Combray

Archive for the ‘Poesia’ Category

Un marito per Anna Zaccheo

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 11 settembre 2021 at 16:55
UN MARITO PER ANNA ZACCHEO è un film del 1953 per la regia di Giuseppe De Santis

La voce fuoricampo di Anna Zaccheo (Silvana Pampanini) ci introduce al film. Anna descrive i suoi sogni e le sue aspirazioni mentre inizia un’altra giornata e si sta vestendo. È una ragazza molto bella il cui unico desiderio è quello di sposarsi ma la sua famiglia è povera.

Quella mattina incontra un marinaio di stanza nel porto di Napoli, Andrea (Massimo Girotti) e assieme a lui trascorre la giornata. I due giovani si innamorano nonostante Andrea la sera stessa debba imbarcarsi e star via quattro mesi. Anna così decide di trovarsi un lavoro in quanto sprovvista di dote. I primi tentativi non sono facili, un antiquario gli confessa che è sì in cerca di una commessa di bella presenza ma non bellissima, la sua merce verrebbe oscurata. Poi il tentativo come mascherina in un cinema ma il proprietario gli mette le mani addosso e lei scappa. Trova così lavoro presso un’agenzia di pubblicità dove incontra il dottor Illuminato (Amedeo Nazzari) un uomo all’apparenza serio ed onesto che la sedurrà.

La vergogna per la purezza perduta induce Anna al suicidio. Si salva, rimasta sola vive di piccoli lavori. È in questa fase del film che avviene la trasformazione di Anna, da ragazza piena di vita e speranze a donna sola e umiliata. Arrivata al punto di non poter più pagare l’affitto, decide di cedere all’insistente corte di don Antonio Percucoco (Umberto Spadaro) da sempre suo spasimante seppur molto più anziano di lei. I due si fidanzano ma, nonostante l’amore disinteressato o meglio interessato solo alla bellezza ed alla giovinezza di Anna, la donna capisce che non sarà mai una buona moglie per don Antonio e lo lascia.

Anna un giorno rincontra Andrea, il cui amore è roso da una insana gelosia, questi non accetta il passato e la bellezza della donna. I due trascorrono la notte insieme, la mattina dopo, in un drammatico addio al porto, Andrea dimostra tutta la sua viltà e lascia la donna. La mattina stessa Anna decide di tornare a casa, la sua famiglia la accoglie con amore senza domandarle nulla. La sua stanza è ancora come lei l’ha lasciata, la finestra è ancora aperta sul golfo di Napoli, la voce di Anna che ha iniziato il film, lo chiude.

Rivedendo questo film dopo qualche anno, l’ho trovato ancor più malinconico e drammatico. Nessun uomo capisce Anna ed apprezza la sua onesta bellezza. Anche la famiglia, che nel finale del film la perdona, non riesce a capire il suo dramma interiore di donna. Per Silvana Pampanini un ottimo film diretto da un regista che bene sapeva tratteggiare caratteri femminili come Giuseppe De Santis.

Amedeo Nazzari questo è il problema: cattivo o non cattivo nel film? Di sicuro il suo è un ruolo marginale ma importante in quanto da uomo probo sposato con due figli approfitta della sua posizione e seduce Anna. Scompare a metà film, in una scala mobile della metropolitana di Napoli, mentre Anna lo osserva. La moglie autoritaria lo rimprovera perchè non in grado di tener a bada i ragazzini, i due si riconoscono, lo sguardo di Anna è pieno di rancore.

I tre uomini che vogliono Anna sono diversi di estrazione sociale e culturale ma nessuno è in grado di condividere con lei nulla se non il suo corpo, l’unica dote che Anna, in quanto povera può portare con se all’altare. Melodramma popolare e neorealismo d’appendice si fondono in un film che non esito a definire riuscito.

The end of Bulbo Kort

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 28 febbraio 2021 at 09:09

Bulbo Kort venne a torto considerato un pessimo regista. Megalomane senz’altro, senza il dono della sintesi cinematografica nemmeno, ma essenzialmente onesto.

La sua concezione filmica spazio-temporale, era del tutto personale e le sue opere non duravano più di 5 minuti. Fu l’unico regista del ‘900 a portare sullo schermo l’intera opera di Proust: Du Côté de chez Swann, A l’ombre des Jeunes Filles en fleurs, Le Côté de Guermantes, Sodome et Gomorrhe, La Prisonnière, Albertine disparue e Le Temps retrouvé condensandola magistralmente in 4’57’’ di proiezione, che la corrotta critica del tempo stroncò senza pietà, definendola opera pretestuosa e prolissa di un pretestuoso regista in disarmo (pretestuoso/a è un aggettivo molto amato dai critici). Bulbo, che in sua difesa amava citare Theodor W. Adorno ed il suo “sprofondamento nel frammento”, non si curò mai delle critiche. Non rispose mai alle provocazioni, se non quella volta che, alla sagra del cinema di Venezia, apostrofò i critici come immondi topi di gogna, non conoscendo bene la nostra lingua.

