Combray

Calcolato disprezzo

In Cinema, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia, Politica on 8 dicembre 2013 at 08:39

calcolato disprezzo

A volte penso che l’unico argomento che un’artista deve avere, come preciso punto di riferimento, è la consapevolezza di sentirsi un nano sulle spalle di giganti. Luchino Visconti nel 1955 modifica lo sfondo temporale della Traviata spostandolo al 1875 per essere al servizio di Maria Callas e renderla splendida nei costumi di quel tempo.

Di quel 28 maggio abbiamo la registrazione dell’opera, le voci della Callas e di Di Stefano, i rumori del palco, gli applausi del pubblico e le parole del direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini che più di ogni altra cosa ci descrivono i sentimenti di meraviglia e di stupore generati da un’opera d’arte:

“Il battito del mio cuore si arrestò, quando si aprì il sipario. Ero sopraffatto dalla bellezza che avevo di fronte a me. Era l’allestimento più ricco di sentimento e di squisitezze, che avessi mai visto in tutta la mia vita. Ogni singolo dettaglio della straordinaria scenografia e costumi di Lila de Nobile, mi diede la sensazione di entrare letteralmente in un altro mondo, in un mondo di inspiegabile immediatezza. L’illusione dell’arte si dissolse. Ogni volta che dirigevo questa produzione, mi assaliva sempre la stessa sensazione … Per me, era come se la realtà si svolgesse sul palco. Tutto ciò che si trovava dietro di me, il pubblico, l’auditorio, perfino la Scala, mi sembrava artefatto. Solo quello che respirava sul palco, era la realtà, era la vita stessa.”

Solo quello che respirava sul palco era la realtà, era la vita stessa, rimuginando sognante su questa frase, mi recai bel bello quella fredda mattina di dicembre nella biblioteca comunale del mio bel borgo natio. Il pizzino che recavo con me, vergato di mio pugno recitava così:

“Giuseppe Verdi nelle lettere di Emanuele Muzio ad Antonio Barezzi – Milano – Fratelli Treves Editori – 1931”.

Il sistema interprovinciale piceno, di cui la mia biblioteca faceva parte, avrebbe sicuramente soddisfatto il mio bisogno di sapere, per cui sognavo già una notte tranquilla in cui la masturbazione sarebbe stata sostituita da un altrettanto piacevole passatempo quale la lettura di un libro.

Non avevo fatto però i conti con l’oste, che si materializzava di fronte a me nelle vesti di un tosto e tristo funzionario pubblico. Alla vista del mio pizzino, subdorò qualcosa di losco e mi chiese a cosa mi servisse quel libro, se spacciassi o se fossi per caso un lontano parente di Verdi che voleva sbirciare nella sua corrispondenza. Quel titolo così lungo, inoltre, necessitava di un supplizio degno di Tantalo, per cui digitò sulla tastiera soltanto “Giuseppe Verdi”.

Il numero di titoli apparsi sul monitor lo sconsigliò dal proseguire. Dietro mio suggerimento si convinse a digitare anche “nelle lettere”, la ricerca si affinò ed uscì fuori qualcosa. Il dipendente pubblico si meravigliò non poco, il libro esisteva e la biblioteca di Fermo ne possedeva una copia. Esultai dentro di me, la morte della cultura non albergava più dentro queste misere mura, trattai il riottoso impiegato come un vecchio amico e gli confidai la mia gioia.

Il libro era fondamentale per la conoscenza di alcuni aspetti della vita del Maestro. Si trattava infatti delle lettere che Emanuele Muzio, unico allievo che in vita ebbe Verdi, scriveva ad Antonio Barezzi, suocero di quest’ultimo, lettere piene di aneddoti e di vita vera del Maestro a Milano. La mia felicità durò poco. Il libro era del 1931 per cui, nella classificazione delle biblioteche italiane, risultava paragonabile alla Bibbia di Gutemberg, il prestito risultò dunque impossibile. L’impiegato sorrise beffardo digrignò i denti e mi disse: “Ma cosa crede che prestiamo libri così, al primo segaiolo che arriva?” Prevista era solo la consultazione dietro la compilazione di una mezza dozzina di moduli e presentandosi alla biblioteca di Fermo accompagnati dai genitori.

Mentre uscivo dalla sala sentii chiaramente ridacchiare gli altri impiegati mentre si passavano il mio bigliettino. Non mi sentii tanto umiliato come quel giorno. Come in un vortice, riecheggiarono nella mia mente tantissime parole di P.P.Pasolini, e riecheggiarono tutte assieme unite al rumore delle macchine, della strada e delle persone.

Di quelle parole mi rimase dentro soltanto il disprezzo per i cittadini.

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