Combray

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Il modernismo dimenticato

In Letteratura on 29 febbraio 2012 at 18:32

Il 1903, un anno come tanti altri. La Germania ottiene la concessione della ferrovia di Bagdad, Giovanni Pascoli pubblica I canti di Castelvecchio ed il 2 febbraio Robert Proust sposa Marthe Dubois-Amiot, matrimonio che costerà a Marcel diversi giorni di letto per febbre e mal di gola. Occuparsi del matrimonio di un fratello è impresa quasi altrettanto faticosa del proprio matrimonio, scriverà il giorno dopo a Madame Alphonse Daudet.

Se si fosse fermato in Rue de la Paix 15, presso il dottor P.R.Sanden ed avesse acquistato la Centuire Electrique “Herculex”, sarebbe guarito in un amen, avrebbe riacquistato forze mai avute, e la storia della letteratura avrebbe risparmiato molta carta. D’altronde, come recita l’incipit della réclame, virilità perfetta, forza e vigore sono qualità di cui abbiamo pieno diritto. L’elettricità è il rimedio del ventesimo secolo contro la debolezza di giovani e vecchi: nevrastenia, spossatezza, impotenza, mal di reni, nervosismo e varicocele. A differenza del modernissimo viagra, che come farmaco è tendenzialmente monomaniaco, la cintura cura un po’di tutto e può essere utilizzata anche dalle donne contro i reumatismi e i disturbi dello stomaco, del fegato, dei reni, della vescica e contro la costipazione.

I giornali ed i muri di Parigi, sono in quegli anni pieni di annunci mirabolanti su impotenza ed igiene sessuale, e numerosi sono i rimedi contro gli eccessi di qualsiasi natura, comprese le abitudini depravate. Vi risparmio la descrizione di una prodigiosa doccia a jet rotativo denominata “Marvel”, per la toilette intima delle signore, a cui si dovrebbero interessare tutte le donne. Ma il problema per gli uomini rimane e, come scrive il dottor Tissot nel 1760 – le frequenti emissioni di seme, rilassano, prosciugano, indeboliscono, snervano e producono una quantità di malattie – da qui la necessità di correre ai ripari. La Parigi del nuovo secolo, piena di Maison Tellier di maupassantiana memoria, corre ai ripari con le sue eccentriche cinture che compiacenti disegnano una città divisa fra carne e spirito.

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Das bioskop. Neu!

In Cinema on 25 febbraio 2012 at 00:30

Anche il Melzi si occupa di cinema in quegli anni. Nell’edizione del 1921, taglia corto. Cinematografia? Fu inventata nel 1879, dall’inglese Edoardo Muybridge. Ma non era quello del fucile fotografico? Ah no, quello è Etienne-Jules Marey. Insomma, il cinema nel 1921 ancora non si sa cos’è, e non si puo star lì a perder tempo con definizioni più analitiche. Eppure Gian Battista visse a lungo a Parigi, sul finire del secondo impero e poi sotto la terza repubblica, qualche spettacolo deve pur averlo visto.

Anni dopo, nel 1951, la definizione assume contorni più ridondanti. Si parte dalle teorie sulla persistenza retinica, che hanno determinato lo sviluppo di molti congegni per la riproduzione di immagini in movimento, per arrivare al fenachistiscopio (abbandonato quasi subito penso per il nome) allo zootropio al cinematoscopio al prassinoscopio etc.. Del sopra citato Edoardo non una parola. Ma è il 28 dicembre 1895 a non esistere. La data principe della settima arte, viene incredibilmente snobbata dal Melzi a favore di Max Skladanowsky, di cui peraltro non si fa verbo.

La cinematografia ha la sua prima utilizzazione il giorno d’Ognisanti del 1896 nella grande sala del Giardino d’Inverno a Berlino. In realtà l’anno è il 1895 e Ognissanti viene chissà perché scritto con una s mentre nel dizionario linguistico con due. Oggidì, il giorno di ognissanti è praticamente sconosciuto, è peraltro tuttavia incontrovertibilmente vero che il 1° novembre del 1895 al Wintergarten di Berlino i fratelli Max ed Emil Skladanowsky, con il loro ingombrante Bioscopio, proiettano per la prima volta di fronte ad un pubblico pagante, immagini in movimento.