Nel successivo “Il consumatore di Dittatori” raccontò l’infanzia felice di Josef Mengele a Günzburg fino alla drammatica scelta, finito il liceo, fra il diventare medico o cartografo medievale. Dimenticato dalla cultura ufficiale e dai media in generale, visse in miseria per non dire di merda gli ultimi anni della sua vita, meditando opere assurde mai portate a termine come l’innovativo “Titoli di coda”, in cui l’opera filmica si concentrava non più sulle immagini e sul plot narrativo, ma essenzialmente su operatori, macchinisti e arredatori del presunto film, come a voler sottolineare la supremazia degli autori sul cinema di genere. La morte lo colse ancor giovane nella stesura dei titoli.

La cerimonia funebre vide l’omaggio sentito e commosso di padre Dirkhemm, suo vecchio amico d’infanzia, il quale celebrò la messa (omelia compresa) in quattro minuti. Raccontò brevemente, non poteva fare altrimenti, come si conobbero quando da ragazzi per sbarcare il lunario traducevano dal greco le istruzioni di montaggio dei Gazebo K di Le Corbusier e giocavano a pallone con la squadretta dell’oratorio partite di 30 secondi che immancabilmente finivano zero a zero. Le loro strade poi si divisero, padre Dirkhemm non vide un cartello e finì dentro ad un fosso di un seminario e si fece prete. Non fu una vera e propria vocazione ma, come amava spesso ripetere nelle sue omelie, le strade del signore sono lastricate di buone intenzioni e di cartelli sbagliati.

Zazà di Renato Castellani

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 31 gennaio 2021 at 22:05

Fermo alla stazione di Saint-Etienne sul treno per Parigi, Albert Dufresne di professione ingegnere elettrotecnico scende per un cappuccino e perde il treno. Si ritrova così nella provincia francese in cui inizia la sua avventura.

Al bar della stazione incontra un bizzarro individuo; musicista, giornalista, autore di canzoni di nome Bussy che lo invita ad uno spettacolo dove le sue canzoni vengono interpretate da una sciantosa di nome Zazà. Albert è indeciso, Bussy insiste. Ci ritroviamo così all’Alhambra, Albert davanti ad una balaustra in un ambiente caotico e fumoso, Zazà è in ritardo come sempre. All’improvviso un gran trambusto all’ingresso principale, è lei, l’impresario le corre dietro, lei sorride, crea scompiglio tra i tavolini, si disfa di un boa di struzzo, si mette le scarpe, perde un guanto e sale sul palco senza essere nemmeno truccata.

Albert non capisce la provincia è l’unico che in mezzo a quel caos si sente spaesato mentre tutti cantano il refrain della canzone di Zazà, ha il treno a mezzanotte e mezza ma un guanto perduto da Zazà si frappone tra lui e il suo destino. Nel riconsegnarglielo in camerino ha un’esplicita proposta da parte di Zazà, la rifiuta e si reca in stazione. Lo ritroviamo poco dopo ancora all’Alhmabra per la seconda canzone di Zazà che questa volta si sfila un guanto e lo appoggia sulla balaustra davanti ad Albert. Questa volta Albert cede alla provocazione di Zazà e lo ritroviamo la mattina del giorno dopo nel letto della cantante.

Mi sono soffermato sull’inizio del film perchè l’ho sempre trovato coinvolgente ed trascinante nella sua decadenza formale, Isa Miranda è perfetta ed affascinante, calata perfettamente nel ruolo per cui George Cukor l’aveva scelta. Dopo aver passato la notte con Zazà, Albert ritorna a Parigi. La moglie e la figlia sono partite per la villegiatura a Vichy, Albert nasconde a Zazà di essere sposato e la invita a Parigi. Insieme vivono per un mese in un alberghetto di Montparnasse come marito e moglie.

