Combray

Palline

In Uncategorized on 26 agosto 2012 at 18:24

Il fatto è che di molti corridori non sapevamo nulla. Solo oggi mi domando quali furono i criteri che determinarono certe scelte. Solo oggi mi domando quali uomini oscuri determinarono la nostra infanzia. Più che volgari mass-media, erano palline insabbiate che ci guidavano. Sugli italiani niente da dire, i nomi erano quelli, semmai ci sarebbe stato da discutere su Wilmo Francioni, professionista dal 1970 al 1978 vincitore di 4 tappe al Giro, che non reggeva il confronto dei vari Gimondi, Motta, Adorni, Zilioli, Bitossi, Moser e Baronchelli. Ma sugli stranieri era buio pesto.

Molti correvano poco in Italia come Walter Godefroot, belga, specialista delle corse di un giorno, 1 Liegi-Bastogne-Liegi, 1 Roubaix e 2 Fiandre. Il bianco e nero di allora non ci aiutava, erano informi come gli altri. Alcuni di loro erano totalmente sconosciuti, come Ferdinand Bracke, passista e cronoman belga, detentore del record dell’ora nel 1967 che si piazzò terzo al Tour del 1968 e vinse la Vuelta nel 1971. Il danese Ole Ritter era già più popolare (non so perchè, forse il nome che qualcuno storpiava in Olè) anche lui cronoman di valore che strappò il record dell’ora a Bracke il 10 ottobre del 1968 a Città del Messico, inaugurando la stagione dei tentativi di questo record in altura.

Il più oscuro di tutti era però il belga Eric Leman, trionfatore per tre volte al Giro delle Fiandre, volto anodino e assassino che aveva comunque un non so che di esotico. E poi il raro svedese Gösta Pettersson, che vinse il Giro del 1971 e fu terzo al Tour del 1970, Roger Pingeon che non prendeva nessuno (il nome da apolide non lo favoriva, solo oggi riscopro che era francese) che vinse il Tour nel 1967 e Jan Janssen, molto popolare per via del nome da pronunciare tutto di un fiato, olandese di Delft concittadino quindi di Jan Vermeer di cui ereditò il nome e la pedalata pennellata che lo portò a vincere un Tour, una Vuelta, un Mondiale ed una Roubaix.

Ma il più amato di tutti era per noi Michele Dancelli, maglia marrone e nera della Molteni con sotto la scritta Arcore. Forse la faccia triste di Michele nella pallina aveva un nobile motivo, prefigurava il declino morale del nostro paese già trent’anni prima. Ogni volta che si leggeva la maglietta mormorava spesso: “… ma questo cazzo di nome…” Era il 19 marzo del 1970 quando, dopo  una fuga di 70 chilometri, riportò la Sanremo in Italia, 17 anni dopo la vittoria di Loretto Petrucci del 1953. Quel sabato il “sognatore nomade” come lo chiamò Gianni Mura, dopo la vittoria pianse sul podio fra le braccia e il microfono di Adriano De Zan.

Annunci
  1. e Zandegù, chi era Zandegù

  2. passista veloce, cavolo è vero ho dimenticato Dino Zandegù.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: