Combray

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Giovanni M. e la Vexata Quaestio

In Uncategorized on 29 giugno 2011 at 22:28

Spesso capita che nei salotti buoni si discuta di calcio. Spesso ci si chiede qual è stato il più forte giocatore di tutti i tempi. Spesso il confronto si riduce a due soli nomi, Pelè e Maradona. Qualcuno timidamente inserisce Di Stefano, chi Eusebio, chi Meazza il tutto a seconda dell’età e dei ricordi. Ci si dimentica troppo spesso di Giovanni M.. Mi si obietterà che Pelè ha realizzato più di mille gol in partite ufficiali e Giovanni M. nemmeno uno. Dettagli.

Innanzitutto Giovanni M. era indiscutibilmente più bello di Pelè e Maradona. Era elegante, fine, giocava spesso sulle punte, toccava la palla raramente ma con ammirevole maestria. Non ho più visto calciare un pallone con tanto amore. Era un movimento lentissimo, quasi in slow-motion. Ricordo che mentre calciava si guardava da solo quasi compiacendosi. La sua visione del calcio era puramente estetica. La sua visione di gioco nulla.

Vestito da calciatore venne inserito fra le sette meraviglie del mondo, scalzando i Giardini Pensili di Babilonia. La leggenda vuole che non abbia mai segnato un gol in nessuna partita disputata. Alcuni di noi aficionados si spingono più in là fino ad asserire che forse non ha mai calciato in porta durante una partita. Da terzino, la fascia da lui presidiata è stata per anni terra di conquista dei forward avversari. Gianni Brera dopo averlo visto di sfuggita in un amichevole contro Pagliare, constatò amaramente che il vero abatino era lui, ma ormai non poteva più tornare indietro. Gianni Mura invece lo attaccò sempre con veemenza, dichiarando in più di un’occasione che se ne fotteva altamente delle sue forme fidiache.

Quando lasciò il calcio per via di una caviglia malconcia, soltanto Mario Soldati si ricordò di lui con un breve articolo intitolato Malleolo infame. Ne ripercorse la breve carriera, tracciando un parallelo un po’ ardito fra l’Italia del dopoguerra, il neorealismo e la caviglia malconcia. Famosi sono rimasti molti dei suoi soprannomi, dai più eleganti come Il cicisbeo della pedata ai più velatemente offensivi come L’esteta di questa minchia. Tentò la fortuna in altri sport ma fallì miseramente.

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Era un mattocchio estroso

In Letteratura, Libri on 27 giugno 2011 at 06:07

“Intanto, ai centrocampisti si aggiungeva Mariolino Corso, mancino di arguta fantasia pedatoria, che per avere scarsissima voglia di correre era stato pian piano emarginato fino a trovarsi ala sinistra.Ma tutti sapevano che era un ala finta. Herrera lo detestava e ogni anno lo metteva nell’elenco dei trasferibili: puntualmente, Moratti lo depennava: per lui Corso era un genio, e solo parlare di venderlo era un sacrilegio. Forte di questa posizione, Mariolino Corso trattava Herrera come un povero nesci. Quale che fosse l’ordine, lui gli rispondeva con un tasi mona che la diceva lunga sul carattere di entrambi. Herrera abbozzava fingendo di non sentire.

A Mariolino piaceva andarsene trottignando per il campo ed entrare solo nelle fasi che gli dicevano qualcosa. Quando lo vedevano di buona voglia, i compagni intuivano che la vittoria era assicurata. Quando restava ai margini (specie nelle giornate di pioggia), su Mariolino non si poteva contare. Era un mattocchio estroso. Pirlando sulla stampella del destro, usava il sinistro alla stregua di un prodigioso pennello: dribblava di netto, senza scattare mai,e toccava palla con deliziosa insolenza. Sulla via di Santiago del Cile, la nazionale cecoslovacca aveva sostato a San Siro per un’ amichevole con l’Inter. In tribuna erano i tecnici federali e i 22 azzurri che avevano scelto per i mondiali imminenti: Corso era stato escluso e senza darlo a vedere se ne doleva assai.

