Combray

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Go, Teodoro.

In Letteratura on 25 novembre 2012 at 09:24

Tra degustazione culturale e valori eteronomi non ho mai saputo cosa scegliere. Ah, forse qualcosa di Franti e di quell’infame sorriso, come scriveva il principe dei delatori, quel tal Enrico Bottini che verga di suo pugno un diario molto letto in gioventù. Ma proprio in gioventù di errori ne commisi molti.A tredici anni mi innamorai dei trasferelli, anche se non ricordo di averne mai comprato un foglio.

Poi crescendo mi incaponii assai su di un tipo di narrazione letterario-filmica, in cui trasfiguravo luoghi e nomi, per cui spesso sognavo di ritrovarmi il 7 novembre 1940 sul ponte di Tacoma verso le 10 del mattino collassare assieme al ponte. Anni dopo, il 27 novembre 1982, mentre mi recavo alla fermata dell’autobus per andare a scuola, io ed il mio amico Valter ci accorgemmo di un treno deragliato in bilico sopra le nostre teste. Ricordo che non venne transennato nulla, ma in quell’epoca ricordo solo la Tirreno-Adriatico transennata. Il terribile deragliamento mi turbò assai, tanto che quella mattina interrogato in lettere feci confusione con i nomi ed affermai che il libro più importante di Oblómov era stato Gončarov.

Ora se l’arte è un’attività e l’intuizione bergsoniana è strumento metafisico, ricordo i professori molto stupidi e li disprezzavo. Il loro acume intellettuale si manifestava solo in occasione della busta paga e male facevo nelle mie relazioni ad accentuare forme narrative complesse. Venni spesso tacciato di massimalismo masturbatorio, soprattutto quando dopo la lettura dei Fratelli Karamazov scrissi che il fosco dramma rappresentava per potenza narrativa e vicenda passionale, quanto di più alto l’ingegno e l’animo letterario umano avessero mai concepito, la vita e la morte dell’uomo nel loro aspetto più tragico e violento, sentendomi rispondere: Eh, ragazzo mio è solo un romanzo.

Io, che cresciuto ero nella solitudine di quegli anni, che vedevo le mie radici propagarsi in mille rivoli di contesti culturali immorali, mi chiusi in me stesso ed adattai alla violenta vita di allora il mio io. Il mese dopo descrissi la vita di Harry De Weed, i suoi sogni e le sue aspirazioni di quel 23 agosto 1904 quando inventò le catene antineve per le automobili. Il corrotto professore di lettere plaudì alla mia relazione considerandola opera degna di una raggiunta maturità. Fantasticare su Teodoro Dostoevskij aggiunse, è francamente da idioti.

Negli anni che seguirono non incrocia più il principe Myškin, rimossi la sua storia per non passare guai, e l’unico Myškin che contemplai fu Anatolij, talentuosa ala grande dell’Armata Rossa giocare affianco a Vladimir Tkachenko nella grande Russia del colonnello Gomelsky.

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Life of Pollo

In Letteratura on 18 novembre 2012 at 08:43

Pollo Stemmer non amò molto i suoi genitori, per via del curioso nome con cui il 14 dicembre del 1901 venne registrato all’anagrafe di Penville nel Wisconsin. Di soldi tuttavia ne fece a palate, grazie alla sua ingegnosità e facendo suo un vecchio motto di Felice Cadmeo, il quale recitava che; se un medium è freddo, beh tanto vale conservarci della carne.

Dopo rapidi progressi nelle staccionate pieghevoli ed una raggiunta felicità coniugale con la sua dolce metà Gerarda Klotzerr, tirò dritto anche nella crisi del 1929, piazzando le sue staccionate davanti alle banche di NYC,  fino alla famosa copertina di Time in cui Pollo era immortalato nel giardino della sua magione a Long Island, intento nella coltivazione di Orchidee Vaginalis.

Ma, nel campo dei magnati i rovesci sono all’ordine del giorno e, così come l’avvento della macchina da scrivere decretò la fine dei fabbricanti di sputacchiere, così Pollo, avido trafficante di denaro, fallirà miseramente con un brevetto secondario relativo all’impiego di pile da 9V nella costruzione di sedie elettriche. Un complicato meccanismo di batterie da 9V poste in serie, rendeva portabile il terribile dispositivo, ma è proprio questa portabilità che folgorò Meck Dollyworth, un corriere del Kansas che durante una consegna ci si era appoggiato un attimo.