Sequenze che si succedono nella fase centrale del film: l’onnipresente illuminazione del volto di Isa Miranda, il matrimonio di due giovani celebrato nell’alberghetto, il ritorno della moglie dalla villeggiatura, il ritorno di Zazà a Saint-Etienne, la scrittura per Marsiglia prima rifiutata e poi accettata. La rivelazione che Albert è sposato gli viene fatta da Cascard artista anche lui dell’Alhambra da sempre innamorato di Zazà. Spinta dalla gelosia si reca a Parigi dalla moglie di Albert per chiederle un chiarimento, l’incontro con la figlia di Albert la commuove, desiste nel suo tentativo e torna a Sain-Etienne. Ma Albert è ancora innamorato di lei e deciso a lasciare sua moglie sebbene, in un divertente incontro con Bussy, quest’ultimo gli faccia notare come una cosa non escluda l’altra.

In un doloroso incontro finale, sarà Zazà a rinunciare ad Albert proprio per amore. Nell’ultima scena Zazà, tra le tendine della sua finestra, vede Albert allontanarsi. Il cast oltre ad Isa Miranda ed Antonio Centa vede un mirabile Aldo Silvani nella parte di Cascard, Ada Dondini mamma di Zazà e Nico Pepe bravissimo nello scanzonato Bussy. Renato Castellani è qui alla sua terza regia, la fotografia è di Massimo Terzano che aveva già curato i primi tre film di Castellani e dato luce al volto di Isa Miranda in Malombra di Mario Soldati.

Il volume monografico Isa Miranda a cura di Orio Caldiron e Matilde Hochkofler riporta un altro finale che vi trascrivo: “In un drammatico colloquio con l’amante, Zazà, fingendo di anteporre al loro amore le esigenze della carriera, gli comunica la sua decisione. Sconcertato per l’atteggiamento di Zazà, Dufresne la lascia convinto che si tratti di una fredda calcolatrice. Sono passati molti anni: in un piccolo varietà parigino Alberto incontra Zazà, che ha sposato Cascard e si esibisce in locali di quart’ordine. Solo ora Dufresne scopre il grande sacrificio che Zazà ha compiuto per lui: quando l’accompagna alla stazione pensa che l’amore così bruscamente troncato potrebbe forse rinascere. Ma Zazà dal finestrino del treno ormai in corsa gli fa cenno di no. Il dolore e il sacrificio di quegli anni non devono essere inutili.”

Il film caricato proviene da una vecchio nastro VHS per cui mi scuso sin d’ora della qualità e delle imperfezioni.

 

Il caso “Un bellissimo novembre”

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 1 gennaio 2021 at 15:20

Il mondo di YouTube è talmente misterioso nei mille rivoli della monetizzazione che a volte ci si imbatte in situazioni degne del caso Paradine di Hitchcock, in cui Alida Valli passa dalle nostrane lezioni di chimica ad austera dark lady che avvelena il marito per amore di uno spiantato.

Su YouTube in teoria non si possono pubblicare film però tutti lo fanno, dagli appassionati idealisti che io compiango come dei mentecatti, a sistemi più sofisticati che impiegano ingenti mezzi per fidelizzare il pubbico, propinare spot e film datati a cui i vecchi si appigliano per ricordare il passato ed evadere da questa realtà di merda.

“Un bellissimo novembre” è un film di Mauro Bolognigni tratto dall’ominimo racconto di Ercole Patti. Il film è pubblicato da Film&Clips, 3,38Mln di iscritti e 58.000.000 di visualizzazioni mensili, facile è farsi un idea del guadagno del canale andando su socialblade.com e per difetto considerare solamente la cifra più bassa.

Ma perchè questo film è per me un caso? Se controllate le visualizzazioni sono 10.837.505 il che per un film di Mauro Bolognini, regista sicuramente importante del cinema italiano ma non tra i più conosciuti se non di nicchia, sono un enormità a dispetto però di soli 306 commenti che stridono con il folle numero di visualizzazioni. Concediamo però a Bolognini credito e ipotizziamo una rivalutazione del maestro da parte degli appassionati di cinema italiani che, stufi di “Vacanze su Marte” con Boldi e l’imbarazzante figlio di De Sica, si buttano con amore sul cinema d’autore.