Giocando contro i cechi, ebbe un’ impennata improvvisa: ne scartò una mezza dozzina, non uno di meno, e giunto al fin della licenza toccò in rete con ciranesca boria: mentre il pubblico tumultava in preda all’entusiasmo, Corso venne trottignando sotto la tribuna dove erano Mazza e Ferrari: piegò il braccio sinistro, la cui mano era chiusa a pugno, e con la destra picchiò sulla doccia del gomito. Il gesto era di clamorosa strafottenza: i tecnici federali si sentirono sollevati quando fu evidente che Corso, squalificato a furor di giudici, non avrebbe in ogni caso potuto far parte della spedizione al Cile”.

Questa è la descrizione di Mariolino Corso fatta dal Principe della zolla in Storia critica del calcio italiano. Il problema di copiare un pezzo di Gianni Brera su word, è che il controllo ortografico impazzisce.

Grattacielo o grattanuvole?

In Libri on 18 giugno 2011 at 06:43

E’ appena finita la guerra e il Novissimo Melzi forse non si accorge che il mondo sta cambiando.  Il cavalier Melzi è morto nel 1911. I grattacieli sono negli Stati Uniti una realtà ormai consolidata, ma i suoi collaboratori danno questa definizione:

Grattacielo o Grattanuvole, Sino al 1926 il più alto grattacielo era ritenuto quello della Banca Woolworth in New York (241m. d’altezza). Giganteschi altri grattacieli hanno sorpassato la Torre Eiffel con 314 e 330m. d’elevazione a 67 o 70 piani. (…) I più vasti grattacieli non hanno meno di 3000 ab. , con 15-20 potenti ascensori, e tutti i servizi pubblici (posta, telegrafo, telefono, polizia, ec.), come in un comune. (…) Dal lato economico il grattacielo non costituisce sicuro impiego di capitali: il succedersi di scioperi da parte del personale dei rapidi ascensori, rende instabile l’affitto dei rispettivi appartamenti”.

Ora, passi Grattanuvole, ma la faccenda degli scioperi secondo me non è vera. Il Melzi vede ancora il nuovo mondo come un posto bizzarro in cui vivere, dove 3000 persone abitano in palazzi posti sotto la minaccia perenne di scioperi selvaggi, che li costringono a lunghe scarpinate a piedi fra un piano e l’altro. La confusione tocca il suo apice quando la definizione si chiude con un perentorio Seguono le altezze in m.:

L’elenco comprende un po’ di tutto. Infatti oltre all’Empire State Building il Crysler e la Torre Eiffel che già in quanto torre non è un grattacielo, ho trovato:

Ciminiera min. rame Anaconda (U.S.A) m.195

Pagoda di Rangun m.170

Municipio di Filadelfia m.163

Piramide di Keops  m.146

Torre pendente di Pisa m. 55

Colonna Traiana a Roma m. 40

La ciminiera della miniera di rame in Anaconda pensavo fosse una scherzo, invece questa volta è tutto vero. E’ alta secondo Wikipedia 178m. ed è stata costruita nel 1919. Il suo vero nome è Anaconda Smelter Stack ed è stata la ciminiera più alta del mondo fino al 1971 quando venne superata dalla Inco Superstack costruita in Canada nella città di Copper Cliff.

Teatro TV Americano

In Libri on 15 giugno 2011 at 23:19

Nel 1966 a cura di Paolo Gobetti esce Teatro TV Americano edito da Einaudi. Nello scovare libri bisogna ogni tanto affidarsi al caso. Questo libro mezzo annacquato, ma con la struttura tutto sommato solida, mi ha colpito perché fra le sceneggiature riportate in quarta di copertina c’era Dodici uomini arrabbiati.

Il film che venne tratto da questa teleplay americana degli anni cinquanta è La parola ai giurati, con Henry Fonda. Quando la Rai era un servizio pubblico, e il cinema ancora la settima arte, questo film in cui razzismo, democrazia, giustizia, sono l’asse portante su cui poggia una recitazione sobria e misurata del protagonista, ma anche degli altri attori diretti da un esordiente Sidney Lumet, mi fece amare l’America da lontano.