Il filmprojektor è dotato di due obiettivi, impiega in maniera simultanea due pellicole proiettate alternativamente al passo di 8 fotogrammi al secondo. La durata delle proiezioni è di circa sei secondi, il Bioskop si inceppa facilmente e la sua qualità di riproduzione è nettamente inferiore all’apparecchio Lumière. Max und Emil intraprendono nel 1896 un viaggio per le capitali del nord con il loro macchinoso device, ma sono arrivati in ritardo. Di loro si ricorderanno in pochi, il Wintergarten non ha la stessa poesia dei boulevards parigini di fin de siecle e cinquantotto giorni bastano per essere dimenticati. (4_continua)

Un uomo di talento

In Letteratura on 19 febbraio 2012 at 09:33

Prima di cadere in disgrazia, Joe Hertfordshire era stato qualcuno. Attrazione principale del circo Werren, si tuffava da 20 metri in una tinozza piena di panni da lavare. La signora Werren non tollerò a lungo questa situazione e pur di riavere la sua tinozza costrinse il marito Mortimer a licenziare Joe. Senza lavoro, negli anni della grande depressione, prima dell’avvento del New Deal Roosveltiano, Joe tenta il suicidio gettandosi nell’Hudson ma non centra il fiume. La sua arte evidentemente cominciava ad appannarsi.

Comincia allora a scrivere la storia della sua vita, immaginando un affresco dantesco calato nel Lower East Side degli anni trenta, ma senza Virgilio. Preoccupato per i diritti d’autore, e non riuscendo a scovare nessun erede di Caronte (se non un tassista del Queens, così soprannominato perché picchiava con una mazza da baseball i clienti per farli entrare nel taxi) non si perde d’animo e frequenta per un anno a Brooklyn un corso di guida per finti ciechi, tenuto dal professor James P. Greybore. Si ritrovò così un anno dopo con in mano pochi spiccioli, tante speranze ed un diploma prestigioso. Ma Joe aveva fatto suo il motto di Herman Melville, “Resta fedele ai sogni della tua giovinezza” dimenticando che lui da giovane sogni non ne aveva mai avuti.

Del cupo periodo di avvilimento che seguì la sua gloria si è scritto a sproposito. Perse la testa per Sara Allywerth, e per il suo famoso accavallamento di gambe inguainate in lastex. Fu lei che lo convinse a tornare in pedana. Organizzò una serata in un locale vicino Grove Street, con tanto di trampolino e tinozza piena di panni lavati, per evitare polemiche. Ma Big Joe non era più lo stesso, pretendeva che la tinozza venisse sostituita da un bicchiere di Martini in cui si sarebbe tuffato travestito da oliva. Fino a mezzanotte passata, venne setacciato il Greenwich alla ricerca di un costume da oliva che non si trovò. Tornammo a casa tutti sconsolati, con un pezzo di storia che ci scivolava tra le dita per colpa di un’oliva.

Il fatto era che ormai Joe, nei modi e nei comportamenti, non era più lo stesso. Convinto assertore della commestibilità dell’Amanita Phalloides, morì ancor giovane, in circostanze misteriose, una mattina mentre faceva colazione. Venne ritrovato con un pezzo di fungo ammollato nel latte. L’ispettore Fieldford, della squadra micotici, constatò amaramente che il latte era scaduto da tre giorni ed archiviò rapidamente il caso. Soltanto anni dopo si pensò al fungo. Dall’archivio della Polfer di Manhattan la pratica, fungo compreso, venne riaperta. Il tallofite risultò essere una Cippola Deleteria, una fungatis chiaramente non da colazione anche se commestibile in determinate condizioni (in salmì e condito con della verza). Il professor Phil Schoville, botanico di fama mondiale ed ammiratore del deceduto, dichiarò che mai e poi mai un esperto come Joe avrebbe fatto colazione con la Cippola Deleteria, che non era assolutamente un fungo da prima colazione, come ad esempio il Prataligno Mellifluo o il Bubbone Striato. Ma, forse come tanti altri maestri di quegli anni, penso a Jim Eckforth e Jack Thornshatt, fu l’uomo Joe Hertfordshire che tutti noi non riuscimmo a capire e comprendere fino in fondo. Non ebbe né seguaci né discepoli, il mondo era cambiato in uno spazio vuoto che aveva deciso di fare a meno dei sognatori.

