Combray

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Frammenti melmosi

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 30 giugno 2013 at 08:37

skylab 1979

17 giugno 1979, senza ascoltare gli appelli di tutto il mondo, la Malaysia ricaccia in mare i profughi. Strano, da noi un ex-ministro ora presidente di regione, della politica sul respingimento degli immigrati credo si vanti ancora.

Ebbi paura anch’io, non tanto per la Malaysia (che non sapevo dove fosse) ma per quelle dannate 77 tonnellate di acciaio che stavano per cadere sulle nostre teste. Ricordo che quell’11 luglio mi recai al mare con l’elmetto di mio nonno, Cavaliere di Vittorio Veneto, che trafugai nottetempo dalla sua camera da letto dove lo utilizzava come recipiente per la dentiera. In realtà lo Skylab si disintegrò in una pioggia di frammenti incandescenti nell’Oceano Indiano, al largo delle coste dell’Australia, ma io per precauzione lo portai tutta la mattinata, non fidandomi dei calcoli di fuso orario con l’Australia.

Rischiai persino di venir escluso dalla giornaliera sanguinosa partita di pallone che, intorno alle undici, ci vedeva impegnati tra il mefitico torrente Albula ed il Bacio dell’Onda. Consultai febbrilmente il regolamento, di elmetti neanche una parola, soltanto un accenno all’utilizzo di servomeccanismi elettromeccanici durante i rigori e le punizioni.

Il goal di testa che ne seguì scatenò feroci polemiche, dato che incornai il pallone nella mia metà campo con una forza tale che, la calibratissima sfera con cui giocavamo finì direttamente nella zona più melmosa dell’Albula. Venni incaricato del recupero, mi venne sequestrato l’elmetto, e mio nonno si convinse finalmente ad usare un normalissimo bicchiere di vetro per il riposo notturno della sua dentiera.

 

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Stronzate culturali

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 29 giugno 2013 at 16:22

zagor_odio

Dopo cento post e due anni di ininterrrotta attività, la prima vera crisi dura dentro in me (citazione mi pare di Guccini ma vado a braccio).

Motivi veri per continuare non ve ne sono, il mio odio generalizzato verso il genere (non correggo più nemmeno le cacofonie) umano ha raggiunto vertici himalaiani, me ne sono accorto la scorsa domenica al mare mentre distrattamente leggevo un vecchio numero di Zagor. Questo umile spazio in cui io, editore di me stesso, censuro unità espressive machiavelliche trasformandole da stronzate in forme, mi ha volgarmente imborghesito e ciò che costruivo per me stesso ha lasciato il posto ad un’immonda creatura che, udite udite, cerca riconoscimenti.

Ciò che prefiguravo si è avverato, il senso è il denaro, l’arte è essenzialmente borghese, e qualsiasi blogger ha nel profondo dell’animo il germe mediocre della visibilità, l’idea recondita che qualcuno lo possa pagare per ciò che scrive. Se ciò accadesse come mi comporterei, accetterei tagli, visti, censure, strutture standard, caratteri univoci, formattazioni definite ed interlineee di 1.5 punti?

L’altro ieri ho avuto la felice sorpresa di una mail di Pinuccio De Tarpoli  per una collaborazione al Costato della Sera. Ci siamo sentiti anche per telefono, persona squisita ma un po’ rigida. Mi ha chiesto un fondo per la prima pagina sull’attuale situazione politica ed io, che avevo qualcosa di pronto glielo ho mandato. Non si è più fatto vivo, eppure ho sempre considerato interessante la storia di Otto Fritz Gemmerich attendente al pezzo del Parisgeschütz, il cannone tedesco che nel 1918 bombardò Parigi da 120 km. Si inginocchiò per allacciarsi l’anfibio e non venne più ritrovato.

 

Pagliacci moderni

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 9 giugno 2013 at 06:34

pagliacci moderni

L’impressione di essere stato catapultato in un brutto sogno o peggio in un pessimo film italiano di Ozpetek o che so io di Virzì.

Il tuo nuovo canale offre il branding su più dispositivi, consulta la best pratice per trovare l’ispirazione, compatibilità con i display retina, adattamento ai display non-retina in cui l’immagine verrà scalata per ottenere la metà delle dimensioni con le stesse proporzioni, l’area di sicurezza di 1546×423 pixel, quella flessibile di 507 pixel a destra e 507 pixel a sinistra e mi fermo qui per motivi di decenza antropologica.

E’ questa la rivoluzione copernicana di cui si è farneticato per mesi su You Tube, e che è diventata realtà lo scorso mercoledì 5 giugno. Il nuovo canale unico di You Tube a cui tutti, nessuno escluso, hanno dovuto sottostare senza possibilità di scelta. In pratica chi come me aveva un canale o due (i link sono sotto) impostati con una certa grafica e con determinati colori, si è ritrovato dall’oggi al domani con un canale completamente diverso in cui non sarà più possibile personalizzare in maniera completa la struttura e lo sfondo.