Tra il 1953 e il 1958 negli Stati Uniti un movimento di giovani scrittori mette in scena un’America diversa ma reale, fatta di gioie e drammi quotidiani spesso banali, utilizzando attori poco conosciuti. I dialoghi sono volutamente sciatti e ridotti all’osso, solitudine, discriminazione, giustizia, rapporti con l’altro sesso caratterizzano queste teleplays. La durata massima di cinquanta minuti, inoltre, stimola gli autori ad una scrittura nuova, come abbiamo visto scarna e ridotta all’essenziale. Marty di Paddy Chayefsky, Twelve angry men di Reginald Rose, Requiem for a heavyweight di Rod Serling sono le plays più conosciute in virtù del fatto che sono state portate quasi subito sul grande schermo.

Questo rinnovamento del teatro TV americano, avrà vita breve.  La televisione sul finire degli anni cinquanta sta cambiando. La struttura commerciale dei grandi network impone temi più leggeri e meno impegnati, per favorire gli investitori pubblicitari. La durata dei programmi si allunga da sessanta a novanta minuti, diluendo lo script in tempi più vicini al teatro e al cinema. L’organizzazione capitalistica della cultura non può tollerare una libertà cosi ampia sui media di massa. In determinati periodi storici questo avviene per un allentamento fisiologico delle maglie della censura, ma questa libertà è destinata a durare poco.

Paolo Gobetti, chiude l’introduzione al volume chiedendosi quale sarà il futuro del mezzo televisivo e del suo linguaggio:

“Riuscirà mai, nella televisione americana, a farsi strada un autore capace di elaborare in modo organico il nuovo linguaggio dell’espressione televisiva? Non credo che, nel futuro più prossimo, questo ipotetico artista possa trovare un terreno fertile e propizio proprio nel mondo così conformista e diffidente di Madison Avenue”.

 In Italia questo avverrà dieci anni più tardi con il periodo d’oro dei grandi sceneggiati televisivi, destinati ad estinguersi come i dinosauri per far posto a Bruno Vespa.

La vera storia di Marco A.

In Uncategorized on 11 giugno 2011 at 17:07

Cosa ricordano i giovani di oggi di Marco A.? Poco o niente, ma sul finire degli anni ’70 la storia della Disco Music sarebbe potuta cambiare. Marco A. fu infatti l’autore di una manciata di brani che rivoluzionarono questa musica. Una sua personalissima interpretazione della canzone In the navy, cominciò a circolare sul finire degli anni settanta negli ambienti underground del “Bacio dell’onda”. L’inciso di questo pezzo è rimasto nei nostri cuori, e rappresenta ciò che la disco sarebbe potuta essere e non fu: “Pen selevi, a uenne schecce turiscai – pen selevi, a uenne schecce turiscai”

Poi la crisi, il passaggio ai jingle televisivi tra cui non possiamo non ricordare la famosa sigla di una nota marca di chewingum: “Uenne schecce ‘bboll, Big baabol”. Gli esegeti più critici non gli perdonarono mai un’eccessiva ripetitività in certi passaggi. L’inciso uenne schecce, infatti, ricorrerà in molti dei suoi componimenti,  quasi a voler sottolineare l’impotenza creativa che lo attanagliava, ma nello stesso tempo la sua cifra stilistica. 

L’episodio che lo consegnerà definitivamente alla storia, sarà un mitico goal di testa su di un mio cross, in una partita al mare su sabbia asciutta. Ricordo ancora la sua testa sbucare nel polverone di sabbia, il corpo irrigidito cadere in avanti colpire la palla, l’esultanza scomposta e forsennata dopo il goal. Anni dopo, nei racconti di Bulbem della coppia irlandese Armstrong-Hamilton, capii che quell’irrigidimento altri non era che un omaggio inconsapevole ad un grande centravanti.

E’ proprio vero che uomini così non ne nasceranno più.

Un attore dimenticato: Jack Cassidy

In Cinema on 8 giugno 2011 at 23:01

Lo ricordiamo tutti interpretare The Great Santini in un memorabile episodio del tenente Colombo. L’episodio in questione è Now you see him… del 1976, titolo italiano L’illusionista.

L’episodio è fra i migliori di sempre. Jack Cassidy raggiunge il culmine della sua arte. Oscura Peter Falk come mai era successo. E’ presuntuoso, altezzoso, snob, cinico, in fondo lo abbiamo sempre ammirato tutti. Nell’episodio interpreta un mago. Ricorda Mandrake di Lee Falk in un curioso rimando di cognomi. Uccide il proprietario del locale dove lavora. Questi ha scoperto che il Grande Santini altri non è che Stefan Mueller, dal passato oscuro nella Germania nazista. Colombo inizia le sue indagini con un nuovo impermeabile regalatogli dalla moglie.

