Combray

Monsieur Mabeuf

In Letteratura, Libri on 27 settembre 2011 at 22:24

Monsieur Mabeuf fra i grandi vecchi dei Miserabili viene spesso dimenticato. Non è burbero e misantropo come monsieur Gillenormand, non è attaccato alla vita come Jean Valjean, non è un santo come monsignor Myriel. Sembra quasi che, il suo essere dimenticato, altro non è che un artificio virtuoso di monsieur Hugo, che lo rende tale nelle sue descrizioni. La sua figura diventa sempre più esile man mano che i suoi libri lo abbandonano. Parco di parole per tutto il romanzo, non lo è quando appare per la prima volta, nella chiesa di Saint-Sulpice e incontra Marius, raccontandogli la triste storia di suo padre, il colonnello Pontmercy. Nella casualità che domina il romanzo, la figura di Mabeuf permette a Marius di sapere di chi era figlio, ed innesca una serie di eventi che porteranno il giovane Pontmercy sulle barricate di Parigi. Quando Marius si ritroverà povero e inselvatichito, rimarrà sempre grato a monsieur Mabeuf per la rivoluzione avvenuta in lui, per averlo, come diceva, operato di cataratta.

–Eppure, – scrive Hugo, – Mabeuf in quella circostanza non era altro stato che l’agente calmo e impassibile della provvidenza. Aveva illuminato Marius per caso e senza saperlo, come una candela che qualcuno porti in mano; era stato la candela e non il qualcuno.

Ma questa luce improvvisa, che in Marius aveva risvegliato una coscienza sociale sopita ed opinioni politiche nuove, non toccava affatto monsieur Mabeuf che amava soltanto le piante, i libri e le incisioni dei vecchi maestri, che ornavano le pareti di casa sua in rue Mézières. Non si era mai sposato e se qualcuno gli domandava il perché, rispondeva laconicamente che se ne era dimenticato. Non sopportando il chiasso e la folla rumorosa, il mestiere di fabbriciere gli permetteva di vedere i suoi simili riuniti e silenziosi nell’unico posto possibile, in chiesa. Pubblicò una Flora dei dintorni di Cauteretz, con tavole colorate, opera assai stimata che gli permetteva di arrotondare il suo magro stipendio. Ma in tempo di rivoluzioni e di disordini, libri se ne vendevano pochi e flore ancor meno. Dopo aver venduto mobili, lenzuola, vestiti e coperte fu la volta dei libri. Quando poi la sua domestica, mamma Plutarco, (che strano nome dirà Gavroche) si ammala, monsieur Mabeuf apre la biblioteca per l’ultima volta e preleva il suo ultimo libro, quel Diogene Laerzio stampato a Lione nel 1644 di cui leggeva qualche pagina ogni sera prima di coricarsi. Il 4 giugno 1832 esce di casa con il Diogene Laerzio sotto il braccio e ritorna non con due libri, come spesso accadeva, ma con 100 franchi. Il giorno dopo si sveglia all’alba e si siede in giardino immobile. Parigi era pronta alla sommossa dalla primavera del 1832. La morte del generale Lamarque fece il resto. Quando sentì i primi colpi, monsieur Mabeuf si alzò prese il cappello e uscì.  Arrivato in rue Lesdiguirès è riconosciuto da Courfeyrac che si stupisce di vederlo in mezzo ai tumulti e gli grida di tornare a casa. Ad ogni domanda di Courfeyrac, Mabeuf risponderà va bene, fino all’ultima “andiamo a rovesciare il governo”. Quando una fucilata spezza la bandiera rossa issata sulle barricate, monsieur Mabeuf si fa largo fra gli insorti, strappa la bandiera di mano ad Enjolras e si arrampica lentamente su quel muro di rottami. Poi in cima:

“In mezzo a quel silenzio il vecchio agitò la bandiera rossa e gridò:

– Viva la rivoluzione! viva la repubblica! fratellanza! uguaglianza! e la morte!

Dalla barricata di udì un bisbiglio sommesso e rapido simile al mormorio di un prete frettoloso che sbrighi una preghiera. Probabilmente era il commissario di polizia che faceva le intimidazioni legali all’altra estremità della via. Poi la stessa voce squillante che aveva gridato: chi è là? gridò:

– Ritiratevi!

Mabeuf, livido, stravolto, con le pupille illuminate dalle fiamme lugubri del delirio, sollevò la bandiera sulla sua fronte e ripetè:

– Viva la repubblica!

– Fuoco! – disse la voce.

Una seconda scarica, simile a una mitraglia, si abbatté sulla barricata. Il vecchio si piegò sulle ginocchia, poi si raddrizzò, lasciò andare la bandiera e si rovesciò all’indietro sul selciato, come una tavola, lungo disteso e con le braccia in croce. Sotto di lui scorsero rivoli di sangue. La sua vecchia testa, pallida e triste, pareva che guardasse il cielo. Una di quelle commozioni superiori all’uomo, che fanno perfino dimenticare di difendersi, si impadronì degli insorti, ed essi si avvicinarono al cadavere con uno spaventoso rispetto”.

Monsieur Mabeuf non muore solo. Il precipitare degli eventi che conducono alla sommossa del giugno 1832 sono costruiti sapientemente da monsieur Hugo nelle mille pagine precedenti. Il succedersi a volte caotico dei personaggi, confluisce improvvisamente come una piena verso una data, quella del 5 giugno 1832. La morte e la vita, che puntellano tutto il romanzo, qui sfociano in una serie di mirabili accadimenti. Il 4 giugno monsieur Mabeuf vende il suo ultimo libro mentre Marius chiede a suo nonno il permesso per sposare Cosette, il 5 giugno, sulla barricata di Chanvrerie muore monsieur Mabeuf e, negli scontri che seguono, Eponine. Il giorno dopo muore Gavroche, Marius viene ferito e salvato da Jean Valjean che lo trasporta, attraverso le fogne fino al nonno. Il 7 giugno Javert si suicida. Noi esitavamo, lui è venuto! dirà  Enjolras ai cittadini sulle barricate. Poi solleverà la testa di monsieur Mabeuf per baciarlo sulla fronte.

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