Trenta quadri 260m.

In Cinema on 12 febbraio 2012 at 12:58

Solitamente, prima di tornare a casa era solito prendere qualcosa al Café Anglais oppure alle Folies-Bergère. Poi un salto allo Châtelet o all’Opéra Comique perché bisognava rimanere aggiornati, il secolo stava per finire e le stranezze erano tante. Il cinematografo era una di queste, una novità destinata a non avere futuro. Un mestiere di fortuna, una situazione senza avvenire destinata a durare sei mesi, al massimo un anno, così dirà Antoine Lumière a Felix Mesguich che cercava lavoro.

Geo Méliès pensa invece che quella macchina può rappresentare la prosecuzione naturale del suo lavoro. Prestigiatore di talento, direttore del teatro Robert-Houdin, ha rinunciato a vendere scarpe per comprare il teatro che fu del grande Jean-Eugène. Lo trasforma nel tempio della fantasmagoria e dell’illusionismo. Il teatro di féeries, dopo i trionfi della metà dell’ottocento nei teatri popolari del Boulevard du Crime, sta vivendo la sua ultima stagione. Il secolo nuovo non accetta il sogno e l’ingenuità dei sognatori. Méliès sa di avere poco tempo, ed apre quasi subito una via teatrale-spettacolare al cinema, che formalmente ancora non esiste. Il Mago di Montreuil è consapevole di questo, e riconverte filmicamente il suo repertorio teatrale. Il suo cinema nasce già vecchio, ed è sublime per questo.

Primo ed ultimo artigiano cinematografico, artista completo, falegname, disegnatore, meccanico, pessimo amministratore di capitali ma maestro di un kitsch straordinariamente autentico, ultimo vero sognatore libero e puro, che cozzerà con il transatlantico della psicanalisi che Sigmund Freud sta per varare. Tra il 1898 e il 1906 costruisce un mondo che, sbriciolato dal tempo, arriverà fino a noi. Nel 1902, poi, Le Voyage, il viaggio nella macchina cinema, esperienza assoluta e principio di una nuova arte. Non si era mai visto niente del genere, trenta quadri, oltre un mese di riprese, un film lungo 260m. che meandreggia fra proiettili, botole, satelliti, baiadère e odalische. Il teatro Robert-Houdin si affolla di un secolo giovane che spensierato corre verso il baratro. Louis-Ferdinand è là al buio che ci ragguaglia, unico testimone di un mondo perduto, con la sua scrittura sconnessa e vitale, così fuori dal tempo come il sogno di Georges Méliès, emarginato e solo alla Gare de Montparnasse.

“Però mica ci provavo gusto a picchiarlo, preferivo coccolarlo. Finivo col fargli delle carezze. Allora lui s’incordava tutto. Veniva con noi ovunque, perfino al Cinema, al Robert-Houdin, in matinée al giovedì. Anche questo me l’offriva la Nonna. Ci restavamo per tre rappresentazioni di seguito. Il prezzo era unico, un franco per ogni ordine di posti, un muto al cento per cento, senza frasi, senza musica, senza lettere dell’alfabeto, giusto appena il ronron del proiettore. Dovrò tornarci, ci si stanca di tutto fuorché di dormire e di fantasticheggiare. Dovrà pur ricapitare, il «Viaggio nella Luna»…Lo so ancora a memoria. Spesso, d’estate, non c’eravamo che noi due, Caroline ed io, nella grande sala in prima galleria. Alla fine la maschera ci faceva segno di sloggiare. Ero io a svegliar cane e Nonna. Ci affrettavamo poi tra la folla, i boulevards e la calca.”  Morte a credito 1936  (3_continua)