Arrivato al The cabaret of magic lo indossa, tanto che il poliziotto di guardia non lo riconosce. Pensa a tutto il sergente John Wilson che vorrebbe fermare e  interrogare tutti e 156 gli spettatori presenti la sera dell’omicidio. Colombo per tutto l’episodio cerca di sfuggirgli, anche se alla fine sarà proprio il sergente Wilson ad aiutarlo a risolvere il caso. Il punto chiave della puntata è la serratura forzata per uccidere Harry Blanford. E’ nuova, messa da una settimana, esiste una chiave sola. Fatta esaminare risulta forzata con una sottile bacchetta d’acciaio. Colombo invitato ad una serata al cabaret, ordina acqua e limone e in platea si diverte come un bambino. Viene invitato sul palco da Santini che gioca un po’ con lui. Prima di tornare al tavolo, Colombo lo sfida ad aprire un paio di manette della polizia considerate sicurissime. Il Grande Santini cede alla sua arte e pecca di presunzione.

“Qualsiasi serratura può essere forzata, basta saperlo fare”.

 Colombo è ammanettato, si alternano primi piani dei due volti. Santini lo libera e, mentre il pubblico applaude, Colombo con un: “Lo sapevo che ci riusciva” mette Santini con le spalle al muro. L’episodio si snoda poi col tormentone dell’impermeabile che Colombo cerca in tutti i modi di perdere. Il solerte sergente Wilson lo ritroverà sempre. Poi pensa di averlo smarrito definitivamente ma:

“Credevo che me l’avessero rubato!” esclama stupito all’ennesimo ritrovamento.

“Alla centrale di polizia?” risponde il tenente Wilson.

Il finale è ancora una volta amaro per Jack Cassidy che sconsolato mormora: Ed io che pensavo di aver realizzato il delitto perfetto”.

“Oh, non esiste il delitto perfetto, è solo…un’illusione”  ghigna Peter Falk.

L’argent de poche

In Uncategorized on 6 giugno 2011 at 23:19

La vita di oggi è caratterizzata dalla totale assenza di punti di riferimento morali e culturali. Ma noi ragazzi nati nel 1965,  abbiamo vissuto la nostra infanzia in un epoca meravigliosa dove c’erano le piste con le palline, …io voglio Janssens. Per anni mi sono chiesto perché Gösta Petterson non lo voleva mai nessuno. Eppure aveva vinto un Giro d’Italia. Le partite col supertele, i bagnini che bucavano i palloni col coltello, i gelati Eldorado, i pesci ragno… Dopo la Samb correre a casa per 90°minuto, le domeniche pomeriggio a vedere UFO. Solo oggi ho scoperto che su Base Luna le ragazze avevano i capelli viola…perchè? Ricordo Enzo Jannacci  cantare “Secondo te…che gusto c’è”, nella confusione dell’adolescenza per anni ho pensato che il ritornello fosse:

“Perchè secondo me, vale più Cerreti pescatore

che un film a luci rosse, con Paola Senatore

e poi secondo me, vale più Bilbao che sbordazza

che il Panigad che schiaccia, da sopra la terrazza”

 Enzo mi chiamò anni dopo confessandomi che era più bella la nostra versione. Il cinema Calabresi apriva il tetto d’estate, all’Arena Sirena i Rockets erano di casa. Ricordo ancora quando Marco A. li vide passeggiare sul marciapiede del lungomare, mentre mangiavano un gelato. – Fabbrì, ci stanno i Rockets – gridò come un ossesso, ed incomiciò a cantare On the road again mimando chitarra e distorsore. Oggi rasarsi la testa va di moda e i Rockets nessuno li riconoscerebbe mentre mangiano un gelato.

Gingerino passeggiava libero per San Benedetto cantando Due ragazzi nel sole ed entrava nelle farmacie per chiedere dei persuativi. Quei tempi spensierati non ci sono più. Non c’è più Adriano De Zan, non c’è più Paolo Rosi, Mariano Rigillo non so che fine ha fatto e a Zigo-Zago il mago l’anno scorso è caduto dalle scale si è rotto il femore ed è morto.Sembra che fosse in cura dal medico di Magonza, ma forse comincio a far confusione.

Non ci aspettavamo niente dalla vita, eravamo felici senza saperlo.

Segnalazioni cinematografiche volume 81

In Cinema, Libri on 5 giugno 2011 at 00:01

Il libro di cui parliamo oggi è Segnalazioni cinematografiche volume 81-1976  un agile volumetto edito dal Centro Cattolico Cinematografico. Il libro è rivolto ai responsabili delle sale cattoliche e raccoglie le recensioni dei films usciti in quell’anno. Caliamoci per un attimo nel 1976. I films si vedevano esclusivamente al cinema, oppure in televisione sul primo canale il lunedì. Il recensore cattolico doveva per forza recarsi al cinema per vedere e valutare. Immagino, scorrendo i film dell’indice che da uomo rigido di chiesa non si sia lasciato influenzare dai titoli.

Infatti ad un certo punto mi sono imbattuto in Gola Profonda  (Deep Throat II) il seguito del primo celebre film di Gerard Damiano che qui non figura come regista ma come produttore. Cosa spinge il recensore pastorale che, con deferenza letteraria chiameremo per comodità K., un pomeriggio di 35 anni fa verso una sala dove viene proiettata Gola Profonda? Cosa si nascondeva dietro quel titolo, forse la biografia romanzata di un celebre cantante lirico? E poi una volta iniziato il film, perché lo ha visto tutto? C’era qualche minima speranza di proiettarlo in una sala parrocchiale?

La valutazione del film cita anche il primo Gola Profonda che evidentemente K. non deve essersi lasciato sfuggire e si parla di un’attrice “…Linda Lovelace, ignobile protagonista dei due lavori. (…) inesistente come film; meritevole di menzione soltanto per farne oggetto di esecrazione da tutti i punti di vista. (…) Inaccettabile/licenzioso”. Ho pensato allora che quel pomeriggio, K. stanco del solito tran-tran, abbia cercato un po’ di svago. Beh, non è proprio così dato che sfogliando le pagine ho scoperto altri titoli degni di nota come:

Giochi erotici di una famiglia per bene di F.Degli Espinosa …situazioni e immagini di compiaciuta lussuria.

La poliziotta fa carriera di M.M.Tarantini che secondo me, visto quello che va in onda oggi in televisione in una sala parrocchiale si potrebbe tranquillamente proiettare.

Prossima apertura casa di piacere di Dennis Berry …Infatti compiacendosi nella lussuria e avvicinandosi spesso alla pornografia, è da inscriversi tra quelle depravazioni a scopo di mercimonio che intenderebbe denunciare.

Stringimi forte voglio la tua dolce violenza di Henry Calef  …la giovane moglie unicamente sensibile ai richiami dell’erotismo secondo o contro natura.

Calde labbra di Danilo Dani …il pasticciaccio propina pornografia mescolata con dialoghi alla Delly.

Ecco lingua d’argento di Mauro Ivaldi …con una meravigliosa Carmen Villani…il commento è mio perdonatemi.

Quant’è bella la bernarda tutta nera, tutta calda di Lucio Dandolo. Questo film io lo salverei perché c’è Mario Brega.

La missione del mandrillo di Albert Moore …Lo spettacolo, volgare e immondo, quando non è basato sulle esibizioni indecenti di epidermidi e di amplessi, cerca la via del comico…

Profonda Gola di Madame d’O di Paul Roman …Il film è unicamente un impressionante test di certa produzione cinematografica di infima serie.

Ossessione carnale di Joseph Larraz …Orripilante impasto di vampirismo tradizionale, pur senza corredo di aglio e punteruoli…

K. continuò il suo pellegrinaggio nei cinema italiani ancora a lungo.”Verranno tempi migliori” amava ripetere  nei pomeriggi freddi d’inverno.