Si avranno in pratica tutti i canali simili (non per niente è stato ribattezzato canale “unico” di You Tube) con uno sfondo bianco e con una foto da inserire centralmente che se non è minimo di 2048 pixel di larghezza per 1152 di altezza, non solo non viene accettata dal tubo maledetto, ma venite anche sbertucciati per non dire presi per il culo come poco tecnologici.

Insomma niente più cani sciolti e pericolosi estremisti che si affidano all’essenzialità delle forme per rendere chiari e leggibili i propri contenuti.  Il tutto per soddisfare i nuovi gadget infami come tablet, smartphone o qualsiasi altro dispositivo dotato di pixel, la struttura primaria dei loro cervelli immagino. Il passaggio è fondamentale, rendere accessibili a tutti i contenuti del web in qualsiasi posto ed in qualsiasi luogo. In autobus, sul tram, in metro, sul calesse e alle giostre, se ho voglia di vedermi Madame Tallien con la divina Lyda Borelli (a proposito troverete il film sul mio canale di cinema muto) ho il sacrosanto diritto di farlo.

Oh si immagino un mondo migliore, con frotte di tizi tatuati dal chiaro aspetto lombrosiano che discettano sulla divina, mettendola a confronto con Francesca Bertini o con Pina Menichelli, magari appesi al mancorrente del tram litigare sulla sceneggiatura troppo liberty di Rapsodia Satanica e su Nino Oxilia suo indimenticato e sfortunato regista. Ehi, corruttori di menti labili, mi avete convinto, corro ad aggiornare i miei canali armandomi di righello e calcolatrice scientifica per un calcolo preciso dei pixel ed immensamente felice per aver reso uniforme il mio brand tra dispositivi diversi.

Mi verrebbe da chiosare “coglioni” ma, essendo un signore, mi trattengo.

 

Il metodologico Verth

In Cinema, Letteratura, Libri, News on 2 giugno 2013 at 07:41

Verth Schortghuer

Verth Schortghuer, uno dei pochi veri e sinceri amici della mia giovinezza. Non si ricordano atti o iniziative da squilibrato durante la sua infanzia felice.

Cresciuto nello scolorito fermento culturale di fine anni ’70, e tenace assertore della superiorità di “No tu no” dei Cugini di Campagna rispetto a “The Wall” dei Pink Floyd (comprò entrambi i 45 giri ma il sound dei Cugini gli sembrò subito più corposo e metodologico di quello di un pur bravo David Gilmour), si ritrovò suo malgrado ad essere usato come barricata durante i moti studenteschi del ’77.

Artista poliedrico e funzionale all’estetica Krause, si limitò per anni a vivacchiare di rendita culturale, facendo ripetizioni di bricolage in un centro per anziani. Licenziato per aver cercato di invertire il procedimento veliero-bottiglia (invece della costruzione di un veliero nella bottiglia adottò per semplicità il procedimento inverso, costruendo un magnifica bottiglia di opale all’interno dell’Amerigo Vespucci) ripiegò sulla costruzione di origami con carta moschicida, ma venivano male con tutte quelle mosche appiccicate sulla carta.

Tornò raramente sulle prime pagine dei giornali e venne dimenticato in fretta, nonostante l’ultimo suo vanaglorioso pamphlet che incoraggiava un processo tecnologico che stimolasse maggiormente l’introduzione di passaggi a livello agli incroci stradali al posto dei semafori, favorendo scambi culturali fra gli automobilisti in coda.

La rilettura in chiave anticapitalistica della famosa missione dell’Apollo 13, quella in cui  John Leonard “Jack” Swigert Jr. si rivolse a Cape Canaveral con la famosa frase: “Okay, Houston, we’ve had a problem here”, creò un vespaio di polemiche ed un incidente internazionale di cui ancora oggi percepiamo gli strascichi. Secondo Verth Schortghuer, si ebbero sì dei problemi nel viaggio di ritorno della missione, dovuti però in buona parte ad uno sciopero improvviso dei benzinai non comunicato tempestivamente a Houston, che ebbe anche non pochi problemi nel ritorno in cuffia diffuso via etere, in cui  alcuni scioperanti canticchiavano “Guarda che luna” sulle note di Bandiera Rossa.

Il Partito Comunista Italiano fece un interpellanza parlamentare per chiarire la faccenda. Lo stesso Berlinguer criticò aspramente lo sciopero, asserendo che sicuramente più appropriata sarebbe stata la scelta di un motivo tipo “Luna rossa” e che a Cape Canaveral non capivano niente di musica. Qualcuno propose come extrema ratio la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti per presunte violazioni al piano Marshall (paragrafo canzoni). In realtà, molto più prosaicamente, l’incidente venne appianato in maniera civile, con il regalo da parte dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dell’ultimo disco di Frank Sinatra al segretario del Partito Comunista Italiano.