Combray

Il sifone tappato

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 18 novembre 2018 at 10:22

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Il diario di un uomo perduto. Così avrei voluto intitolare il mio libro, titolo evocativo ma nello stesso tempo misterioso ed antico.

Il mio editore non era d’accordo, secondo lui non evocava un cazzo, oltretutto, sempre secondo lui, solo gli omosessuali tenevano un diario. Non ricordo come mai fossi finito a mercanteggiare il mio ingegno con quella fogna, ma tale era il potere delle bollette.

A forza di non pagarle, intervenne persino una squadra di guastatori del genio civile per troncare i cavi primari che non trovarono. Per rabbia decisero allora di potare la sequoia nana della vicina che, sbattendo i tappeti e non trovando più l’albero contattò il genio civile che non si fece trovare. Fu così che il mio romanzo si intitolò Il sifone tappato, titolo fuorviante dato che nella storia di idraulici neanche l’ombra, ad eccezione di un passaggio in cui il protagonista Vutt Kliminskij fora una gomma ed utilizza un martinetto idraulico per la sostituzione.

Il mio editore si divertì molto di questa trovata, gli ricordava un racconto di Franz Jemmille in cui il martinetto non funziona ed un meccanico finisce al camposanto schiacciato dal mezzo. L’attinenza era molto vaga e fumosa ma non glielo dissi perchè spesso, Verm Stingflick il mio editore, amava dirimere questioni letterarie attraverso la sua Luger.

Appurai allora che forse, la foto del Reichsführer Himmler che ornava la sua scrivania avesse un nesso con le sue idee. La mia analisi dei disvalori borghesi contenuta nel libro era secondo lui una favola folcloristica, ed il protagonista con quel nome ridicolo non poteva andare lontano.

Non andò lontano nemmeno il libro dato che fu presto ritirato per oscenità. Vutt nella storia mette incinta il parroco del paese che si rivelerà una donna causando non pochi problemi alla curia di Korrugwaretm dove la storia è ambientata. Il sequestro pose fine alle mie ambizioni letterarie.

Tornai ad imbottigliare gazzose per la Verm Soda, l’azienda del mio editore che consapevole dei tempi di crisi si ritagliò uno spazio nella ristorazione. La Verm Soda ebbe vita breve e fallì per una storia di fatture in nero. In realtà erano tutte in ordine, ma Stingflick si ostinava a compilarle con vecchi blocchetti del ventennio intestati all’OVRA per la delazione dei dissidenti politici.

Uno zelante burocrate se ne accorse e lo denunciò per obsolescenza fascista. Tramite le parole crociate infatti era venuto a conoscenza del significato dell’acronimo OVRA.

Mi ritrovai di colpo senza gazzose e senza editore. Mi ricordai allora di Rastignac e del finale di Le Père Goriot ma non lanciai nessuna sfida. Tornai a casa e mi chiusi in me stesso aspettando tempi migliori.

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Cronaca di un critico decentrato

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 10 novembre 2018 at 09:25

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I babbioni di “Cinema nuovo” storcevano il naso e parlavano di «favola folkloristica»

Accadde così che tutte le mie certezze di operaio-cinefilo-solitario crollarono come un castello di carte di sabbia, costruzione come potete immaginare fragilissima. Un tale di nome Alberto Pezzotta improvvisamente mi fece capire quale bizzarra sciarada (cit.) fosse la mia preparazione in fatto di cinema, e di come il tempo sottratto al sonno ed al riposo sarebbe stato impiegato meglio se effettivamente avessi dormito e riposato.

Eppure in cosa avevo sbagliato? Il turbinio di idee confuse e rassegnate mi illuminò la strada, male avevo fatto a credere nel cinema come l’arma più forte (cit.) forse arma lo era stata ma non oggi, dove i babbioni di FilmTV si permettevano di dare del babbione (secondo il Nuovissimo Melzi nell’edizione dell’ottobre 1922 s.m. scioccone; bestione) a Guido Aristarco e Renzo Renzi che per la loro storia personale e per la loro onestà intellettuale credo non se lo meritassero.

La loro rivista era fortemente ideologizzata, molti giudizi sono sicuramente rivedibili ma il loro dibattito era vivo come la condanna a sette mesi di carcere per oltraggio alle forze armate.

Oggi che il cinema non-cinema è un pacchetto venduto assieme ad altri (calcio, famiglia…) possiamo giocare a fare i critici non considerando chi ci ha preceduti, d’altronde il denaro come medium sociale ci costringe a fare i conti con virzì, la moglie, fabio de luigi e gli altri divenendovi degli inutili accessori.

[vedi FilmTV anno 26 n.44 del 30/10/2018 pag.42]

Ero riluttante ma…

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 28 ottobre 2018 at 17:56

Mentre la batteria di Art Blakey ingabbiava le mie velleità artistiche in un miserando rondò, l’inviata del telegiornale alla festa del cinema di Roma voluta da Mr.Veltron che, non pago di aver affondato un partito decise a suo tempo di affondare anche il cinema italiano, si eccitava di fronte al restauro di un film di De Santis, forse non il migliore, e mostrava la sua riluttanza di fronte alla parola fascismo che per i più voleva ancor dire ordine ma che per assonanza avrei potuto benissimo associarla ad ogni singolo cittadino di questo merdoso paese.

Wayne Shorter accarezzava così bene i tasti del suo sax tenore che stranamente non mi intristii, raccolsi di getto tutte le mie idee ed affermai a me stesso che, primo non ero uno stronzo come la maggior parte di persone affermava, secondo che avrei fatto meglio a contattare la rossa occhialuta giornalista per chiedergli per quale cazzo di motivo non aveva chiamato il regista con il suo nome e non avesse quantomeno fatto un breve inciso sul film il cui titolo si poteva prestare a fraintendimenti ed omissioni.

Lacerato da queste domande, decisi di ascoltare con ancor più attenzione la musica dello stereo. McCoy Tyner, fido pard del grande John Coltrane prestato a Blakey, la sperimentazione unita alla classicità di un messaggio che stentava a farsi largo tra mollica, ramazzotti, mengoni, e scorsese che a roma dichiarava il suo amore per il cinema italiano che lui vedeva in tv quando era piccolo (che cazzo di canali aveva la tv americana negli anni ’50 boh).

Umberto D, il fine ed il mezzo, l’attualità distribuita alle masse con manuali di sceneggiatura, supereroi e puttane traviate, meschini presentatori di periferia che mangiano nel calderone della corrotta attualità di regime dispensando il loro credo fatto di filler, botulini e nuova alfabetizzazione.

Contattai quindi la giornalista che fu molto gentile e mi spiegò di essere preparatissima sulla rivoluzione cubana e sul punto croce, che al cinema l’avevano messa perché era andato in pensione quello che c’era prima e che comunque aveva le carte in regola più della sua collega in possesso di una laurea in selfie ed un master in storia delle pozzanghere (capii finalmente tutti quei riferimenti all’acqua piovana con cui arricchiva le sue recensioni).

Mi salutò quindi freddamente dicendomi che doveva tornare alla lettura del Voyage nouveau de la Terre-Sainte, enrichi de plusieurs remarques, servant a l’intelligence de la Sainte Ecriture par le P.Michel NAU Jef. In 12. Paris 1679.

Nello sbattermi la porta in faccia mi augurò buona fortuna e di andare a farmi fottere, non ricordo con quale ordine. Non credetti ad una sola parola che mi disse, tuttavia, per la prima volta nella mia vita mi sentii uomo completo, avevo fatto valere le mie ragioni e potevo ritenermi soddisfatto, quantomeno non uno stronzo qualsiasi. Tornai a casa in fretta perchè una cosa che non mi quadrava c’era ed era il libro.

Aprii l’annuario enciclopedico Servant-Matthieurs che utilizzavo in questi casi per verificare il tomo che risultò non essere male, secondo il Le Long infatti, Questo viaggio è assai curioso e uscito da penna erudita.

Rividi quindi molte mie posizioni e tentai ancora una volta di iscrivermi al PD senza successo, evidentemente i tempi ancora non erano maturi.