Il film è in italiano con sottotitoli in inglese, bene mi dico anche all’estero potranno ammirare la settima arte italiana e commentarla. Scorrendo in basso ci si imbatte però in nick e nomi stranieri soprattutto arabi o asiatici. Molti commenti sono inspiegabilmente fatti di minutaggi, 59:00, 50:11, 20:20, 56:00, una tale Christopher Elizabeth, profilo con 246 iscritto e zero contenuti commenta con 20:00; riceve 14 risposte e 226 mi piace (l’unico non mi piace lo metto io per andare controcorrente come Joris-Karl Huysmans). Proseguendo l’amena disamina, Sh Nss commenta con “Www”, Jonathan Hodgson con “Bb/”, Atunk Abc commenta con “Bagus” che in indonesiano significa “Molto bello”, Didik Wijonarko commenta con “Didik”, ali imessaoudene commenta con “H” ricevendo persino un mi piace, WASEEM ABBAS forse non capendoci un cazzo con “???????”, Sh Nss non pago del primo commento “Www” si esibisce in un “Ttyu” ma poi anche in “Wetu” e credo in altri commenti (probabilmente il film gli è piaciuto molto), Faradisa Celine, 326 iscritti e zero contenuti commenta con un invitante CLICK HERE PHOTOS & VIDEOS 18+ FULL👇👇👇 con link allegato che non ha molta attinenza col film ma che ri-indirizzerà l’appassionato di cinema verso lidi ben più gratificanti, sai in commenta con “Xxxxx”, Venkatesan Nagarajaroa entusiasta o entusiasto del commento gli risponde con “Xxxxx”, Lg Japan commenta con “+”, incredibilmente un tale che risponde al nick Vardhan Kapoor non conosce il titolo del film, lo chiede commentando con “Movie name?” e Film&Clips gli risponde pure ma il punto più elevato si raggiunge con un tizio di nome Va Nhu, di cui vi risparmio l’avatar ma che vi consiglio di andare a vedere, che commenta con “Wwooooohhhhh”,un arabo immagino sfaccendato gli risponde sintetico con “،😨😨😨”.

Certo che a pensar male si fa peccato per cui non penserò che in rete è possibile comprare di tutto da “Il maestro di Vigevano” di Lucio Mastronardi ed. Einaudi, usato senza sovracoperta a 1,05€, a like, follower e views su youtube per far crescere il canale ma la mia riflessione mi porta verso lidi più prosaici e se non sapessi di vivere in un mondo del cazzo penserei di vivere in un mondo del cazzo.

Opatrum Sabulosum

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 26 dicembre 2020 at 13:03

Ricordo che quella mattina cominciò male. Un Opatrum Sabulosum, noto coleottero amante di luoghi putridi, di colore giallastro ed appartiene all’ordine dei tenebrionidi, si posò sul davanzale della finestra sopra ad una copia della Scuola delle fanciulle nella loro adolescenza Dialoghi tradotti dal francese da una dama romana tomo 1 in Roma MDCCLXXI per il Casaletti a S.Eustachio che avevo messo ad asciugare dopo averne incollato il dorso.

Orbene, forse per antipatia o per la lunghezza del titolo o la vetustità della carta, l’Opatrum Sabulosum vi fece i suoi bisogni noncurante della preziosità del tomo. Non me ne accorsi subito, immerso nella mia lettura giornaliera enciclopedica, passavo alla voce optofono, oregon-pine mentre pensavo ad una cultura così evaporata da immagazzinare nozioni e frattali di foglie come Ireneo Funes dopo la proverbiale caduta da cavallo.

Mi fermai stanco su mietitore, la Piccola Enciclopedia Hoepli tentava così di incrinare le certezze del mio vecchio Nuovissimo Melzi che avevo onorato per anni. Il contadino che miete è per il Cav. Prof. G.B. Melzi un mietitore e ciò anche per il venerando Dott. Ulrico Hoepli ma voi vi siete ai chiesti un uomo col falciolo quanto miete? Beh, presto detto, al massimo due centesimi di ettaro l’ora. Con una mietitrice semplice di larghezza 1,5 metri si falcia 1/3 di ettaro l’ora. Ora ipotizzando l’uso di una mietitrice levigatrice trainata da due paia di bovi si arriva a 1/2 ettaro mentre con un traino a mezzo meccanico per esempio un trattore da 20-25 cavalli conviene attaccare due mietitrici levigatrici per arrivare a 0,75 ettari per ora. Tutto ciò a patto che non si superi una velocità di 4km/h perchè non si deve mietere a velocità superiori a questa.

Elettrizzato da queste nozioni ed avendo contemporaneamente il Melzi aperto, notai che l’Opatrum Sabulosum riprese il suo volo leggero mentre il suo sbattito d’ali ebbe l’effetto di spaginare il volume sulla voce Lucignola, s.f. Specie di lucertola con le zampine cortissime e Lucignolo, s.m. Più fila di bambagia insieme che ardono nella lucerna, nei fornelli a spirito e nelle candele ma anche diventare un lucignolo l. fig. Diventar magrissimo.

