Combray

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Monosci fantomatici

In Letteratura on 26 gennaio 2013 at 08:13

king kong 1977

Il fantomatico bustametro venne introdotto nel bel paese il 1° luglio del 1977. Quel giorno fu stabilito che le buste dovevano avere un formato che variava da un minimo di cm 9×14 ad un massimo di cm 12×23,5. Non si sarebbero tollerate misure in difetto o in eccedenza, l’infernale dispositivo avrebbe (sembra) distrutto le missive non conformi con abbondanti dosi di napalm della migliore annata.

In realtà, come spesso sarebbe accaduto anche in seguito, la normativa entrerà in vigore solo l’anno dopo, nel febbraio del 1978, quando in Belgio scoppierà il famoso caso della suora Cécile Bombeek accusata dell’uccisione di ventun vecchi, ospiti dell’istituto in cui lavorava. Non so poi effettivamente che fine abbia fatto questo bustometro, ma spesso, almeno una volta all’anno, fa capolino nella mia buca delle lettere il calendario di Frate Indovino, scampato per miracolo alla certosina misurazione dell’apparato.

Strano come io ricordi con precisione fatti e date di avvenimenti, vissuti da un tredicenne che d’estate viveva in espadrillas consumate e maleodoranti. Ricordare esperienze concrete ed enunciarle secondo un’estetica ridondante, è organico alla mia cifra stilistica che si avvale dello strumento della memoria. Il punto più alto della mia infanzia cartacea lo raggiungo nel gennaio del 1977, con un albo che da allora non ho più rivisto e toccato fisicamente, nonostante una trentennale frequentazione di bancarelle e rigattieri finanche di infimo ordine, dove ho trovato di tutto, da un atlante in tedesco con le isole Andamane che diventavano Andamanen a Provolino a Li’l Abner e i Kigmi.

Pietra Filosofale, Araba Fenice, Gronchi Rosa della mia adolescenza dove sei ora e perchè ti ho dimenticato. King Kong, La più grande avventura di tutti i tempi, così recitava l’albo, con in copertina il gigantesco gorilla appollaiato sull’Empire State Building, che faceva scempio di biplani a motore dello Zio Tom. Nel bailamme della battaglia e nella rappresentazione plastica dello scontro, un dettaglio si ergeva a fuoco demistificatore e forma d’arte contemporanea; l’arancione dello sfondo.

Nel mondo in bianco e nero di allora, quel colore rappresentò per molti di noi la felicità e la speranza di un futuro migliore. Balle. Nel novembre dello stesso anno a Hull in Inghilterra la signora Ruby Carter verrà scippata da quattro giovani su monosci a rotelle. Lo skateboard entrerà tristemente nella storia del crimine nella città degli Housemartins e nell’anno in cui ne verranno venduti 60 milioni di esemplari in tutto il mondo.

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Piattaforma di stenti

In Uncategorized on 19 gennaio 2013 at 15:09

piattaforma di stenti

L’alfabeto fonetico del nuovo millennio non prevede la deposizione di dittatori. Si è spesso scritto che alcune forme di cultura possono, alla lunga, risultare parassitarie tanto che una volta su un dvd lessi che era severamente vietata la proiezione del film (che era Piccolo Mondo Antico di Mario Soldati) nei cantieri, nelle carceri e sulle piattaforme petrolifere.

Ma essere troppo adiacenti a siffatti problemi culturali, fa perdere di vista la realtà oggettiva delle cose ed il Melzi ci ricorda tutto questo con la definizione precisa e stringata di Giuseppe Parini, il poeta nato a Bosisio che con la sua opera più celebre Il Giorno: “…flagella, a sangue, i costumi dei nobili suoi contemporanei. Codesto gli valse la continua povertà, e parecchie bastonature”. Lo avrei amato di più se me lo avessero presentato così da adolescente.

Allora meglio una vita grama ma onesta e senza inutili fronzoli intellettualistici.  Il 23 aprile del 1973 compivo otto anni tra mille patemi d’animo ed uno sciopero delle poste che favorì losche attività di corrieri privati, agenzie di recapito e tariffe clandestine fino alla famosa lettera che, da Torino a Napoli, venne fatta pagare duemila lire. Non erano tempi facili, la guerra del merluzzo tra Inghilterra ed Islanda turbò molte mie notti insonni fino al primo giugno 1973 quando il ministro delle Poste Giovanni Gioia si accorse che in Italia erano vietate le tivù private, per cui fece eseguire l’ordine della chiusura degli impianti di Telebiella. Non si limitò tuttavia alla sola chiusura, dato che vennero sigillate le attrezzature e reciso il cavo principale.

Immaginai allora gli sgherri dell’allora ministro democristiano, eseguire l’ordine con certosina perizia ed avventarsi con furia primordiale sul cavo principale che immaginavo grande come uno dei tentacoli di quei calamari giganti ogni tanto pescati negli oceani. Oggi, che di cavi principali non ce ne sono più (basta guardare dietro il televisore) rimpiango l’ozio beato che mi permetteva una vita felice seppur priva di stenti culturali.

