Combray

Trenta quadri 260m.

In Cinema on 12 febbraio 2012 at 12:58

Solitamente, prima di tornare a casa era solito prendere qualcosa al Café Anglais oppure alle Folies-Bergère. Poi un salto allo Châtelet o all’Opéra Comique perché bisognava rimanere aggiornati, il secolo stava per finire e le stranezze erano tante. Il cinematografo era una di queste, una novità destinata a non avere futuro. Un mestiere di fortuna, una situazione senza avvenire destinata a durare sei mesi, al massimo un anno, così dirà Antoine Lumière a Felix Mesguich che cercava lavoro.

Geo Méliès pensa invece che quella macchina può rappresentare la prosecuzione naturale del suo lavoro. Prestigiatore di talento, direttore del teatro Robert-Houdin, ha rinunciato a vendere scarpe per comprare il teatro che fu del grande Jean-Eugène. Lo trasforma nel tempio della fantasmagoria e dell’illusionismo. Il teatro di féeries, dopo i trionfi della metà dell’ottocento nei teatri popolari del Boulevard du Crime, sta vivendo la sua ultima stagione. Il secolo nuovo non accetta il sogno e l’ingenuità dei sognatori. Méliès sa di avere poco tempo, ed apre quasi subito una via teatrale-spettacolare al cinema, che formalmente ancora non esiste. Il Mago di Montreuil è consapevole di questo, e riconverte filmicamente il suo repertorio teatrale. Il suo cinema nasce già vecchio, ed è sublime per questo.

Primo ed ultimo artigiano cinematografico, artista completo, falegname, disegnatore, meccanico, pessimo amministratore di capitali ma maestro di un kitsch straordinariamente autentico, ultimo vero sognatore libero e puro, che cozzerà con il transatlantico della psicanalisi che Sigmund Freud sta per varare. Tra il 1898 e il 1906 costruisce un mondo che, sbriciolato dal tempo, arriverà fino a noi. Nel 1902, poi, Le Voyage, il viaggio nella macchina cinema, esperienza assoluta e principio di una nuova arte. Non si era mai visto niente del genere, trenta quadri, oltre un mese di riprese, un film lungo 260m. che meandreggia fra proiettili, botole, satelliti, baiadère e odalische. Il teatro Robert-Houdin si affolla di un secolo giovane che spensierato corre verso il baratro. Louis-Ferdinand è là al buio che ci ragguaglia, unico testimone di un mondo perduto, con la sua scrittura sconnessa e vitale, così fuori dal tempo come il sogno di Georges Méliès, emarginato e solo alla Gare de Montparnasse.

“Però mica ci provavo gusto a picchiarlo, preferivo coccolarlo. Finivo col fargli delle carezze. Allora lui s’incordava tutto. Veniva con noi ovunque, perfino al Cinema, al Robert-Houdin, in matinée al giovedì. Anche questo me l’offriva la Nonna. Ci restavamo per tre rappresentazioni di seguito. Il prezzo era unico, un franco per ogni ordine di posti, un muto al cento per cento, senza frasi, senza musica, senza lettere dell’alfabeto, giusto appena il ronron del proiettore. Dovrò tornarci, ci si stanca di tutto fuorché di dormire e di fantasticheggiare. Dovrà pur ricapitare, il «Viaggio nella Luna»…Lo so ancora a memoria. Spesso, d’estate, non c’eravamo che noi due, Caroline ed io, nella grande sala in prima galleria. Alla fine la maschera ci faceva segno di sloggiare. Ero io a svegliar cane e Nonna. Ci affrettavamo poi tra la folla, i boulevards e la calca.”  Morte a credito 1936  (3_continua)  

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