Mi ricordai così che dovevo incollare anche di Alberto Cioci: Lucignolo l’amico di Pinocchio edito da R.BEMPORAD & FIGLIO, impreziosito da 63 incisioni di Carlo Chiostri. Ero così giunto a Carlo Chiostri e, mentre la radio melanconicamente decodificava la variazione in frequenza dell’onda portante e, tramite il suo trasduttore acustico riempiva la stanza delle note dell’Idillio di Sigfrido di Wagner, mi sovvenne che il povero Carlo Chiostri altra fama non ebbe quale quella di essere considerato il secondo illustratore de Le Avventure di Pinocchio dopo Enrico Mazzanti.

Amo un assassino

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 20 dicembre 2020 at 21:35

Una bicicletta dell’I.G.EA. corre per una Roma assolata e vuota e si ferma davanti a un portone. L’ operaio addetto alla disinfestazione entra nell’androne mentre si sente un grido. Una donna cade dalla tromba delle scale, il corpo disteso sul pavimento, una ragazza giovane si affaccia per un attimo dal 4° piano, poi tutto il condominio per vedere cosa è successo.

Uno degli inquilini è il commissario Pietrangeli che vi abita con la figlia Silvia, sarà lui a condurre le indagini. Il primo ad arrivare è il maresciallo Palermo, 1370 inchieste in 25 anni di carriera. La donna di cui si sospetta il suicidio è Magda Fiorelli, donna di casa, almeno secondo la carta d’identità. Cominciano i primi interrogatori con i vari tipi del condominio, il maggiore a riposo che pretende di aver trovato il colpevole nell’uomo della disinfestazione, il commendatore con l’amante da nascondere, la cartomante rumena che risulterà essere di Potenza, il signor Leprotti, padre di 5 figli, che aveva chiamato la disinfestazione per le cimici nel suo appartamento ma si vergogna che il condominio lo venga a sapere.

La donna deceduta risulta essere la moglie di Aldo Manni, un inquilino del palazzo, una persona schiva e riservata di cui non si sa nulla. Interrogato rivela che, ritornato dalla prigionia dopo la guerra, la moglie lo ha lasciato e che lo ricatta chiedendogli dei soldi. L’uomo ha un alibi che però sul momento non viene confermato ma c’è un fatto che sconvolge la tranquilla vita del commissario Pietrangeli. La figlia Silvia ha una relazione con il Manni e per difenderlo racconta al padre che quel pomeriggio l’uomo era con lei. L’alibi del Manni verrà però confermato dalla cassiera e dal titolare del bar in cui si trovava l’uomo è così libero e il commissario Pietrangeli derubrica l’omicidio in suicidio.

In realtà nuovi indizi di colpevolezza emergono contro il Manni, la catenina della moglie trovata nel suo appartamento e soprattutto la conoscenza di Silvia con Magda che ricattava anche lei. Il caso viene riaperto, tutto ruota alla donna che il Manni vuol coprire che altri non è che la figlia del commissario che più di una volta tergiversa sulla sua importanza anche con il suo assistente Palermo. Tornato a casa Pietrangeli trova la stanza di Silvia messa sottosopra, per terra l’altra metà della catenina di Magda. Silvia è fuggita, nella testa del commissario l’ipotesi di un coinvolgimento della figlia nell’omicidio si rafforza.

In un drammatico incontro con il maresciallo Palermo, Pietrangeli rivela la verità sulla misteriosa donna complice del Manni. Travolto così dagli eventi, consegna una busta a Palermo con le sue dimissioni. Alla pensione Flaminia, il commissario intima alla figlia di costituirsi, nel frattempo una misteriosa telefonata anonima informa il maresciallo Palermo che la donna accusata è alla pensione Flaminia. Ma è proprio questa telefonata che incastrerà il vero colpevole grazie anche alla musica di sottofondo con cui si risalirà al locale notturno dove l’assassino si è recato per telefonare. Il film termina con il maresciallo Palermo che riconsegna la busta delle dimissioni al commissario.

La recitazione quasi titubante di Umberto Spadaro è perfettamente aderente ad un commissario-burocrate, stanco e prossimo alla pensione, moralmente tutto di un pezzo ma provato probabilmente dalla vedovanza (nel film non se ne fa cenno, potrebbe essere stato lasciato dalla moglie e questo cambierebbe tutto). Non vorrebbe trovarsi in questa situazione dove è conosciuto da tutti e con una figlia giovane che ha una relazione con un uomo sposato.

