Combray

Ricordo di Jack Thornshatt

In Uncategorized on 4 dicembre 2011 at 13:14

“La città eruttava sudore dalle sue fogne, sole a picco, due negri che discutevano ad alta voce su Mitch Laverbuck e la sua politica sull’immigrazione, ed io a guardare gli angoli putridi di quella città senza angeli. Poi ti vidi, che danzavi su quei tacchi splendidi, sinuosa come gli assoli di sax di Jim Eckforth, quelle scale meravigliose che vibravano acute come il tuo ancheggiare folle in mezzo ai passanti. Non ora, non potevo seguirti, ingabbiato in una storia di quelle da dimenticare in fretta, che si esauriva come il bicchiere di whisky che stringevo fra le mani. New York City  non badava al caldo, ci sguazzava come un troia in calore”.

I love this…non la merda che si scrive oggi. Ho sempre amato la prosa scarna ma vivace di Jack Thornshatt. Diciamo un Franz Kafka degli anni cinquanta, ma con più donne e sesso. Ridondava in particolari e dettagli inutili, che la critica non amava ma che a me facevano impazzire. Era nato nel 1915 a New York City, il suo mondo era quello. Aveva sempre scritto molto per guadagnarsi da vivere, ma come un operaio che timbra il cartellino ogni giorno, limando e cesellando ogni sua pagina come un artigiano. “Mister Butterstole”  il suo libro più fortunato uscì nel 1956. La New York corrotta degli anni venti fa da sfondo a questo romanzo in cui il signor Butterstole è il vecchio manager di un pugile di talento, Andy McTham, che non arriverà mai al titolo mondiale ma che Nick Butterstole ricostruirà come uomo. Risse da strada, incontri truccati e donne perdute saldano il romanzo in maniera definitiva, unendo ad una prosa corrotta e triviale, una laica forma di redenzione. Il furore steinbeckiano si dipana per tutto il romanzo con una durezza antica ma etica:

“McTham gli saltò addosso con una furia primordiale, Phil Bowling lo aspettava fermo, con lo sguardo fisso e gli occhi calmi come chi non accetta una situazione imposta e si divincola nei pensieri, vaga con la mente in luoghi remoti pur di non invischiarsi in un presente da dimenticare”.

La sua città era costruita su violenti metafore, la scheggiava continuamente in mille rivoli di descrizioni ridondanti e vitali. Lo incontrai una volta sola, poco prima che morisse, a Central Park un mattino di novembre del 1975. Arrivai in ritardo per colpa del traffico. Mi disse che in effetti in giro c’erano troppe macchine e che la sua città era cambiata. Discutemmo di pensieri banali, ormai era dimenticato da tutti, la critica lo aveva sempre etichettato come scrittore radical-trash ma sbagliava. Lui sorrideva scuotendo la testa e si guardava attorno. Notai allora come questa città gli assomigliasse. Morì l’anno dopo, al suo funerale eravamo in pochi. Il prete fece una bella predica ma Jack non c’era più, rimanemmo tutti un po’più soli, con i suoi libri dimenticati, ed i critici corrotti arroccati nelle loro conventicole inutili.        

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