Le lunghe cause post-folgorazione ridussero Pollo sul lastrico, ed anche la Corte Suprema si espresse molto duramente sulle sedie elettriche portatili, con una nota che paventava effetti monopolistici sul mercato globale di sedie e che, se questa era peculiarità americana, tale doveva rimanere. Si aggiungeva inoltre che, male aveva fatto il corriere Meck ad appoggiarvisi, per cui da rivedere erano anche le norme che regolavano le spedizioni di materiale elettrico. La visione non molto chiara dell’intera faccenda, ebbe come conseguenza lo smontaggio in tutto il paese delle staccionate di Pollo, che gli vennero riconsegnate nella sua casetta di Penville, dove si ritirò e dove ebbe legna da ardere fino al 1981.

Sembra, ma questa è una mia personalissima ipotesi, che nel 1948 Mario Camerini gli dedicò il film “Molti sogni per le strade”, ma qui bisognerebbe aprire una parentesi sul cinema neorealista come genere o come contenitore di generi, ma questa è un’altra storia.

 

Cinema violato

In Cinema on 11 novembre 2012 at 07:52

Anni fa, when I was young amavo il cinema. Così, da lontano, senza mai giungere a compromessi che denunciassero fino in fondo il mio essere intellettuale. In quel tempo compilavo liste, stilavo capolavori da visionare pur nella consapevolezza di un’arte effimera che, terminata la visione lasciava l’amaro in bocca per un addio che non sarebbe stato mai un arrivederci.

Poi i tempi cambiarono ed il passato, che con il cinema si riuscì finalmente a catturare, non fu più tale. La tecnologia ci mise a disposizione formidabili strumenti per la catalogazione e la diffusione di opere altrimenti inaccessibili. Il 7 aprile del 1927, dopo quattro anni di lavoro, Abel Gance presenta a l’Opéra “Napoléon”. Abel Gance gira 15000 metri di pellicola secondo Georges Sadoul, 12000 metri secondo René Jeanne e Charles Ford. All’Opéra fu presentata una versione ridotta di 5000 metri ma non è di Napoléon film di cui voglio parlare, dato che ampi saggi lo hanno fatto già in maniera mirabile, ma del suo/mio rapporto con You Tube.

Molti anni dopo raidue trasmette in due serate (primi anni novanta se non ricordo male) una versione del capolavoro del maestro di circa 224 minuti, pari a 6109 metri di pellicola, calcolo molto arbitrario dato che in televisione la ricostruzione filmica avviene a 25 immagini al secondo, contro le 24 del cinema, il che comporta una diminuzione della durata del film di circa 150 secondi ogni ora e quindi quei 6109 metri saranno stati sicuramente di meno ma sto divagando sulla relatività del tempo. Il film non viene trasmesso da raitre alle 4 di mattina come solitamente accade oggi, ma da raidue intorno alle 23 diviso in due parti. Nella giungla delle versioni esistenti, si tratta di quella di Francis Ford Coppola musicata dal padre Carmine Coppola.

Conscio del drammatico avvenimento, vedo il film e lo registro in due cassette VHS di cui incollo le custodie di cartone tanto da generare un unicum. Anni dopo, considerato che buco dell’ozono e riscaldamento globale mettevano a repentaglio la qualità delle registrazioni accelerando l’antipatico processo di smagnetizzazione di un nastro, decido la conversione dell’opera in due DVD che mi dicono avere tempi di perdita dati più ampi, circa 250 anni.

Poi la new economy, le new technology e tutte queste stronzate varie mi conducono su You Tube e noto che c’è quasi tutto ma non tutto. Di Napoleon nessuna sequenza, solo frammenti inseriti in documentari o altri contesti. Penso, fra me e me, che è arrivato il mio momento. Anch’io posso contribuire, da situazionista, al progresso culturale del genere umano e condividere con altri ciò che ad altri è negato. Apro un canale su You Tube e comincio a caricare materiale vario di cinema, sequenze di film che contestualizzo con delle note. Poi un giorno di aprile di quest’anno carico 2’21” di Napoleon e più precisamente una mirabile sequenza pittorica dove Carlotta Corday uccide Marat nella vasca da bagno. Quella sera mi coricai sereno, consapevole ed orgoglioso del mio disinteressato contributo culturale alla rete. Fantasticavo di uomini lontani, magari in Papuasia o Pomerania, immersi nella visione del principe dei capolavori.

Senonchè, un paio di giorni dopo scopro che il mio account You Tube è bloccato per violazione del copyright e che, se non faccio attenzione, passerò guai ben più grossi. Mi si tuona che posso caricare solo filmati del tipo il mio gatto che sale su un albero o il mio matrimonio, facendo firmare una liberatoria a tutti gli invitati, gatto compreso se sa scrivere. Anche l’inserimento di brani musicali è severamente vietato, a meno che non si tratti di canzoni, sinfonie, musical esclusivamente composti ed eseguiti da me medesimo in frac. Alla terza violazione del copyright il mio account verrà definitivamente chiuso senza possibilità di appello, quindi in campana signor Mabeuf.