Il Novissimo Melzi

In Libri on 4 giugno 2011 at 23:42

Umberto Eco ne “La misteriosa fiamma della regina Loana” cita il Nuovissimo Melzi del 1905. Nel libro Eco mostra, servendosi di varie definizioni, come la storia dell’uomo perde continuamente dei pezzi , dei frammenti di costume o di colore non giudicati importanti. Alla voce Platone il Melzi chiude la breve descrizione con “riunì una bella collezione di suppellettili”.

Umberto Eco commenta: “Poi sono cresciuto in età e sapienza, e all’università ho letto quasi tutto Platone. Nessuno mi ha mai più confermato che avesse messo insieme una bella collezione di suppellettili antiche. Ma se fosse vero? E se per lui questa fosse stata la cosa più importante, e il resto era per guadagnarsi il pane e permettersi quel lusso?” Anche di Baudelaire la definizione è enigmatica:

Baudelaire. Poeta parig., stravagante e artificiale nell’arte.

Stravagante passi, ma perché artificiale? Il Novissimo Melzi in mio possesso è del 1950, è diviso in due volumi indivisibili, scusate il gioco di parole, dizionario linguistico e dizionario scientifico. Sono passati 45 anni e della collezione di suppellettili di Platone non c’è più traccia. La definizione di Baudelaire è più ricca, anche se viene ancora considerato una sorta di freak della letteratura.

Baudelaire (Carlo), Poeta e critico fr. Si atteggiò a cinico e a scettico, mettendo in mostra la lussuria e la corruzione umana. In mezzo al sensualismo si afferma la nota idealistica e spesso un desiderio di spiritualità e di purezza. Cit. Les fleurs du mal. Tradusse molte poesie di Edgardo Poe. 1821†1864

Tuttavia il Melzi prende ancora le distanze da un poeta che per lui “si atteggia a cinico e scettico” magari per vendere qualche copia in più.

Combray

In Letteratura on 4 giugno 2011 at 23:24

 

Combray, di lontano a dieci miglia all’intorno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell’ultima settimana prima di Pasqua, non era che una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava per lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo. Ad abitarla Combray era un po’ triste, come le sue strade, le cui case costruite con la pietra nerastra del luogo, precedute da scalini all’esterno, sormontate da pignoni che facevano scender l’ombra dinanzi ad esse, erano abbastanza scure perché dal primo cader della sera occorresse rialzare le tende nelle “sale” ; strade dai gravi nomi di santi (di cui parecchi si ricollegavano alla storia dei primi signori di Combray): via Sant’Ilario, via San Giacomo dov’era la casa della zia, via Santa Ildegarda, su cui dava il cancello, e via dello Spirito Santo, sulla quale s’apriva la porticina laterale del giardino; e quelle strade di Combray vivono in una parte della mia memoria così remota, dipinta a colori così differenti da quelli che ora rivestono per me il mondo, che in verità mi sembrano tutte, con la chiesa sulla piazza che le dominava, più irreali ancora delle proiezioni della lanterna magica; e in certi momenti mi pare che poter ancora attraversare via Sant’Ilario, o prendere in affitto una stanza in via dell’Uccello ─ nella vecchia locanda dell’Uccello Trafitto, che da ogni spiraglio mandava un odore di cucina che a tratti s’alza ancora in me non meno intermittente e caldo ─ sarebbe un entrare in contatto con l’Aldilà più meraviglioso e soprannaturale che non far conoscenza con golo e discorrere con Ginevra di Brabante.

Il Giovedì Santo di ogni anno la famigli dello scrittore lasciava Parigi per passare le vacanze di Pasqua a Illiers, ospite del cognato Amiot che aveva sposato la zia paterna di Marcel, Elisabetta. Illiers diventerà nel romanzo Combray. Le foto dei luoghi del ricordo di Marcel esistono, e colpisce la descrizione precisa e puntuale della chiesa che riassumeva tutta la città, della pietra nerastra con cui erano costruite le case, e dei nomi dei santi delle vie.

La descrizione che fa Proust di Combray-Illiers, non è solo poetica e struggente, ma anche reale, e quando scrive che: Ad abitarla Combray era un po’ triste, (A l’habiter Combray était un peu triste) ci ricorda con una semplice frase come l’infanzia e il passato nel ricordo vengano setacciate dal tempo che ne smussa gli spigoli più dolorosi. La traduzione del brano di Combray che ho riportato, è quella di Natalia Ginzburg.