Combray

Teatro TV Americano

In Libri on 15 giugno 2011 at 23:19

Nel 1966 a cura di Paolo Gobetti esce Teatro TV Americano edito da Einaudi. Nello scovare libri bisogna ogni tanto affidarsi al caso. Questo libro mezzo annacquato, ma con la struttura tutto sommato solida, mi ha colpito perché fra le sceneggiature riportate in quarta di copertina c’era Dodici uomini arrabbiati.

Il film che venne tratto da questa teleplay americana degli anni cinquanta è La parola ai giurati, con Henry Fonda. Quando la Rai era un servizio pubblico, e il cinema ancora la settima arte, questo film in cui razzismo, democrazia, giustizia, sono l’asse portante su cui poggia una recitazione sobria e misurata del protagonista, ma anche degli altri attori diretti da un esordiente Sidney Lumet, mi fece amare l’America da lontano.

Tra il 1953 e il 1958 negli Stati Uniti un movimento di giovani scrittori mette in scena un’America diversa ma reale, fatta di gioie e drammi quotidiani spesso banali, utilizzando attori poco conosciuti. I dialoghi sono volutamente sciatti e ridotti all’osso, solitudine, discriminazione, giustizia, rapporti con l’altro sesso caratterizzano queste teleplays. La durata massima di cinquanta minuti, inoltre, stimola gli autori ad una scrittura nuova, come abbiamo visto scarna e ridotta all’essenziale. Marty di Paddy Chayefsky, Twelve angry men di Reginald Rose, Requiem for a heavyweight di Rod Serling sono le plays più conosciute in virtù del fatto che sono state portate quasi subito sul grande schermo.

Questo rinnovamento del teatro TV americano, avrà vita breve.  La televisione sul finire degli anni cinquanta sta cambiando. La struttura commerciale dei grandi network impone temi più leggeri e meno impegnati, per favorire gli investitori pubblicitari. La durata dei programmi si allunga da sessanta a novanta minuti, diluendo lo script in tempi più vicini al teatro e al cinema. L’organizzazione capitalistica della cultura non può tollerare una libertà cosi ampia sui media di massa. In determinati periodi storici questo avviene per un allentamento fisiologico delle maglie della censura, ma questa libertà è destinata a durare poco.

Paolo Gobetti, chiude l’introduzione al volume chiedendosi quale sarà il futuro del mezzo televisivo e del suo linguaggio:

“Riuscirà mai, nella televisione americana, a farsi strada un autore capace di elaborare in modo organico il nuovo linguaggio dell’espressione televisiva? Non credo che, nel futuro più prossimo, questo ipotetico artista possa trovare un terreno fertile e propizio proprio nel mondo così conformista e diffidente di Madison Avenue”.

 In Italia questo avverrà dieci anni più tardi con il periodo d’oro dei grandi sceneggiati televisivi, destinati ad estinguersi come i dinosauri per far posto a Bruno Vespa.

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