Andrea Bosic, doppiato dalla stentorea voce di Gualtiero De Angelis, è qui al suo primo film. Aldo Manni è uno dei tanti italiani sopraffatti dalla guerra, tornato dopo la prigionia scopre la verità sulla moglie. Delia Scala invece molto brava e nel personaggio, aiutata sicuramente (ma era la prassi di quegli anni) dalla voce di Rosetta Calavetta. Bravo anche Natale Cirino nella caratterizzazione del fedele maresciallo Palermo. Anche qui un valido contributo dato dal doppiatore Mario Besesti.

Parlare di poliziesco all’italiana è forse fuorviante, nel film aleggia il caldo estivo di Roma, i fazzoletti con cui ci si asciuga il sudore ed una vena melodrammatica che non mi sento di criticare in quanto peculiarità del cinema di quegli anni. Non è forse real-melodrammatico il finale di Ladri di Biciclette?

Partenza ore 7

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 6 dicembre 2020 at 21:38

Il film inizia in un teatro di rivista di Milano, la compagnia di Carlo Campanini, che interpreta se stesso, è sul palcoscenico per il finale dello spettacolo “Tutti al polo”. Tra il pubblico Giorgio (Alberto Rabagliati) il cugino di Campanini venuto a teatro per applaudirlo, al suo fianco compare Raimondo Vianello (non accreditato) che non applaude (Campanini afferma, non lo fa ridere).

Dietro le quinte il trambusto di uno spettacolo di rivista, l’impresario della compagnia Nicolino (Enzo Turco), il direttore di scena Brunetti (Nando Bruno), la primadonna della rivista Lucy D’Orsay, la brava Laura Gore che si rifiuta di prendere il torpedone per Novara dove la compagnia sarà di scena il giorno dopo. Lucy D’Orsay come vedette dello spettacolo pretende un’ automobile, non una scassata Balilla ma un’ Aprilia. Fra tante ballerine c’è Chiaretta, con aspirazioni di cantante che decide di lasciare la compagnia in quanto non è riuscita a realizzare il suo sogno.

Dopo lo spettacolo la compagnia è alla pensione Iris per la cena, in un tavolino Chiaretta è con Carlo Campanini e suo cugino Giorgio. Convinta a cantare Chiaretta, accompagnata al pianoforte, interpreta Passione ed è applaudita da tutta la compagnia. Il giorno dopo alle 7 c’è la partenza per Novara, Lucy D’Orsay non avuta l’automobile richiesta decide di non partire. Campanini allora si precipita a casa di Chiaretta, che aveva già lasciato la compagnia, per comunicargli che lei sarà la nuova cantante. Chiaretta in fretta e furia riempie la valigia ed è sul torpedone per Novara. Il nome di Lucy D’Orsay, su consiglio di Brunetti, è coperto da una pecetta, ora la primadonna della compagnia è Chiaretta Fumagalli. Ma l’esordio di Chiaretta è un fallimento, il fidanzato il rag. Filippo Vismara (Tino Scotti) d’accordo con il capoclaque fa fischiare Chiaretta che abbandona la compagnia e torna con il suo fidanzato dai genitori.

La compagnia dopo lo spettacolo si muove verso Torino, il torpedone è fermato dai briganti, attori e musicisti derubati e lasciati a piedi. In mutande si incamminano nella notte ed arrivano ad una cascina che altri non è che la casa di Chiaretta. I teatranti si spacciano per nobili in quanto i genitori odiano il mondo dello spettacolo e sono contenti che Chiaretta sia tornata a casa. Ma anche il fidanzato di Chiaretta è derubato, arriva anche lui in mutande e scopre l’inganno. La compagnia viene cacciata di casa e riprende il cammino per Torino in carri di fieno con Chiaretta e Giorgio che cantano “Qualcuno ha spento la luna”.

Giunti a Torino, Campanini si rifiuta di recitare se non canta Chiaretta, l’impresario allora si mette alla ricerca di un sosia di Campanini per sostituirlo nella rivista. Lucy D’Orsay infatti è tornata nella compagnia rivendicando il suo ruolo visto il fallimento di Chiaretta. Si presentano allora una decina di sosia compreso il vero Campanini che verrà scelto. L’intento di Campanini è quello di rovinare uno sketch con Lucy D’Orsay, vi riesce cosicchè Chiaretta, mandata in scena per cantare salverà la serata riscuotendo i meritati applusi. Il finale vede Chiaretta al parco del Valentino con il suo nuovo fidanzato mentre Campanini, Rabagliati e Tino Scotti se ne vanno sconsolati con il sidecar guidato dal ragioniere.

