément Maurice, hanno organizzato la serata, sono degli industriali chimici che operano nel campo delle lastre fotografiche. Il lato romantico che vede scanzonati boulevardier passeggiare ed entrare per caso nel locale, cozza contro una realtà ben diversa.

 I Lumière, che hanno già presentato la loro invenzione alla comunità scientifica il 22 marzo, hanno invitato direttori di teatri d’arte varia e d’illusionismo e qualche giornalista. L’operazione è chiaramente commerciale, sono degli industriali e dalla loro invenzione sperano di ricavarne un profitto economico. Anche monsieur Volpini, il proprietario del salone, pensa di guadagnarci qualcosa, ed affitta il locale ai Lumière per un anno a trenta franchi al giorno. Confiderà ai posteri di aver rifiutato la proposta del signor Clément Maurice di una percentuale sugli incassi. Qualche settimana più tardi la fila di persone in attesa davanti al Grand Café arriverà fino a Rue Caumartin. Duemila spettatori al giorno assisteranno alle proiezioni del cinematografo, il signor Volpini avrà gettato alle ortiche il più grande affare della sua vita e penserà seriamente di cambiare cognome. (1_continua)

Gianni Brera e l’umanità dimenticata

In Letteratura, Libri on 8 luglio 2011 at 06:00

L’unica padania che riconosco è quella di Gianni Brera. Il problema ora è di capire quanti che votano lega siano in grado di leggere oggi un suo articolo. Non che El Gioânn non si sia divertito in sane schermaglie regionali, imparate il redefossiano, quante volte mi sfruculiano alla radio e alla tv i vostri dialetti solari, ma c’era la consapevolezza di un passato che, nonostante tutto, univa un paese povero afflitto da tare secolari. E poi dialetti solari mi sembra un’invenzione linguistica in cui non si può non riconoscersi.

 L’Italia era diversa, ma la miseria la stessa e si poteva allo stesso modo amare il Redefossi che nasceva dal Naviglio con le donne di corso Lodi  che vi andavano a lavare i panni, e la Napoli plebea in cui ci si doveva alzare all’alba per arrivare in tempo allo stadio.L’umanità antica di Gianni Brera viene fuori in molti articoli, ne ricordo uno legato al Giro d’Italia, che tornò a seguire nel 1976. Sarà il suo ultimo Giro da inviato. Ricordo invece che è stato il primo Giro che ho visto in televisione e l’ultimo vinto da Felice Gimondi, anzi Felix-di-mondi. La prima tappa arriva a Siracusa il 21 maggio ed è funestata da un incidente mortale. Juan Manuel Santiesteban corridore della Kas cade in discesa e muore. Brera intitola il suo articolo Un buon operaio:

 “(…) La sua tragica morte è venuta a funestare quella che il nostro illuso ottimismo considerava una festa di sport. Il mestiere del ciclista non è meno drammatico – ahimè – delle corride che al paese di Santiesteban consentono ai poveri di lottare e vincere – quando vincono – contro la fame, loro eterna nemica.(…) Non ricordo di aver mai visto Santiesteban. Lo immagino magro e triste come chiunque si senta addosso il peso, anzi la condanna di un infelice destino. Penso accorato ai due bambini piccoli, alla infelice sposa che ha lasciato in un misero villaggio come tanti della Spagna, nei pressi di Santander. Al solo ricordarmi di essere partito per un festoso pellegrinaggio attraverso il nostro Paese, mi sento avvilito come se fossi anch’io colpevole di questo lutto malaugurato. Il tragico quotidiano che ci assilla non è altro. Tocca ai vivi di sopravvivere nel dolore. Ascoltassi il mio cuore me ne andrei bestemmiando.(…) Negli occhi dei corridori si leggono pena e sgomento, fors’anche il rimorso di sentirsi per una volta scampati ad un destino sempre in agguato. Il rischio affrontato per gioco è talora insopportabile condanna dei poveri, ma ribellarsi è inutile.”

 Il ciclismo in quegli anni si stava lentamente trasformando, ma era ancora essenzialmente uno sport di contadini e muratori. La parola fame ricorreva spesso nei suoi articoli. Il ciclismo era una passione, ma anche un modo per lavorare forse meno faticoso che coltivare la terra. Il sud del mondo era lo stesso in Spagna come in Italia nella Bassa o alle pendici dell’Etna. E’ questa terra di poveri che domina i suoi racconti, che oggi avrebbe visto nei barconi che attraversano il mediterraneo.