Combray

Sorry, this is the end

In Uncategorized on 30 gennaio 2012 at 18:38

Un’improvvisa fumata spazzò via in un sol attimo tutte le mie certezze. Conoscevo già il suo stato di salute precario, il suo essere sperduto e spaurito in un mondo che più non lo riconosceva. Non accettava il progresso tecnologico che, all’inizio del secolo scorso modificò radicalmente la concezione dell’arte visiva, fino ad allora inriproducibile. Ma continuava il suo lavoro con serietà e dedizione, in una società che lo aveva messo al bando, in nome di un mondo in sedicinoni. Ma non era tanto il formato che lo rendeva triste, quanto l’idea di una realtà senza più cinescopi.

Destinati ad estinguersi come i dinosauri, a differenza di questi ultimi, avevano accompagnato fedelmente l’uomo per 90 anni per poi essere dimenticati in nome di un progresso digitalizzato. Ma non era un caso che, nei Cathode Ray Tube, la scansione dell’immagine avveniva per mezzo di un pennello elettronico che la ricostruiva, o meglio che la ridipingeva come in un anelito di civile creazione. Un pennello è per definizione superiore a dei volgarissimi pixel, e poi Wladimir Zworykin non avrebbe compreso.

Con mestizia e rabbia ricordo il mio ultimo film vissuto cinescopicamente in quattroterzi. Nei pressi di un cavalcavia, vicino ad un cassonetto dell’immondizia avevo sentito un pianto soffocato e malinconico. Mi avvicinai e sul selciato giacevano abbandonate diverse videocassette. Erano state quasi tutte schiacciate da pneumatici immondi, presumo da un novello inconsapevole Erode. Attenuato dall’erba il vagito primordiale, la sirena di Ulisse che mi avrebbe condotto verso il paradiso perduto. Corsi verso casa cogitabondo, il mio pezzo di pane abbrustolito di proustiana memoria, mi accompagnò in un epifanico pomeriggio.

Seguì la visione di “Sorry, wrong number” che il mio io filologico cita in originale, ma che in italiano (Il terrore corre sul filo) aveva un titolo forse superiore, come quasi mai accade. Una spaurita Barbara Stanwick a letto aspetta la sua cicuta senza opporvisi, in un coacervo di flashback ad incastro. E, se Hitchcock farà morire, 12 anni più tardi Janet Leigh a metà film, scombussolando totalmente canoni narrativi consolidati, Anatole Litvak la ucciderà a fine film, quando da tredicenne imberbe immaginavo un mondo diverso. Trentaquattro anni dopo, una sera di gennaio, per me ora il più crudele dei mesi, mi incamminai tristemente verso una discarica abusiva, con un fardello cinescopico sulle spalle, fischiettando meccanicamente This is the end, e con il grande rammarico di non avere del palmitato di sodio a portata di mano.

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