La commedia divertente e piacevole ha il pregio oggi di mostrare come viveva una compagnia di rivista, le ballerine, la soubrette, il capocomico, l’impresario, le varie rivalità, il dietro le quinte, le pensioni economiche e il peregrinare di città in città in torpedone. Il film anticipa di qualche anno opere più note quali “I pompieri di Viggiù” sempre di Mattoli che nella non linearità del film rappresenta una raccolta di sketch e scenette con gli esponenti più famosi di allora della rivista italiana da Wanda Osiris a Totò a Carlo Dapporto. Del 1950 invece sono “Vita da Cani” di Steno e Monicelli con Aldo Fabrizi e “Luci del varietà” di Fellini e Lattuada anche se la paternità di quest’ultimo è stata per anni oggetto di polemiche sul presunto ruolo marginale alla regia di Fellini. Entrambi i film, seppur con diversi toni, mostrano uno spaccato autentico e commovente del teatro d’avanspettacolo nell’immediato dopoguerra.

Partenza ore 7 è in definitiva un film musicale e la presenza di Alberto Rabagliati e Chiaretta Gelli lo dimostra. Campanini come al solito spigliato e calato perfettamente nel ruolo di capocomico, alcune trovate nella sceneggiature completamente surreali e tipiche del cinema italiano d’evasione di quegli anni; il torpedone rapinato proprio in prossimità della casa di Chiaretta, l’arrivo in mutande, il trasferimento immersi nel fieno verso Torino. Nei successivi film questa leggerezza si perderà a favore di una rappresentazione più realistica e cruda dell’altra faccia del teatro di rivista, l’avanspettacolo.

Warren H. Donovan

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 15 novembre 2020 at 14:40

Vidi questo film per la prima volta qualche anno fa, forse molti anni fa in un fuoriorario estivo notturno. Ghezzi e compagni avevano visto giusto o giusti (Marco), il film era nella sua cristallina ingenuità molto coinvolgente.

La trama è presto detta, un dottore di provincia Patrick J. Cory interpretato da Lew Ayres (a proposito dove avevo già visto questa faccia … ah vero, giovanissimo in “All’ovest niente di nuovo” di Lewis Milestone) espianta cervelli di scimmiette per tentare di mantenerli in vita in una soluzione alcalina.

Quando l’aereo del ricco uomo d’affari Warren Donovan cade nelle vicinanze, il dottor Cory, vista l’impossibilità di salvargli la vita, decide bene assieme al dottor Frank Schratt suo assistente, chirurgo in disarmo nonchè alcolizzato perenne, di espiantare il cervello di Donovan e metterlo a coltura. Il cervello inizia così a vivere di nuovo, il suo volume aumenta pulsando in modo inquietante prendendo telepaticamente il controllo del corpo del dottor Cory. Questi in breve inizia a zoppicare come zoppicava Donovan, a scrivere con la sinistra come scriveva Donovan, ad essere un tycoon aggressivo e senza scrupoli come lo era Donovan.

Nei rari momenti di sonno del cervello, il dottor Cory torna ed essere se stesso percependo il grave rischio che stanno correndo Frank e sua moglie Janice interpretata da Nancy Davis, la futura moglie del 40° presidente degli Stati Uniti Ronald Regan.

Il film si snoda nella cupa atmosfera dell’america degli anni ’50 tra guerra fredda e paura di perdere una verginità di sentimenti ormai irrimediabilmente compromessa. Le macchine sono ancora rozze ed essenziali: interruttori, voltmetri, liquidi alcalini ed un oscilloscopio a cui tutto è demandato, Donovan è ridotto miseramente ad un’oscillazione sinusoidale anche se nel trailer si parlerà di “satanic vibrations”. Sarà la natura a mettere rimedio all’irrimediabile con il dottor Cory pronto a pagare il suo conto all’umano progredire.

Buona la recitazione di Ayres e soprattutto di Gene Evans che interpreta il dottore alcolizzato, in tono minore quella di Nancy Davis qui al suo terz’ultimo film (meglio come First Lady).

Cronaca di un servizio televisivo

In Art, Books, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 15 giugno 2020 at 22:09

sordi

TG2 ore 13, 15 giugno 2020. Il ricordo del presidente Mattarella: “Simbolo del cinema italiano sia di esempio per le sfide di oggi del paese”, poi la giornalista Adele Ammendola appassionata di cinema: “maschera unica e inimitabile” e ancora “l’artista che forse più di ogni altro ha rappresentato tutti i volti degli italiani”.

