Combray

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Un uomo di talento

In Letteratura on 19 febbraio 2012 at 09:33

Prima di cadere in disgrazia, Joe Hertfordshire era stato qualcuno. Attrazione principale del circo Werren, si tuffava da 20 metri in una tinozza piena di panni da lavare. La signora Werren non tollerò a lungo questa situazione e pur di riavere la sua tinozza costrinse il marito Mortimer a licenziare Joe. Senza lavoro, negli anni della grande depressione, prima dell’avvento del New Deal Roosveltiano, Joe tenta il suicidio gettandosi nell’Hudson ma non centra il fiume. La sua arte evidentemente cominciava ad appannarsi.

Comincia allora a scrivere la storia della sua vita, immaginando un affresco dantesco calato nel Lower East Side degli anni trenta, ma senza Virgilio. Preoccupato per i diritti d’autore, e non riuscendo a scovare nessun erede di Caronte (se non un tassista del Queens, così soprannominato perché picchiava con una mazza da baseball i clienti per farli entrare nel taxi) non si perde d’animo e frequenta per un anno a Brooklyn un corso di guida per finti ciechi, tenuto dal professor James P. Greybore. Si ritrovò così un anno dopo con in mano pochi spiccioli, tante speranze ed un diploma prestigioso. Ma Joe aveva fatto suo il motto di Herman Melville, “Resta fedele ai sogni della tua giovinezza” dimenticando che lui da giovane sogni non ne aveva mai avuti.

Del cupo periodo di avvilimento che seguì la sua gloria si è scritto a sproposito. Perse la testa per Sara Allywerth, e per il suo famoso accavallamento di gambe inguainate in lastex. Fu lei che lo convinse a tornare in pedana. Organizzò una serata in un locale vicino Grove Street, con tanto di trampolino e tinozza piena di panni lavati, per evitare polemiche. Ma Big Joe non era più lo stesso, pretendeva che la tinozza venisse sostituita da un bicchiere di Martini in cui si sarebbe tuffato travestito da oliva. Fino a mezzanotte passata, venne setacciato il Greenwich alla ricerca di un costume da oliva che non si trovò. Tornammo a casa tutti sconsolati, con un pezzo di storia che ci scivolava tra le dita per colpa di un’oliva.

Il fatto era che ormai Joe, nei modi e nei comportamenti, non era più lo stesso. Convinto assertore della commestibilità dell’Amanita Phalloides, morì ancor giovane, in circostanze misteriose, una mattina mentre faceva colazione. Venne ritrovato con un pezzo di fungo ammollato nel latte. L’ispettore Fieldford, della squadra micotici, constatò amaramente che il latte era scaduto da tre giorni ed archiviò rapidamente il caso. Soltanto anni dopo si pensò al fungo. Dall’archivio della Polfer di Manhattan la pratica, fungo compreso, venne riaperta. Il tallofite risultò essere una Cippola Deleteria, una fungatis chiaramente non da colazione anche se commestibile in determinate condizioni (in salmì e condito con della verza). Il professor Phil Schoville, botanico di fama mondiale ed ammiratore del deceduto, dichiarò che mai e poi mai un esperto come Joe avrebbe fatto colazione con la Cippola Deleteria, che non era assolutamente un fungo da prima colazione, come ad esempio il Prataligno Mellifluo o il Bubbone Striato. Ma, forse come tanti altri maestri di quegli anni, penso a Jim Eckforth e Jack Thornshatt, fu l’uomo Joe Hertfordshire che tutti noi non riuscimmo a capire e comprendere fino in fondo. Non ebbe né seguaci né discepoli, il mondo era cambiato in uno spazio vuoto che aveva deciso di fare a meno dei sognatori.

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Ricordo di Jack Thornshatt

In Uncategorized on 4 dicembre 2011 at 13:14

“La città eruttava sudore dalle sue fogne, sole a picco, due negri che discutevano ad alta voce su Mitch Laverbuck e la sua politica sull’immigrazione, ed io a guardare gli angoli putridi di quella città senza angeli. Poi ti vidi, che danzavi su quei tacchi splendidi, sinuosa come gli assoli di sax di Jim Eckforth, quelle scale meravigliose che vibravano acute come il tuo ancheggiare folle in mezzo ai passanti. Non ora, non potevo seguirti, ingabbiato in una storia di quelle da dimenticare in fretta, che si esauriva come il bicchiere di whisky che stringevo fra le mani. New York City  non badava al caldo, ci sguazzava come un troia in calore”.

I love this…non la merda che si scrive oggi. Ho sempre amato la prosa scarna ma vivace di Jack Thornshatt. Diciamo un Franz Kafka degli anni cinquanta, ma con più donne e sesso. Ridondava in particolari e dettagli inutili, che la critica non amava ma che a me facevano impazzire. Era nato nel 1915 a New York City, il suo mondo era quello. Aveva sempre scritto molto per guadagnarsi da vivere, ma come un operaio che timbra il cartellino ogni giorno, limando e cesellando ogni sua pagina come un artigiano. “Mister Butterstole”  il suo libro più fortunato uscì nel 1956. La New York corrotta degli anni venti fa da sfondo a questo romanzo in cui il signor Butterstole è il vecchio manager di un pugile di talento, Andy McTham, che non arriverà mai al titolo mondiale ma che Nick Butterstole ricostruirà come uomo. Risse da strada, incontri truccati e donne perdute saldano il romanzo in maniera definitiva, unendo ad una prosa corrotta e triviale, una laica forma di redenzione. Il furore steinbeckiano si dipana per tutto il romanzo con una durezza antica ma etica:

“McTham gli saltò addosso con una furia primordiale, Phil Bowling lo aspettava fermo, con lo sguardo fisso e gli occhi calmi come chi non accetta una situazione imposta e si divincola nei pensieri, vaga con la mente in luoghi remoti pur di non invischiarsi in un presente da dimenticare”.

La sua città era costruita su violenti metafore, la scheggiava continuamente in mille rivoli di descrizioni ridondanti e vitali. Lo incontrai una volta sola, poco prima che morisse, a Central Park un mattino di novembre del 1975. Arrivai in ritardo per colpa del traffico. Mi disse che in effetti in giro c’erano troppe macchine e che la sua città era cambiata. Discutemmo di pensieri banali, ormai era dimenticato da tutti, la critica lo aveva sempre etichettato come scrittore radical-trash ma sbagliava. Lui sorrideva scuotendo la testa e si guardava attorno. Notai allora come questa città gli assomigliasse. Morì l’anno dopo, al suo funerale eravamo in pochi. Il prete fece una bella predica ma Jack non c’era più, rimanemmo tutti un po’più soli, con i suoi libri dimenticati, ed i critici corrotti arroccati nelle loro conventicole inutili.        

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