Dal signor K in poi la vita di ognuno di noi è fatta di complessi di colpa per cui ho continuato a caricare filmati considerandomi un potenziale criminale, un reprobo della società da isolare. Io che nella mia baldanza culturale pensavo di essere utile non lo sono, ed ora che passo alla seconda violazione per colpa di un film nemmeno tanto conosciuto (Ombre Malesi 1940 di William A. Wellman con Bette Davis) il mio futuro su You Tube è appeso ad un filo o meglio ad una violazione. Film rari e poco conosciuti come Roma città libera (1946) di Marcello Pagliero, Violette nei capelli (1942) di Carlo Ludovico Bragaglia, Due milioni per un sorriso di Mario Soldati, Campane a martello (1949) di Luigi Zampa evaporeranno improvvisamente, spazzati via da un colpo di mouse di un anonimo esecutore.

I link dei miei due canali su you tube sono in basso al centro della sidebar. Non si tratta di film completi ma solo di sequenze significative. Al canale di cui parlo nel post ne ho aggiunto uno nuovo esclusivamente dedicato al cinema muto.

La funesta cultura

In Cinema on 4 novembre 2012 at 07:45

Non si conosce nulla di ciò che conta, elementi vacui e vuoti affastellavano la mia mente quella calda mattina d’agosto, quando in religioso silenzio ruotai dolcemente la cinghia delle tapparelle per abbassarle di quel tanto da permettermi una regolare visione de Il cammino della speranza di Pietro Germi che Raitre, nella canicola estiva, si apprestava a trasmettere.

Il difficile reperimento dei film, l’approvigionamento culturale necessario alla mia sussistenza morale, passava quella mattina attraverso il servizio pubblico del martoriato paese in cui all’epoca vivevo. Poi la canzone iniziale ed i titoli di testa, la sceneggiatura di Germi-Fellini-Pinelli e la fotografia levigata ma povera di Leonida Barboni, mi trasportarono d’incanto in un racconto duro e violento ambientato in una zolfatara e della lotta dei minatori che difendevano il loro posto di lavoro 400 metri sotto terra.

Primi piani di donne in nero aprivano il film, accompagnati in sottofondo dalla musica del maestro Carlo Rustichelli, poi una panoramica sulla zolfatara, figure nere immobili, carabinieri indolenti che camminavano col fucile in spalla, bambini scalzi e strappati privi di bisogni. L’arrivo di una camionetta che rompe l’immobilità dei gesti, la polvere, il maresciallo che scende accompagnato da un ragioniere che tenterà di convincere i minatori a desistere.

Preso dalla mole degli avvenimenti accaduti in tre minuti di proiezione, riflettevo in silenzio sulla concezione di cinema che si aveva nel 1950, sul rigore della messa in scena, sull’idea di film come opera d’arte e sull’emozione che essa poteva ancora generare dopo sessant’ anni, quando, nel momento in cui il ragioniere anziano e malato, che conosceva quegli uomini da tanti anni si apprestava in una drammatica discesa agli inferi, ecco che in sovrimpressione cominciò a scorrere una scritta così concepita: “Vuoi diventare un webopinionista di Agorà dal prossimo settembre? Scrivi subito un e-mail ad agora@rai.it per partecipare alle selezioni”.

Incredulo e stravolto dal complicato meccanismo strutturale che dominava il sistema cultura di allora, stordito ma ancora lucido tentai nella prosecuzione della visione. Scomparsa la scritta, nel fondo della miniera stavano gli operai. Li osservai sgomento, in un bianco e nero metafisico e reale che illuminava i loro volti. E qui, per la seconda volta l’infame scritta riapparve, odiosa e terribile come un webopinionista, distruggere per sempre il primo piano di Saro (Raf Vallone) l’operaio che guidava la rivolta.

Chi aveva ordito tutto ciò, mi domandai mentre il tasto pigiato sul telecomando trasmetteva l’impulso necessario allo spegnimento del televisore. Il tecnico adibito a tale atto, da chi era stato indottrinato e, se si fosse rifiutato chi se ne sarebbe accorto. La tapparella con un rapido movimento dell’avambraccio tornò regolare e mi accorsi della giornata di sole che mi aspettava. Decisi tuttavia che quella mattina non sarei uscito, come per compiere su me stesso un esperimento di formale snobismo. Stappai una bottiglia di Pepto-fizz ghiacciata ed in silenzio riflettei a lungo sull’amara frase del compianto (per alcuni) Baldur von Schirach quando affermava di voler subito mettere mano alla pistola quando sentiva nominare la parola cultura.