Combray

Oneste giaculatorie

In Cinema, Cultura, Letteratura, Libri, News, Poesia on 3 novembre 2013 at 08:00

oneste giaculatorie

Mi sveglio presto la mattina e vado a correre. Non ho l’idea del corpo come macchina perfetta da oliare e curare, la fatica e la fabbrica sono due potenti analgesici. La domenica mattina questa attività ha sostituito la messa di quand’ero ragazzo, un rito, nient’altro che un rito.

Mi sveglio alle sei ed esco di casa. Incontro sempre qualcuno. C’è un signore sulla settantina con i baffi che corre in pantaloncini e maglietta anche d’inverno. Non mi sembra italiano, ha l’aspetto di un inglese e mentre corre canta una specie di filastrocca dei marines piena di suoni gutturali, eh oh ah ah ih ih oh. L’altro giorno mi ha salutato con un cenno ed io ho risposto.

Spesso vado che è ancora buio. Il momento più bello è quando come per magia le luci del lungomare si spengono e comincia ad albeggiare. La mia corsa si fa allora più leggera e penso ad aurore boreali che mi vedono protagonista nella pesca del merluzzo. Ma il mio lato razionale riprende mestamente il sopravvento e considero il fatto solamente da un punto fisico-elettronico, una cellula fotosensibile che interrompe l’alimentazione alla linea elettrica collegata ai lampioni nel momento in cui la luce naturale raggiunge un certo livello di luminosità.

Non sono però sempre così cinico. Questa mattina subito dopo il Tesino, un biondo lurido zozzo fiume (cit.A.Sordi “I nuovi mostri”) delle mie parti, sento una musica. Il lungomare è deserto, soltanto un vecchio a cento metri da me che spinge una bicicletta. Mentre mi avvicino la melodia mi avvolge ed il mio unico rammarico è la mia deficienza classica che non riconosce il brano. Lo affianco e lo supero lentamente. Ha una radio legata con dello spago al manubrio. Nella penombra che di lì a poco si sarebbe trasformata in una domenica di novembre lo osservo. Un hipster del cazzo (penso a Renzi) gli avrebbe sequestrato bici e radio vintage per i propri scopi di fighetto (del cazzo) ma l’ho già detto prima. Lui invece camminava semplicemente con in testa uno di quei vecchi cappelli da ciclista con la visiera di plastica, una banda colorata al centro e di lato la pubblicità di un idraulico o di un retificio.

Avrei voluto fermarmi, chiedergli della sua storia, della vita vissuta, delle cose a cui ci leghiamo senza preoccuparci del tempo che passa. Avrei incontrato il mio passato, la semplicità del mio vivere di allora. Non ci cascai come altre volte, continuai a correre e mentre la musica si allontanava mi aprivo ad un nuovo giorno, duro come tanti altri.

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  1. …Anche per me la corsa solitaria è un rito tantrico…Al tramonto però!

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