 

Film ingrato

In Cinema on 12 gennaio 2013 at 17:46

la donna della montagna-marina berti

Tratto dal romanzo di Salvator Gotta “I giganti innamorati” è uno degli inizi di film più misteriosi ed affastellati che io conosca. Durante una gita in montagna all’ingegner Morigi (Amedeo Nazzarri) muore la fidanzata per un attacco di cuore.

Il film inizia con il funerale della giovane ragazza e con la gente affacciata ai balconi ed alle finestre che assiste al passaggio della bara, portata in spalla anche dal fidanzato. Le campane che suonano a morto ed i commenti delle persone, fanno da sottofondo al passaggio della salma per le strette vie del paesino di montagna. Le arcate, il pullman che si ferma al capolinea, la pioggia che comincia a cadere, il chierichetto che corre con l’ombrello per coprire il parroco.

La pioggia è ora continua e battente, quasi violenta, si entra nel piccolo cimitero dove la bara è calata con delle funi nella fossa accompagnata dall’omelia del prete. Il carrello della macchina da presa racconta tutto questo ma racconta anche di una ragazza (Marina Berti) che segue il funerale, si nasconde tra la folla, osserva il dolore del giovane ingegnere, entra nel cimitero aprendo il grande cancello di ferro.  Poi, all’improvviso, colto da malore Amedeo Nazzari sviene.

Orbene questo film travagliato di Renato Castellani girato nel 1943 che si incaglia l’8 settembre per i noti fatti e viene montato senza il consenso del regista, dicevo questo film che ha un frammento magistrale nell’asciuttezza di quelle prime riprese, cupo presagio degli accadimenti che avverranno nel nostro paese, ad un tizio su You Tube non è piaciuto. A questo punto mi sento di dire: evviva i Muccini.

Vi rimando come sempre su You Tube per la sequenza che ho caricato.

The End Bulbo Kort

In Letteratura on 5 gennaio 2013 at 14:52

the end bulbo kort

Bulbo Kort venne a torto considerato un pessimo regista. Megalomane senz’altro, senza il dono della sintesi cinematografica nemmeno, ma essenzialmente onesto. La sua concezione filmica spazio-temporale, era del tutto personale e le sue opere non duravano più di 5 minuti.

Fu l’unico regista del ‘900 a portare sullo schermo l’intera opera di Proust: Du Côté de chez Swann, A l’ombre des Jeunes Filles en fleurs, Le Côté de Guermantes, Sodome et Gomorrhe, La Prisonnière, Albertine disparue e Le Temps retrouvé condensandola magistralmente in 4’57’’ di proiezione, che la corrotta critica del tempo stroncò senza pietà, definendola opera pretestuosa e prolissa di un pretestuoso regista in disarmo.

Bulbo, che in sua difesa amava citare Theodor W. Adorno ed il suo “sprofondamento nel frammento”, non si curò mai delle critiche. Non rispose mai alle provocazioni, se non quella volta che, alla sagra del cinema di Venezia, apostrofò i critici come immondi topi di gogna, non conoscendo bene la nostra lingua. Nel successivo “Il consumatore di Dittatori” raccontò l’infanzia felice di Josef Mengele a Günzburg fino alla drammatica scelta, finito il liceo, fra il diventare medico o cartografo medievale.

Dimenticato dalla cultura ufficiale e dai media in generale, visse in miseria per non dire di merda gli ultimi anni della sua vita, meditando opere assurde mai portate a termine come l’innovativo “Titoli di coda”, in cui l’opera filmica si concentrava non più sulle immagini e sul plot narrativo, ma essenzialmente su operatori, macchinisti e arredatori del presunto film, come a voler sottolineare la supremazia degli autori sul cinema di genere. La morte lo colse ancor giovane nella stesura dei titoli. La cerimonia funebre vide l’omaggio sentito e commosso di padre Dirkhemm, suo vecchio amico d’infanzia, il quale celebrò la messa (omelia compresa) in quattro minuti.

Con l’avvento delle nuove tecnologie pensavo fosse stato riabilitato. Capita a tutti infatti, mentre si cazzeggia su internet, di ricordare un nome. Quella mattina mi accorsi di quanto fossimo uomini primitivi, ingabbiati in una macchina cosmica. I rimandi, le assonanze, la banalizzazione verso il basso avevano raggiunto picchi himalayani. Ero distratto dalla ricerca di un disco di Neil Young, “Live in San Francisco” che trovai quasi subito. In basso apparve la scritta subdola e mefitica che insozzò per sempre il candore di quella mattina. Quasi nascosta e semplicemente naturale, come il consiglio di un vecchio amico, diceva; dello stesso genere; Michael Bublè, Adele, Jovanotti (sic 2 dischi). A volte ricordo comparire un ben più peggiore “potrebbero piacerti”.

Solo allora mi ricordai del buon vecchio Bulbo Kort di cui vi ho raccontato la storia.