Seguono frammenti a bassissima risoluzione, che stridono con l’alta definizione del telegiornale, tratti da: Fumo di Londra, Mamma mia che impressione (ultrapixellato non in formato 4/3), Un americano a Roma (che fantasia, maccheroni mi hai provocato etc.) e Troppo forte. Poi il pezzo da novanta; sala di potere della capitale piena di personaggi famosi, si riconoscono Verdone, De Sica Son, Gianni Letta ricordate? uno dei peones di Berlusconi il cui figlio Giampaolo è a.d. di Medusa film.

Nel meraviglioso montaggio analogico, flash back di qualche anno fa in cui Sordi è sindaco per un giorno sotto la reggenza Rutelli (a proposito, oggi presidente dell’ Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali, mai capito perchè certe persone in Italia devono essere sempre presidenti di qualcosa).

Gran finale con l’intervista agli amici di sempre, prima De Sica Son che con la sua filmografia farebbe meglio a tacere e poi Verdone. Il filmato sfuma con Sordi che balla con Heather Parisi.

Tralascio l’approfondimento di TG2 Costume e Società in cui la giornalista inizia il suo elzeviro con “Scapolo impenitente” con cui io nemmeno nel braccio della morte inizierei qualcosa.

Perchè la tv di stato italiana è così: … sciatta, volgare, banale, menefreghista, senza un kreuzer di sensibilità e di rispetto per il cittadino. Consultare altre fonti, fare una ricerca in archivio per presentare filmati di qualità accettabile, amare il proprio lavoro, farlo onestamente, sono richieste non banali ma necessarie anche se antistoriche, per colpa del magma tecnologico che ci opprime. Da cittadino, il rimpianto dell’ennesima occasione perduta.

La conjettura Stilikemmerich

In Art, Cinema, Cronaca, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica, Uncategorized on 11 giugno 2020 at 09:31

La conjettura Stilikemmerich

Non sono mai riuscito ad ascoltare The man in me di Robert Zimmerman senza il mio personale birillo Brunswick Plastic Coated made in USA, regalo di una mia ex fidanzata che lo usò come mattarello sulla mia testa qualche anno fa.

Conciosiacosachè, la mia vita era arrivata ad un punto fermo. La puntina virtuale del mio lettore CD solcava malinconicamente le note di We’ll be together again ed io, in attesa dell’assolo di Ben Webster al sax tenore, riflettevo sui libri accumulati, iniziati e non finiti con i gomiti appoggiati sulla mia scrivania di madreperla del Gabon.

Le ferie di un operaio di Vincenzo Guerrazzi (angosce, frustrazioni, desideri e aspirazioni di un metalmeccanico nei racconti di un proletario scrittore), Il Bel Paese (Ch’Appennin parte, e’l mar circonda e l’Alpe) di Antonio Stoppani in una sobria edizione economica del 1901 (intanto Billie Holiday era passata a Sophisticated Lady con il fido Webster che la scortava), La scuola delle fanciulle nella loro adolescenza tradotti dal francese da una dama romana tomo 1 in Roma MDCCLXXI e poi Lucignolo l’amico di Pinocchio di Alberto Cioci libro per ragazzi Firenze R.Bemporad & figlio 1900 che mi permise di sapere la fine fatta da Lucignolo dopo la separazione da Pinocchio.

La mia vita intellettuale si stava così disgregando e disfacendo tra birilli di bowling, ex fidanzate e metalmeccanici incazzati dal postmoderno che già Tocqueville aveva individuato nel contrasto tra Europa ed America.

In breve, questo sistema culturale berluscoveltronizzato si era cristallizzato, da una parte ballerine culi e tette in una merda televisiva senza limiti, dall’altra la cultura per tutti, il cinema per tutti, l’arte per tutti, la vacanza per tutti, i musei per tutti, insomma una spinta verso il consumo del nulla in nome di un fottuto progresso di cui intravedevo la fine asfittica e merdosa in una latrina di periferia.

Il mio alfabeto fonetico si andava in questo modo sempre più impoverendo, decisi allora di tornare al passato, un passato però senza compromessi, sarebbe stata l’arte a guidarmi, sprofondare verso vani deliquj sarebbe stata la mia stella polare fedele ad una rigida ossequianza in cui il mio approach culturale avrebbe dialogato baldanzoso con ‘sto cazzo.

Divenni scrittore, abbandonai le mie vecchie posizioni tomiste alla ricerca della verità che mi apparve chiara e netta nel deuteragonista de La conjettura Stilikemmerich quel Gert Hessermayer, Feldmaresciallo nella Weimarer Republik la cui riforma ospedaliera, basata su bacche di ginepro lessate nelle pozzanghere, sconfisse la piaga delle febbri quartane eleggendolo a benefattore del futuro Terzo Reich.